Pubblicato il: 5 gennaio 2019 alle 8:00 am

Quando i medici raccontano… In un libro dieci storie in cui l’esperienza del dolore si trasforma in percorsi di rinascita e la narrazione segue il fil rouge della cura e dell’accudire. Opera prima di un gruppo di amici, camici bianchi con la passione per la scrittura

di Monica Longo.

Roma, 5 Gennaio 2019 – “Dieci medici raccontano”, edito da FioriDiZucca, una suggestiva raccolta di racconti scritti da dieci medici che si reinventano autori di altrettante storie. Racconti coinvolgenti che si fondono in un’unica esperienza narrativa singolare e intensa, profonda e al contempo delicata. La sofferenza rende fragili e la fragilità è la condizione di chi è delicato, di chi si può infrangere. È nella comprensione di questa intima vulnerabilità che si inserisce la costante dialettica del rapporto medico-paziente, snodo essenziale di tutto il libro, e ogni racconto, con scorrevolezza e agilità, riesce a declinare le tante sfumature emotive che accompagnano la comunicazione interpersonale e profonda di questo rapporto.

I medici-autori sono: Alberico Bojano, Emilio Bove, Rodolfo Cangiano, Lelio De Sisto, Andrea Di Massa, Fabrizio Ferraiuolo, Graziella Porcaro, Antonello Santagata, Michele Selvaggio, Enrico Maria Troisi.

Racconti di finzione che ogni autore riesce ad agganciare solidamente alla “realtà” della propria narrazione rendendoli così simili al vero. È reale il senso di smarrimento, di alienazione, a cui la malattia conduce: “dalla finestrella, unico rapporto col mondo, si alternavano le voci dei passanti e le lunghe ore di silenzio”; è reale il forte senso di riconoscenza di chi si è sentito aiutato nel dolore; è verosimile l’irascibilità di alcuni medici, irritabilità che si scioglie di fronte al dolore in atti di straordinaria umanità. Perfino la descrizione della penombra della piccola sala d’attesa tradisce una tacita corrispondenza col dolore fino a renderla così cupa e odiosa “come se le finestre fossero state velate, nel tempo, dalle sofferenze, dai malanni e dalla rassegnazione dei malati”, ma è sempre qui che poi si incontrano doti preziose e rare, l’empatia e l’umanità, che restituiscono “la consapevolezza della poesia e della magia del lavoro più bello del mondo”. La risposta alla sofferenza è l’empatia e l’empatia fa la differenza nel mestiere del medico.

Esperire l’esperienza del dolore riconduce con intensità alla vita. Un dolore col quale si combatte fino allo stremo pur di liberarsene, ma che inevitabilmente si infila nelle intercapedini dell’animo lasciando tracce indelebili dentro, anche di insospettabile rinascita.

Il medico che vive la sua professionalità come insieme di umanità, vicinanza, e come conoscenza specifica apre importanti riflessioni sulla questione della “medicina della scelta e della libertà” e della medicina basata sul “dirigismo”: “E fu così che ci trovammo a dedicare sempre più tempo a moduli e procedure. Il tempo trascorso a imbrattare carte e a battere le dita sulla tastiera di un computer, non potevamo che sottrarlo ai nostri pazienti”. Una conoscenza, dunque, che rimane spesso sepolta dentro, inutilizzata, di fronte alla necessità di razionalizzare i costi. Medicina e sanità, un rapporto complesso, spesso molto conflittuale.

Misericordiosa è la figura del medico condotto, un po’ romantica ma tanto concreta, competente e seria: “Il Medico condotto di una volta aveva il tempo da dedicare ai suoi assistiti anche per la loro sofferenza psichica o spirituale e non solo quella “corporale”. Medici degni di riverente ammirazione e riconoscenza, capaci di restituire tempo all’umano e com-passione, partecipazione al dolore dell’altro, sentimento di intima comunione con un dolore che non nasce come proprio ma del quale si partecipa come se lo fosse.

La figura della donna medico, femmina e medico, onta infamante, trova faticosamente spazio in una società che la vuole massaia e madre di molti figli: “Avere la possibilità di studiare l’arte medica è un grande onore, per una donna poi deve essere considerata un vero privilegio concesso dal Signore”. Donne medico che curano l’animo per sanare il corpo, donne medico costrette a serbare segreti inconfessabili e insopportabili per salvare la propria professione e la vita stessa.

E quando un medico diventa anche paziente tutto cambia: raggiungere un certo grado di sofferenza conferisce a quell’esperienza una maggiore capacità di entrare nel dolore degli altri.

Nel libro il delicato e potente fil rouge della cura e dell’accudire diventa responsabilità: la cura è responsabilità, è il paradigma di un amore che diventa concreto e si fa materia. Confrontarsi costantemente con la fragilità della persona umana, con il suo dolore e la sua sofferenza, restituisce la cifra della preziosità dell’essere umano. Ascoltare quello che il dolore vuole comunicare, provare com-passione e misericordia sono atti di straordinario soccorso perché entrare in punta di piedi nelle vite degli altri e provare a sentire la sofferenza di quegli animi è già un po’ guarire anche nel corpo.

“Un medico, chi altri potrebbe meglio comprendere questi confini dell’anima”.

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