Pubblicato il: 25 dicembre 2018 alle 7:00 am

Il roccocò per augurarvi Buon Natale Vi raccontiamo perché i dolci antichi napoletani sono sopravvissuti grazie alle monache di clausura, con un “assaggio” dell’antichissimo roccocò

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 25 Dicembre 2018 – Cosa c’è di meglio dell’atmosfera che si respira in questo periodo, quando è tutto illuminato dalle luci delle decorazioni e l’aria delle case profuma di dolci natalizi? Insomma, il Natale ha uno dei migliori sapori del mondo. Sa di casa, di ricordi, di gioia e i dolci mangiati durante le feste sono quelli che più di tutti ci fanno ricordare le giornate passate a scartare regali!

Al momento del dolce c’è l’imbarazzo della scelta perché negli ultimi anni la voglia di sperimentare piatti tipici di altre parti del Mondo ha conquistato un po’ tutti: iniziò col lontano boom economico, quando arrivarono sulle nostre tavole natalizie il panettone milanese e il pandoro di Verona ad oscurare gli antichi dolci napoletani, poi le versioni farcite con creme Chantilly, allo zabaione, al mascarpone, poi ancora abbiamo dato il benvenuto al tronchetto di Natale, ricoperto di cioccolata o di crema ai marroni, alle cassate variopinte, i mitici biscotti pan di zenzero o una sontuosa chiffon cake o ancora una foresta nera, ed è bello anche riscoprire i dolci regionali, da nord a sud, perché ogni regione italiana e ogni pese del mondo ha le sue prelibatezze. Ma poi i napoletani sono tornati di prepotenza e sono ormai conosciuti, venduti e consumati in tutto il mondo, non solo a Natale.

Certo tutti conoscete babà e sfogliatelle, per non parlare della pastiera, ma in realtà, se amate i dolci tipici del Natale e volete rispettare la tradizione non potete fare a meno di addentare uno tra i dolci più poveri ed autentici, i roccocò, che all’occorrenza, se impacchettati per bene, possono diventare un bel regalo per gli amici.

I roccocò bisogna amarli, perché l’aspetto non dice molto, ma un pezzetto vi farà ritornare alla memoria tutto un mondo di Natali lontani, ed è già questo un immenso regalo.

Questi dolci a forma di ciambella, adatti a chi ha denti buoni, vengono preparati con farina, acqua, zucchero, bicarbonato, mandorle tostate, uovo, bucce d’arancia e un miscuglio di cannella, noce moscata, chiodi di garofano, coriandolo e anice. La sua origine risale al 1320 per merito delle monache del Real Convento della Maddalena a Napoli, vicino al ponte omonimo sulle sponde del Sebeto, il fiume che scorreva nella zona orientale, scomparso intorno al XIV secolo.

Napoli è una città che da secoli vanta una grande varietà di specialità, nate con gli apporti delle diverse dominazioni che si sono succedute, ma anche nei tanti monasteri che si trovavano sul suo territorio e dintorni, ma legati alla religione in ogni caso, poiché la maggior parte dei dolci che ancora oggi troviamo sulle nostre tavole venivano preparati già in epoca greco-romana e quasi sempre associati ai culti pagani legati alla rinascita, come gli “strugolos”, ad esempio, i dolci più antichi, gli antenati degli “struffoli”; la sfogliatella, strettamente legata al culto della fertilità: le sacerdotesse devote a Priapro (dio greco della fertilità) o a Demetra (la dea madre per eccellenza), festeggiavano la perdita della loro verginità offrendo alle divinità dei panetti triangolari che ricordavano l’organo riproduttivo femminile; per festeggiare l’arrivo della primavera si preparavano dei dolcetti, associati ai misteri di Demetra, fatti di sesamo e miele (gli antichi “susamielli”) oppure si offrivano alla dea Cerere dei panetti farciti con grano e ricotta, ingredienti che troviamo ancora oggi nella ricetta della pastiera.

Questi dolci di epoca pre-cristiana hanno trovato, nel corso dei secoli, terreno fertile nelle cucine dei monasteri ad opera delle abili e sapienti mani delle monache di clausura. Questo perché per le monache poteva essere prima di tutto un pretesto per uscire ogni tanto dalla loro reclusione, quasi mai volontaria e poi perché, con la creazione di un dolce, potevano esprimere la loro femminilità e la loro capacità di essere fertili e quindi madri. Così le monache agostiniane della Chiesa di Santa Maria Regina Coeli erano impegnate nella produzione delle sfogliatelle di pasta frolla, quelle di Santa Maria della Sapienza producevano i “susamielli” per tre differenti classi sociali: farina grezza e integrale con scorze d’arancio per gli zampognari, farciti con marmellata per i preti e con pasta di mandorle per i nobili. A San Pietro a Majella, invece, esisteva la cerimonia del “maritaggio”, durante il quale le ragazze del conservatorio, dopo essere state accuratamente visitate dalle “mammane”(levatrici) che ne garantivano la verginità, sfilavano davanti a un gruppo di uomini che le sceglievano come mogli. Per l’occasione le monache preparavano i “celestini” fatti di pasta di mandorla, zucchero ciliegie candite e confettini e ricoperti poi di glassa.

Il Convento della Maddalena fu costruito per volere di Carlo I d’Angiò nel 1269, fuori Porta San Nicola, come Hospitium Lebrosorum, successivamente l’intero complesso architettonico fu trasformato in “Casa dei Folli” del Regno di Napoli. Del convento e della Chiesa della Maddalena oggi non resta nulla.

Il nome dei roccocò deriva dal francese “rocaille”, un tipo di decorazione eseguita con pietre, rocce e conchiglie, utilizzate come abbellimento di padiglioni da giardino e grotte (la stessa origine dello stile ornamentale del Settecento come evoluzione del tardo barocco) per via della forma barocca e tondeggiante simile a una conchiglia arrotondata. Con mandorle o senza, duro o morbido, il roccocò non può mancare sulle tavole imbandite per il Natale. Per tradizione e secondo il gusto si consiglia di consumarlo spugnato(ammollato) in un bicchiere di vino o spumante.

I migliori Roccocò sono croccanti, ma non duri, appena dorati e morbidi all’interno. Non sono difficili da realizzare e si conservano per moltissimo tempo.

Oggi ne esiste anche la versione senza glutine, che prevede la farina di riso al posto di quella di frumento.

Il roccocò, più che un dolce, è una filosofia del Natale, e gli esperti assaggiatori, come spesso accade, si dividono tra gli amanti di quello duro e quelli che sono più per il morbido. Favorite, ma attenti ai denti.

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