Pubblicato il: 12 dicembre 2018 alle 7:00 am

«Un Paese democratico ha bisogno di una informazione libera» Giornalisti minacciati, stampa sotto attacco, editoria in crisi. Intervista a Claudio Silvestri, segretario del Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania: «C’è ancora bisogno di chi ci racconti delle storie, di chi riesca a smascherare i potenti corrotti. Ma oggi il rischio è quello di restare soli»

di Fabrizio Morlacchi.

Napoli, 12 Dicembre 2018 – “Combattete per quello in cui credete”. La libertà di stampa, ad esempio. La frase di Indro Montanelli è attuale in ogni epoca e ben si adatta soprattutto a questo momento storico, segnato, tra l’altro, da un nuovo conflitto tra politica e informazione. O meglio dalla politica che attacca l’informazione.

La Federazione Nazionale della Stampa si sta facendo sentire. Ma la sensazione, spiacevole, è che ci sia una volontà, forte, di soffocare il naturale impulso degli organi di stampa a stimolare riflessioni. Lo spirito critico, fondamento democratico, può creare imbarazzo, così va azzerato o reso inoffensivo.

Claudio Silvestri è il segretario del Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania aderente alla Fnsi. Opera in una regione, dove (come in Sicilia e in Calabria) l’informazione subisce anche altri tipi di attacchi.

Silvestri, la criminalità continua a minacciare di morte i giornalisti.

«La mafia stava per realizzare il suo piano per far saltare in aria Paolo Borrometi, giornalista siciliano che ha fatto luce sugli affari loschi delle famiglie ragusane e siracusane. È costretto a vivere sotto scorta, ma non ha pensato mai, neanche per un attimo, di lasciare il suo lavoro. Come Paolo sono tantissimi i giornalisti minacciati, in Campania ne abbiamo quattro sotto protezione armata, tanti altri hanno una vigilanza attiva, molti sono soli a denunciare e combattere in periferie dimenticate da tutti. Siamo impegnati tutti i giorni per chiedere protezione per questi colleghi, l’anno scorso il governo ha deciso di istituire presso il Ministero dell’interno una commissione per la sicurezza dei giornalisti. Una conquista importante».

Qual è il rischio più grande per questi giornalisti?

«Quello di restare soli. Quello che cerchiamo di stimolare di fronte ai nuovi casi di minacce è quella che chiamiamo “scorta mediatica”. Se un collega è stato minacciato o aggredito per una sua denuncia, altri colleghi, magari di tv e giornali più importanti, devono andare a raccontare quello che lui ha raccontato, ad illuminare i fatti che lui ha illuminato. Dimostrare a chi minaccia che quel gesto violento gli costerà caro».

Come è possibile che ancora oggi ci siano giornalisti minacciati?

«È da una decina di anni che si vive nell’illusione della comunicazione totale: tutti possono informare, i giornali e i giornalisti non servono più. Ebbene, in questi dieci anni il numero di giornalisti minacciati e uccisi è aumentato esponenzialmente. Questo significa una cosa sola: c’è ancora bisogno di chi ci racconti delle storie, di chi riesca a smascherare i potenti corrotti. La politica esalta la stampa quando smaschera gli avversari, la aggredisce quando è protagonista delle inchieste. C’è un’aggressione costante ai corpi intermedi, i movimenti populisti vorrebbero cancellarli. La riflessione è pericolosa per chi vuole parlare alla pancia della gente. Si decide sull’onda dell’odio, del rancore, della paura».

Poi c’è la politica che minaccia l’informazione libera…

«Un Paese democratico ha bisogno di una informazione libera. Le minacce dei cinquestelle sui tagli ai contributi per il pluralismo dell’informazione, sulla cancellazione dell’ordine dei giornalisti sono pericolose, minano nelle fondamenta il sistema stesso dell’informazione. Se il Presidente della Repubblica ha ritenuto di intervenire ben sette volte per ribadire la necessità di una stampa libera in Italia è evidente che c’è un rischio concreto che il piano di disarticolazione del diritto di cronaca si realizzi. Tuttavia, la libertà di stampa in Italia, per altri aspetti, era a rischio anche prima che arrivasse il governo gialloverde. Mancano leggi di sistema che possano garantire una libertà ampia: non si è mai intervenuti sul conflitto di interessi, sulle querele bavaglio, sul carcere per i giornalisti, sulla tutela delle fonti. Per fermare un’inchiesta in un piccolo giornale ci vuole poco, una denuncia con una maxi-richiesta di risarcimento, anche se infondata. Chi denuncia non paga nulla e non pagherà nulla anche se il fatto non sussiste, intanto il giornale senza fondi avrà magari deciso di interrompere l’inchiesta per evitare il rischio di spese insostenibili».

La situazione dell’informazione in Campania?

