Pubblicato il: 27 novembre 2018 alle 8:00 am

La sfida alla povertà dei bambini di Catania: entrare in una banda… ma quella dell’orchestra Falcone e Borsellino de “La città invisibile” Alleviare la condizione infantile nell’hinterland del capoluogo è una lotta quotidiana contro la rassegnazione e la presenza della criminalità organizzata. I responsabili della fondazione raccontano come dal 2009 cercano di ridare un futuro ai ragazzi a rischio

di Anna Giuffrida.

Catania, 27 Novembre 2018 – Ragazzini che portano di nascosto il coltello in tasca e bambini che già a otto anni vengono assoldati per fare le sentinelle a 10 euro l’ora. Tra Adrano, in provincia di Catania, e i quartieri catanesi di Librino e San Cristoforo le famiglie convivono con la povertà che troppo spesso alimenta la criminalità organizzata. Un binomio che vede protagonisti innocenti i bambini e ragazzi di queste periferie, che rischiano di essere destinati alla povertà per tutta la vita.

«Manca la promozione umana per questi ragazzi e le loro famiglie. Ci sono questioni di pari opportunità e di meritocrazia che vengono totalmente abbandonate da questo sistema che dovrebbe tutelarli», a dirlo è Alfia Milazzo, formatrice di professione e presidente della Fondazione La città invisibile, ente no profit che dal 2009 si impegna per il recupero dei bambini e minori a rischio nelle zone ad alto tasso di povertà e criminalità nel catanese.

I dati in tutta Italia parlano di un fenomeno sommerso che coinvolge oltre un milione di bambini. Il 12,1% dei minori, un ragazzino su otto, è a rischio povertà assoluta (Dati Istat 2017). Bambini, e famiglie, a cui mancano gli strumenti economici e sociali per uscire dalla condizione di povertà e di rassegnazione. «Il primo riscontro su questi ragazzi è l’abbandono della scuola, e l’analfabetizzazione – spiega Alfia Milazzo – Sedicenni, che siedono in classe accanto a undicenni, finiscono per sentirsi umiliati e demotivati. In alcuni casi rischiano poi di fare uso di sostanze stupefacenti ed essere coinvolti nel micro spaccio, o preda della rabbia sociale. E nei casi più gravi purtroppo c’è anche chi arriva al suicidio».

L’esperienza positiva della Fondazione passa attraverso il messaggio della legalità, come alternativa possibile alle promesse della mafia territoriale, come spiega la tenace Alfia. «Il nostro metodo, ispirato alle parole di Giovanni Falcone, consiste nel sostituire lo Stato di diritto alla mafia, quella che dà una soluzione illegale ai problemi di queste famiglie. Tutte le nostre battaglie sono improntate all’estrema legalità. Noi, ad esempio, siamo arrivati ad avere una sede nel Comune con battaglie legali scegliendo di non occupare i locali, perché come educatori non ci possiamo permettere di sbagliare con l’esempio. Dobbiamo creare in loro la fiducia, la speranza che i loro diritti possano essere salvaguardati attraverso lo Stato. E le famiglie sono dalla nostra parte in questo impegno, anche quelle più a rischio di coinvolgimenti con la delinquenza».

L’impegno dei volontari della Fondazione rappresenta infatti un punto di riferimento per tanti ragazzi, anche di altri quartieri della città, e per le loro famiglie. Un impegno che si traduce in sostegno alla scuola nella gestione di casi più problematici, nella scoperta e denuncia di piazze di spaccio nei quartieri e nella vicinanza anche umana ai bambini e ragazzi in difficoltà. Un impegno che spesso si traduce in battaglie solitarie, se non addirittura osteggiate. «Ci siamo trovati nella difficile situazione di scontrarci con i servizi sociali, lottando per evitare che portassero via i bambini alle loro famiglie, destinandoli a volte a comunità di dubbia provenienza – denuncia Alfia Milazzo – Abbiamo fatto appelli affinché il sistema venga rivisto, garantendo più sicurezza agli operatori dei servizi sociali che lavorano in certi quartieri, e al tempo stesso togliendogli l’onere di decidere tutto di una famiglia. Le associazioni come la nostra però non vengono ascoltate mai, per un confronto e un parere».

Se le istituzioni non rispondono, il mondo della musica non ha mai fatto mancare il suo sostegno a questo progetto in difesa dei bambini più svantaggiati. E sono tanti i volontari, anche d’oltreoceano, che insegnano a questi ragazzi il riscatto sociale attraverso l’insegnamento della musica. E’ su questo che si fonda l’Orchestra giovanile Falcone e Borsellino, che negli anni ha tirato fuori da cattive strade tanti ragazzi e bambini catanesi. «L’orchestra è la metafora della società, e funziona ancora meglio in casi di demotivazione e di privazione affettiva e culturale perché incentiva l’intelletto», spiega Alfia che dopo la laurea all’Università Cattolica di Milano e una formazione da coach in Eni è tornata nella sua Sicilia per mettere a frutto queste conoscenze professionali per la difesa dei bambini. «Noi utilizziamo il metodo Abreu, dal nome del suo fondatore venezuelano, che è un metodo pratico di apprendimento. Ogni bambino, ragazzo sceglie uno strumento e poi i volontari sono allenati affinché ognuno possa sviluppare le proprie potenzialità. Un ragazzino o una ragazzina che vivono per strada possono avere avuto tante avventure non belle, ma questo a noi interessa fino a un certo punto. Noi cerchiamo soprattutto di capire quali capacità, energie, il bambino può sviluppare inserendolo così in un percorso di crescita. Da noi non ci sono livelli da superare, ognuno arriva al traguardo nel tempo in cui riesce. E questa solidarietà crea una comunità alternativa a quella pericolosa del bullismo di quartiere e dei clan». L’armonia creata dalla musica si ripercuote su questi ragazzi, che in certi casi «dalla scuola venivano cacciati per i loro comportamenti e che adesso suonano anche tre strumenti e sono orientati al conservatorio».

Un progetto nato come riscatto sociale e che si è tradotto in riscatto della persona, come strumento per uscire dall’invisibilità. «In realtà La città invisibile è nata come La città dei ragazzi invisibili. Oggi potrei dire che La città invisibile fa i conti con uno Stato invisibile che ha creato delle invisibilità – chiosa la battagliera presidente della Fondazione – I bambini, i ragazzi sono le persone più adatte alle sfide del riscatto personale perché hanno più qualità degli adulti. E anche perché questi ragazzi hanno una visione privilegiata, perché sono spregiudicati. Si fanno domande e al tempo stesso hanno già sperimentato l’emarginazione e l’assenza dello Stato. Così siamo arrivati al punto che l’orchestra risolve problemi che dovrebbero essere risolti dalle istituzioni».

L’Orchestra che, sulle note di Beethoven Mozart e altri grandi musicisti, da anni suona in giro per l’Italia squarciando il velo di silenzio dell’invisibilità, continua a rilanciare la scommessa di legalità e riscatto che la stessa Alfia con convinzione ribadisce: «Librino non è il quartiere della malavita. Librino è anche il quartiere dell’orchestra Falcone e Borsellino, come lo sono San Cristoforo e Adrano».

Il prossimo concerto è in programma il 15 dicembre presso il Duomo di Taormina dove i giovanissimi musicisti torneranno a suonare, insieme agli insegnanti e volontari venezuelani del progetto Abreu.

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