Pubblicato il: 26 dicembre 2018 alle 8:00 am

Da Salerno alla Scala di Milano, quando il talento paga Storia di Francesco Pittari, il tenore campano che ha debuttato al Massimo milanese con “Attila”. «Un’emozione fortissima, che mi ripaga di tanti sacrifici. Pensavo che ce l’avrei fatta, ma non così in fretta»

di Giorgia Sabatini.

Milano, 26 Dicembre 2018 – Francesco Pittari, tenore salernitano nato e cresciuto al Teatro municipale “Giuseppe Verdi” di Salerno, ha debuttato al Teatro alla Scala di Milano in Attila diretta da Riccardo Chailly nel ruolo di Uldino, in occasione dell’apertura della stagione 2018-2019, come da tradizione, il giorno di Sant’Ambrogio.

Come più volte ha dichiarato il Sovrintendente Alexander Pereira, la prima al Teatro scaligero è l’evento per l’opera più importante del mondo. C’era molta tensione dietro le quinte?

«I riflettori il 7 dicembre sono tutti puntati sul Teatro alla Scala e sicuramente si sente questa grande tensione in tutti gli ambiti, dalle maestranze agli artisti».

Ha fatto molto discutere la reinterpretazione novecentesca dell’opera del regista Davide Livermore. Tu preferisci la visione tradizionale dell’opera?

«Non ho una preferenza tra il tradizionale ed il moderno, anzi quando è ben fatta talvolta preferisco la reinterpretazione perché mi fa vivere l’opera più da vicino. Quando si riporta l’opera ai giorni nostri ed ogni singola parola è credibile per me funziona perché è un linguaggio universale e staccato dal tempo. Non è importante se è tradizione o no, è importante l’aderenza al testo. Ho interpretato l’Italiana ad Algeri ambientato ad Algeri negli anni post guerra del Golfo e funzionava, altre volte invece non c’è alcuna idea originale e si sventra solo l’opera. Questa versione dell’Attila, come ha detto anche il regista, credo che sarebbe piaciuta a Verdi stesso perché di fondo ci si interroga su come si sarebbe comportato un politico italiano di ogni tempo di fronte ad un patto pieno di inciucio e tradimento, in questo caso Attila era un dittatore del ‘900 non identificato che fa la morale ad Ezio e canta “dove l’eroe più valido / è traditor, spergiuro, / ivi perduto è il popolo, / e l’aer stesso impuro».

Ci racconti qualche aneddoto divertente accaduto durante le prove, magari sui due cavalli di cui tanto si è discusso?

«Sono i cavalli che vanno sempre anche in Arena e sono formati professionalmente per cui appena sentivano un tempo marziale iniziavano a ballare, durante le prove è capitato che un cavallo iniziasse a nitrire sulle pause, oppure ancora Attila (Ildar Abdrazakov) in scena è stato costretto ad assecondare i movimenti dell’animale».

Erano anni che non c’erano i cavalli sul palco della Scala. Forse è stata una polemica un po’ sterile quella degli animalisti?

«Posso dire che i cavalli avevano uno spazio dove poter sostare dietro le quinte molto più che sufficiente, infatti erano tranquillissimi. Anche in Pagliacci ho lavorato con animali (pappagalli, cani, asini…) e chi si prende cura di loro ha una vera venerazione per gli animali».

Avevi già lavorato con qualche membro del cast?

«Ezio era George Petean che ho conosciuto nel 2016 in Macbeth, lui nel ruolo del titolo mentre io ero Malcom, e conoscevo già Fabio Sartori (Foresto). Mi sono travato benissimo con tutto il cast: siamo tutti più o meno della stessa età, dai 42 ai 35 anni, e anche se tutti professionisti sulla cresta dell’onda che all’esterno possono sembrare delle “star” di fatto siamo ragazzi che amano il proprio lavoro e lo fanno con grande dedizione».

Mettere in scena un’opera del genere è davvero un’impresa, lo dimostra il fatto che le prove sono iniziate il 23 ottobre. Quello del cantante è un lavoro meraviglioso ma anche molto sacrificante.

«La produzione è stata molto complessa e si lavorava dalle 11 alle 18 con piccole pause. Io in passato ho lavorato anche nel backstage e mi rendevo conto che la macchina dei tecnici non si dimezzava mai, proprio perché era richiesto tanto lavoro, basti pensare al led wall che integrava la scenografia».

Come si riesce a conciliare lavoro e famiglia a livelli così alti e stando sempre in giro per il mondo?

«Quando ho il permesso del Teatro cerco di raggiungere la mia famiglia ma fortunatamente appena può mia moglie mi segue con i bambini, e poi esiste la tecnologia che permette di vederci. Non so come facessero prima i cantanti quando non esistevano aerei ed era difficile fare anche una telefonata. La tecnologia per fortuna ci fa sembrare più vicini, anche se sempre lontani siamo, per cui è fondamentale avere una brava compagna che riesce ad alleggerire la lontananza».

