Pubblicato il: 18 dicembre 2018 alle 8:00 am

I conti che non tornano Il premier a Bruxelles mischia le carte sul deficit. L’Italia avrà meno soldi e non potrà paragonarsi alla Francia

di Luca Palumbo.

Roma, 18 Dicembre 2018 – Un finale scontato quello verso il quale si avvia la chiusura della trattativa tra il Governo italiano e l’Unione Europea. Non era difficile prevedere che la partenza da incendiari e fieri di Salvini e Di Maio si concludesse con un arrivo da pompieri.

All’atto pratico, il Presidente del Consiglio Conte ha offerto a Bruxelles il calo del deficit al 2,04% rispetto al 2,4%, obiettivo iniziale delle trattative. Se vi piace, anche tentando di mischiare le carte giocando sul “due e quattro” e riuscendoci, in qualche caso. Cosa significa: che l’Italia avrà meno soldi da utilizzare per realizzare le manovre cavallo di battaglia della maggioranza gialloverde. Un po’ come uno scoperto sul conto corrente, per intenderci. La riduzione computata in pochi decimali, su una manovra economica di circa 36miliardi è pari a circa 7miliardi di Euro. Vanno evidenziati, tuttavia, due aspetti: il primo è che l’aumento dello spread degli ultimi mesi ha comportato una spesa in tassi di interesse di altri 6miliardi circa, riducendo ulteriormente la disponibilità delle risorse; il secondo aspetto è che già il Governo Gentiloni aveva trattato uno sforamento del deficit dell’1,9%. Il successo di Conte consiste, pertanto, in un misero 0,14%.

A questo punto reddito di cittadinanza e riforma del sistema pensionistico sono fortemente in discussione. Se le riforme di punta di Movimento 5 Stelle e Lega subiranno un forte ritardo o non vedranno mai la luce potrà dircelo solo il tempo. Il Presidente Conte ha parlato di fondi da reperire attraverso le dismissioni immobiliari ma il procedimento per una operazione del genere non è veloce e, comunque, 7 miliardi non sono spiccioli che si trovano dimenticati in una giacca. Si presenta, quindi, il problema tutto politico di spiegare agli italiani i motivi del cedimento nei confronti di Bruxelles e del ritardo o della mancanza nel portare a compimento le promesse elettorali. Una situazione aggravata anche dallo scenario internazionale e, in particolar modo, dalla questione francese.

L’effetto della protesta dei Gilet gialli ha spinto Emmanuel Macron ad andare in televisione a promettere riforme sul miglioramento della qualità della vita: aumento del salario minimo, detassazione del lavoro straordinario, niente prelievi sulle pensioni inferiori ai 2mila euro. Monsieur le Président, manco a dirlo, dovrà quindi sforare il tetto del deficit per mantenere gli impegni presi, andando sopra la soglia del 3%, salvo che non riesca ad operare forti misure correttive. Si porrà il problema, per i gialloverdi, di far capire agli italiani perché la Francia può e noi no. La risposta al quesito non è immediata e, sicuramente, non è facile da spiegare.

A distinguerci dai francesi non sono solo le Alpi, purtroppo. La differenza sostanziale che spinge l’Europa a guardare con maggior favore verso Parigi piuttosto che verso Roma risiede, in maniera predominante, nel deficit strutturale. Semplificando (e di molto): si tratta di quelle condizioni economiche per le quali la crescita, le variabili relative alla finanza pubblica, i consumi hanno livelli tali da far manifestare il deficit in ogni periodo dell’esercizio finanziario, indipendentemente dalle fasi espansive o restrittive della congiuntura economica che si attraversa e la conseguente impossibilità di mostrare una crescita anche nel breve e medio periodo. Come accade, ad esempio, quando il gettito fiscale non riesce a coprire gli interessi sul debito pubblico perché troppo alti. Ebbene, nonostante il proprio budget non goda di una valutazione positiva da parte del Direttorato agli Affari Economici europei, la Francia ha ridotto il proprio deficit strutturale anche se in misura minore rispetto alle previsioni. Di contro, l’Italia ha peggiorato il proprio dato dello 0,8% mentre avrebbe dovuto migliorarlo dello 0,6%. Una differenza di credibilità quella che divide l’Italia dai vicini d’oltralpe. Una credibilità che si manifesta in un minor tasso d’interesse pagato dai francesi sul debito pubblico (lo spread francese è a 45 punti circa) e nel fatto che Parigi ha intrapreso un percorso nella corretta direzione del pareggio di bilancio, il cui raggiungimento è previsto nel 2022. L’Italia va, invece, in tutt’altra direzione.

Resta da capire chi spiegherà tutto questo agli italiani e l’incognita su come saranno accolte le spiegazioni.

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