Pubblicato il: 29 novembre 2018 alle 8:00 am

Bello da morire Cosa accade dentro di noi quando la bellezza ci toglie il fiato? Davvero ci si può sentir male davanti ad un capolavoro?

di Caterina Slovak.

Roma, 29 Novembre 2018 – Su cosa basiamo il nostro giudizio estetico quando osserviamo un volto, un’opera d’arte o un’immagine della natura? Giudichiamo una cosa bella e attraente, ma esattamente cos’è che stiamo guardando e valutando?

Sono i misteri della bellezza, e vano è il tentativo di definirla. Una forma del Genio, secondo Oscar Wilde, ciò che salverà il mondo, per Dostoevskij, ma che “ci può trafiggere come un dolore” secondo Thomas Mann, o essere l’inizio di un terrore per Rainer Maria Rilke, e “qualcosa d’ardente e triste, un po’ vago” per Baudelaire.

Ad un primo esame, la bellezza di un capolavoro o di un paesaggio è solo superficiale: è la bellezza dell’apparenza, della “superficie”, semplice questione di proporzioni… Non sappiamo definirla, essa rimanda a forme che troviamo belle senza sapere il perché. Ma se la bellezza ci affascina (dal latino fascinum: incantesimo, maleficio), è perché ha su di noi un potere reale. Ora, questo potere non può che venirle dalla forma. Noi, animali umani, ci vantiamo di possedere dei valori, delle idee… Sosteniamo di essere superiori agli altri esseri viventi in virtù della nostra ragione o del nostro linguaggio, eppure una semplice forma, per il semplice fatto che è bella, ha il potere di affascinarci. Come può la forma, che è inevitabilmente superficiale, toccarci così profondamente?

Proprio profondamente deve aver toccato lo scrittore francese Stendhal (1783 – 1842) come ci racconta egli stesso nel suo diario dei giorni trascorsi a Firenze: “Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”. L’Italia è uno dei grandi amori di Stendhal, un luogo dove soggiorna e vive a lungo, proprio per apprezzarne meglio il patrimonio storico-artistico. Questo insieme di forti emozioni che arrivano alla perdita di sensi è passato alla storia come sindrome di Stendhal. Lui stesso ne descrive i sintomi che aveva già provato a Roma, al cospetto delle grandiose opere di Caravaggio e di Michelangelo.

Come ben descrive lo scrittore in prima persona, la sindrome di Stendhal è una patologia psicosomatica che può aver luogo di fronte ad opere d’arte particolarmente evocative per la loro straordinaria bellezza e può più facilmente aversi in spazi limitati e in luoghi chiusi: la sensazione provata da alcuni soggetti molto sensibili è, proprio come racconta lo scrittore, quella di un malessere strano, diffuso, caratterizzato da palpitazioni, difficoltà respiratorie, mancamento, vertigini, talvolta, nei casi acuti, anche da ansia e da crisi di panico. Niente di preoccupante: è solo un temporaneo sovraeccitamento del sistema nervoso.

Come avvenne per lo stesso Stendhal all’interno della Basilica di Santa Croce a Firenze, il bisogno più impellente di chi è colto da questo fenomeno è quello di tornare alla realtà concreta (lo scrittore, infatti, sente il bisogno di allontanarsi dall’interno della chiesa e di uscire all’aperto) e di parlare la propria lingua. Ciò perché a livello psichico, la sindrome può essere paragonata a un’allucinazione che porta a sviluppare un vago ma fastidioso senso di irrealtà.

Ma Stendhal non è il solo a provarla. E’ stata una psichiatra italiana, Graziella Margherini, nel 1979, a identificarla, dopo uno studio di più di 100 casi raccolti nel suo libro “La sindrome di Stendhal. Il malessere del viaggiatore di fronte alla grandezza dell’arte”. L’indagine aveva preso il via dallo studio sui numerosi turisti che spesso negli anni erano stati ricoverati in ospedale, all’uscita dagli Uffizi. I turisti in preda alla sindrome, detta anche sindrome di Firenze proprio perché qui si è spesso manifestata, presentavano tutti le stesse caratteristiche: età compresa fra i 25 e i 40 anni, sesso maschile, provenienti dall’Europa Occidentale o dal Nord-America, tutti con un buon livello di istruzione. Essi manifestavano in genere attacchi di panico, alcuni presentavano disturbi come deliri e allucinazioni; altri, umore depresso o, al contrario, euforia e manifestazioni di estasi.

Un dato curioso è il fatto che la sindrome di Stendhal non sia legata ad artisti o ad opere particolare, mentre abbia più a che vedere con la “grandezza” e la quantità delle opere d’arte che possono indurre reazioni neurologiche intense in persone particolarmente sensibili.

In ogni caso, secondo gli psicologi che si sono interessati ai casi, la Bellezza e l’opera d’arte sono in grado di colpire gli stati profondi della mente del fruitore e di far ritornare a galla situazioni e strutture che normalmente sono rimosse, ma potrebbe trattarsi anche di un’invidia inconscia del bello, che produrrebbe reazioni neurovegetative e malesseri psicosomatici inclusa la cefalea: ci sentiremmo, insomma, impotenti di fronte ad una perfezione che ci sconvolge, come se volessimo essere noi l’autore di tanta grandezza artistica.

Statisticamente le opere che provocano molte crisi di questo tipo sono quelle del Rinascimento italiano, in particolare Michelangelo, e ancora più in particolare, la statua del David: l’opera possiede in verità una bellezza anatomica straordinaria ma, soprattutto, è un bellissimo nudo e ciò riesce a influenzare l’animo di alcune persone quasi eccitandole.“Scoprire il mondo, trovarsi di fronte a un’opera d’arte, fa eccitare” diceva Freud.

Stendhal non è l’unico artista ad aver battezzato una sindrome. Esiste infatti anche la “sindrome di Rubens”, secondo la quale i visitatori vengono travolti da un irresistibile desiderio erotico all’interno di determinati palazzi e di fronte a certe opere d’arte, tanto da consumare atti sessuali nell’ala meno controllata di qualche museo. O la “sindrome di Hermann Hesse”, la contaminazione con la gente del luogo, alla ricerca di un turismo autentico.

Tuttavia i soggetti che possono soffrire di questi sintomi sono pochissimi, e purtroppo alcuni, di tanta bellezza, non si ricorderanno nemmeno…

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