A proposito di sacrifici… Ricordo una Turandot al Teatro Verdi di Salerno in cui interpretasti fino alla fine dell’opera Pong nonostante un serio incidente in scena…. Un vero professionista si vede anche da questo!

«Era l’8 dicembre, quindi esattamente un anno fa. Sono cose che capitano, mi si era “solo” rotto il ginocchio e per fortuna riuscii a cantare. La recita deve finire, anche nel rispetto di chi ti sta guardando. Talvolta il palcoscenico è l’ultimo posto dove vorresti essere, purtroppo capita di essere chiamati subito dopo una recita con notizie tragiche. Questi sono i fantasmi che rincorrono noi che facciamo questo lavoro, essere lontani vuol dire essere impossibilitati a risolvere alcuni problemi e talvolta non poter salutare nemmeno un genitore prima che muoia».

Possiamo dedicare questo grande successo personale a tuo padre Nicola?

«Sicuramente sì».

Alla Scala avevi già debuttato nel ruolo di Itulbo quest’estate nell’opera Il pirata. Cosa hai pensato quando il tuo agente ti ha comunicato che dovevi fare il provino?

«Prima o poi pensavo di arrivare alla Scala, però non credevo così velocemente perché non ti senti quasi mai pronto per un Teatro così importante. Quando ho saputo che dovevo fare l’audizione a Milano erano i giorni in cui mio padre stava molto male e fu proprio lui a convincermi ad andare sostenendo – giustamente – che ci sono occasioni che capitano una sola volta nella vita. Ci si emoziona già all’entrata e sentivo una grande responsabilità solo per aver avuto la possibilità di fare l’audizione. Poi è andata alla grande perché da lì ho avuto quattro ruoli, e nemmeno il mio agente si aspettava che andasse così bene».

Ho sempre pensato che quello dell’opera fosse un mondo “di squali” eppure ho visto nei tuoi confronti grande partecipazione anche da parte di ex colleghi, a significare che oltre la competitività c’è tanto affetto e stima professionale. Anche il Sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, si è congratulato pubblicamente con te per questo successo, te lo aspettavi?

«No, e ne sono felice. Sono stato creato dal Teatro Verdi di Salerno nel vero senso della parola. Come me questo Teatro ha formato e poi esportato tantissime competenze, portando indirettamente sul territorio un ritorno economico. Penso a tecnici che ritrovo a Verona ma soprattutto artisti che oggi cantano in tutto il mondo e che continuano a risiedere nel salernitano, esempio è Maria Giovanna Agresta ma anche Francesco Marsiglia, Costantino Finucci, oppure artisti cresciuti nel Coro dell’Opera di Salerno che poi sono entrati stabilmente nel coro di altri teatri».

Sono passati un po’ di anni da quando interpretasti Malcom a Salerno nel 2006. Perché un artista decide di fare la carriera di comprimario?

«Talvolta dipende da come va il lavoro, magari provi a fare le parti principali e può non andarti bene. La prima volta che ho fatto Malcom pensavo fosse un punto di partenza perché si fa sempre un passo alla volta, poi dalla terza produzione (ero a Genova) è stata una scelta. Ero il secondo di Carlo Bosi, che storicamente è il numero uno dei comprimari e da allora mi sono messo a studiare per cercare di diventare il numero uno della mia categoria. E’ come nell’atletica leggera: tutti sognano di fare i 100 metri piani, ma non è che il campione di salto in lungo è meno valevole, talvolta dipende da quello che la natura ti ha dato. Ancora oggi alcuni teatri mi chiedono di fare audizioni per ruoli più grandi, o qualche critico scrive “non vediamo l’ora di sentirlo in…” però oggi, d’accordo con il mio agente, ho scelto di puntare a teatri più importanti con comprimariati “di lusso” come De Palma o Andreolli. Ovviamente mi piacciono tantissimo Del Monaco, Corelli, Di Stefano…».

Chi è il tuo mito?

«Mi ispiro tantissimo a Piero De Palma che aveva una voce da prime parti ma che aveva deciso di fare il lavoro di comprimario ad un livello altissimo».

Il tuo personaggio preferito?

«Arlecchino, ma anche Pong e Goro, perché Puccini ha dato grandissimo risalto alle parti “piccole”. Arlecchino però ha la mia aria preferita, quella che porto sempre alle audizioni, e poi è “il buono” de I Pagliacci, anche se quello che mi fa più lavorare è Verdi perché è ovviamente quello che più va in scena».

Un ruolo che non hai mai interpretato e che vorresti debuttare?

«Non ci ho mai pensato».

Prossimi impegni?

«Lakmè nel ruolo di Hadji al Royal Opera House di Muscat, perché è stato cancellato il Mefistofele a Verona, poi di nuovo al Teatro alla Scala e a novembre al Teatro di San Carlo di Napoli con I Pagliacci».

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