«La situazione dell’editoria vive una crisi devastante in tutto il Paese, in Campania, come nel resto del Sud, le cose vanno peggio. Per quanto riguarda i giornali di carta, nessuno ne esce indenne. Anche il più grande quotidiano del Mezzogiorno, il Mattino, è dovuto passare per un forte ridimensionamento con più di 20 prepensionamenti negli ultimi due anni, con lo spostamento della sede, il taglio ai collaboratori e alcuni licenziamenti ai quali ci siamo opposti. Gli altri giornali non se la passano meglio, in questo momento quasi tutti accedono agli ammortizzatori sociali: dal Roma al Corriere del Mezzogiorno, da Metropolis alla Città di Salerno. Se il progetto di tagliare i fondi all’editoria andasse in porto, nella nostra regione chiuderebbero all’istante sei giornali e tre tipografie. Quello delle tv private è un settore particolare che oltre a subire la crisi, soffre, salve alcune eccezioni, della presenza di editori inadeguati al sistema dell’informazione. Il web, per ora, è un mare magnum senza regole, dove i giornali spesso non hanno neanche un dipendente. Anche se questo settore vede proprio in Campania un piccolo miracolo italiano, quello di Fanpage. Il giornale online, nato come una start-up tutta napoletana, ormai è una realtà editoriale affermata. È stato firmato poco più di un mese fa un accordo che prevede 30 assunzioni in due anni, 19 delle quali già andate in porto. È un progetto di ampio respiro che vede la sinergia tra diverse competenze. Il problema dei tanti siti di informazione è che nascono senza investimenti e grazie all’iniziativa di pochi, a volte un solo giornalista. Impossibile pensare che possano produrre qualcosa che abbia una prospettiva. Difficile anche pensare oggi ad aziende che possano stare sul mercato facendo solo informazione».

Come sindacato quali sono gli ostacoli maggiori che incontrate nella vostra attività?

«Le ultime riforme del lavoro hanno spuntato molto le armi del sindacato. Gli ostacoli sono rappresentati soprattutto da un sistema legislativo che offre sempre meno garanzie. La scommessa oggi è quella di dare più strumenti ai lavoratori autonomi per garantire loro compensi adeguati e un welfare degno di questo nome. Per i lavoratori dipendenti, invece, la necessità è quella di far coincidere la difesa dei diritti acquisiti con le nuove esigenze e le prospettive del mercato editoriale. Ci siamo già avviati verso un sistema dei “contratti” e non del “contratto”, dei giornalismi e non del giornalismo. Il ruolo del sindacato oggi è quello di fare sintesi e di non far travolgere la categoria dalla crisi e dalle aggressioni. Un ruolo complicato anche perché spesso dobbiamo tutelarci da noi stessi».

Quali sono – se ve ne sono – le criticità all’interno della categoria che andrebbero affrontate per lavorare meglio?

«Abbiamo una grossa responsabilità come categoria. La prima è nella regolamentazione dell’accesso alla professione: gli iscritti all’Albo in Campania sono quasi cinque volte quelli iscritti all’Istituto di previdenza, cioè di quelli che effettivamente svolgono qualche tipo di attività giornalistica remunerata. Inoltre, su 12mila iscritti ben 10.400 sono pubblicisti, si tratta di una cifra abnorme alimentata da logiche che sono completamente estranee a quelle di mercato. Questi numeri sono favoriti dalla facilità di accesso: basta che il direttore di qualche giornale “semiclandestino” certifichi che abbiamo scritto una settantina di articoli in due anni e il gioco è fatto. Insomma, è più difficile iscriversi ad un circolo culturale. È chiaro che questo non va bene, bisogna spingere verso un giornalismo sempre più professionale, inserire l’obbligo di iscrizione all’istituto di previdenza come nelle altre professioni potrebbe essere un primo filtro importante. Cosa succederebbe, se chi non ha mai fatto questa professione occupasse i vertici dei nostri organismi di categoria? È già successo e le conseguenze sono queste».

In Campania c’è, nella categoria, la cultura del sindacato?

«Purtroppo no. A parte la Rai, i giornali napoletani più strutturati e il caso de “La Città” di Salerno la cultura sindacale è completamente assente nella nostra regione. Tra radio e tv, ad esempio, saranno quattro quelle che hanno un Cdr in tutta la regione. Dopo i disastri del passato, abbiamo rifondato il sindacato quattro anni fa e abbiamo trovato attorno a noi un deserto culturale molto pericoloso. L’unica cosa che abbiamo trovato sono tante associazioni di giornalisti che sui territori rappresentano solo gli interessi di chi, da sempre e senza alcun meccanismo di scelta democratica, le governa. C’è tantissimo da lavorare, lo stiamo facendo con grande impegno e il sindacato comincia a diventare un riferimento importante nel nostro territorio. L’importante è tenere la barra dritta, non cedere alle minacce esterne e interne. I signori delle tessere sono sempre in agguato».

Un’espressione molto usata e abusata di recente è “unità della categoria”. Soprattutto quando si tratta di fronteggiare gli attacchi provenienti da più parti (politica, editori, criminalità). Ma c’è veramente unità? E cosa significa?

«È uno spot elettorale che utilizza chi, nei fatti, ha sempre lavorato per dividere e per governare, senza titoli, la categoria. Mentono sapendo di mentire. Chi invoca l’unità lavora da anni nella direzione opposta, gli ultimi cinque posso ampiamente documentarli. È importante, però, che il sindacato sia unitario, cioè che rappresenti in un corpo solo tutte le anime diverse che lo compongono, proprio per far fronte alle minacce».

Nel 2019 ci sarà a Levico Terme il XXVIII congresso nazionale della FNSI, al quale parteciperà anche lei come delegato della Campania. Perché è importante questo appuntamento?

«Il Congresso è un momento importante di confronto per il sindacato, è il momento della sintesi nel quale si mettono sul tavolo gli obiettivi sui quali si dovrà concentrare il governo dell’associazione. I temi stavolta sono davvero tanti, e tutti sono legati ad uno fondamentale, la sopravvivenza stessa della categoria: o diamo una svolta o ci estinguiamo».

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