Pubblicato il: 9 gennaio 2019 alle 8:00 am

Dall’omertà ai social, un libro per interpretare le mafie Tra simboli e luoghi comuni la storia della criminalità si è radicata sedimentando un tessuto culturale favorevole. Il lavoro di Enzo Ciconte svela e interpreta questo linguaggio. E diventa uno strumento di lotta

di Anna Giuffrida.

Roma, 9 Gennaio 2019 – Le parole sono importanti. Ma anche il linguaggio, spesso silenzioso di gesti e azioni, serve a comprendere realtà che nei secoli hanno saputo cambiare pelle, come la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra adattandosi ai cambiamenti della società. Dal silenzio dell’omertà, tipica di una parte dei mafiosi già nell’ottocento, alla esposizione mediatica dei nostri giorni sui social network, la mafia non ha smesso di insinuarsi nel tessuto sociale. Una mafia mutevole e spesso invisibile, sempre a caccia di consensi e relazioni. A raccontare questo aspetto poco conosciuto del fenomeno mafioso è il professore Enzo Ciconte nel suo libro ‘Dall’omertà ai social. Come cambia la comunicazione della mafia’, edito da Edizioni Santa Caterina.

Il libro, in un viaggio che parte nell’ottocento per approdare nel presente, fa chiarezza su alcuni luoghi comuni ed equivoci storici che in certi casi hanno influito sulla diffusione della cultura mafiosa o ne hanno rafforzato il consenso e il potere. Come nel caso del brigantaggio, considerato erroneamente antenato della mafia: un’identificazione che ha favorito la fascinazione del mafioso, a cui vengono riconosciuti tutti quegli aspetti positivi e i meriti che nel tempo la figura del brigante ha acquisito. O come nel caso del binomio mafia e omertà, un luogo comune che l’autore sfata attraverso cenni storici precisi.

“Omertà e silenzio appartenevano ai picciotti, perché i capi dovevano farsi vedere per essere riconosciuti e rispettati – spiega Enzo Ciconte, professore di Storia della criminalità organizzata presso l’Università Roma Tre, durante la presentazione del suo libro – I capi durante la formazione delle organizzazioni mafiose parlavano con i baroni, i sindaci, con il prete, con il comandante della stazione dei carabinieri, con il farmacista che erano le ditte di quella realtà. Parlavano con loro e stabilivano con loro alcune cose da fare. Erano gli altri che dovevano stare zitti e che non dovevano rivelare segreti”.

Simboli e linguaggi che rendevano, un tempo, riconoscibili gli appartenenti alla mafia. Come i tatuaggi, fatti solitamente in carcere con strumenti rudimentali, che rappresentavano una prova e una forma di coraggio. O linguaggi silenziosi, come l’acconciatura dei capelli ‘a farfalla’ con la riga in mezzo o l’uso di alcuni capi di abbigliamento, come la coppola e la giacca di fustagno in velluto, entrati nell’immaginario collettivo. Ma la mafia ha usato anche gli omicidi per comunicare. “Gli omicidi erano un modo per parlare ma anche, può sembrare un paradosso, per rassicurare – chiarisce l’autore, che con lo sguardo dello storico fornisce nel suo libro innovative chiavi di lettura sulle mafie – Di fronte ad un delitto di mafia noi che non siamo mafiosi siamo tranquilli, perché a nessuno di noi capiterà mai. L’omicidio mafioso non crea preoccupazione, terrore perché ‘Se lo hai ammazzato qualcosa ha fatto’, oppure ‘Che importa? Tanto si ammazzano tra di loro’. Sono linguaggi e modi di pensare che creano una cultura, un modo di intendere la vita che separa e divide. Linguaggi antichi che nel corso del tempo sono stati sottovalutati, eppure queste manifestazioni sono importanti”.

Ci sono passaggi storici che hanno rappresentato un cambiamento e che l’autore spiega attraverso una raccolta di articoli e saggi degli ultimi vent’anni, a volte anticipando nelle analisi le cronache giornalistiche del tempo. Come quando una parte della ‘ndrangheta, quella dei De Stefano, cercò di spostare l’asse politico della ‘ndrangheta a destra e organizzò una riunione. Riunione che fu interrotta. “Chi informò la polizia fu uno dei capi, Domenico Tripodo. Perché lo fece? Lui sosteneva Democrazia Cristiana che in contraccambio non faceva mancare nulla alla ‘ndrangheta – racconta il professore e storico Ciconte – C’era un particolare, che Domenico Tripodo era latitante. Il questore di Reggio Calabria quindi incontra un latitante: erano due autorità che si incontravano per risolvere un problema”. E aggiunge: “La mafia quando vuole si fa trovare. La mafia al Nord quando vuole si manifesta. A Reggio Emilia la mafia decise, tempo fa, di fare una campagna stampa contro le interdittive della Prefettura. Anziché sparare hanno organizzato una campagna stampa presentando questi mafiosi come paladini”.

Perché ‘sparare’ non è il solo linguaggio conosciuto e praticato dalla mafia. Lo dimostra il racconto degli anni del terrorismo mafioso. “Durante il Maxi processo la Cupola disse ‘omicidi niente’. Ma è successo un fatto curioso, che ci fu l’omicidio di un bambino. La cosa fu clamorosa perché distruggeva l’ideologia mafiosa, che non era vera, secondo la quale non si ammazzano né donne né bambini – prosegue Ciconte – Nel corso del processo, Giovanni Bontade si alza e prendendo la parola dice alla Corte ‘Noi non siamo stati’. Quel ‘noi’ era la conferma plateale che erano mafiosi. E che quel divieto di omicidi era per la durata del processo lo dimostra il fatto che la sera stessa, dopo la pronuncia della sentenza di condanna dei mafiosi, ripartì la mattanza”.

L’autore conduce per mano il lettore attraverso gli avvenimenti storici spiegando come sia naturale che alcune fasi storiche siano finite, come quella delle stragi durata fino al ‘93/’94 in un’escalation di violenza, e come sia inevitabile che il mafioso, il camorrista o ‘ndranghetista usino nuove forme di comunicazione, come i social. Nella piazza virtuale, che fa da megafono a quella reale, parlano uomini e donne dei clan, che negli anni si sono ritagliate ampi spazi di potere, senza timore di esibirsi e farsi riconoscere “anche perché sono già conosciuti”, come puntualizza il professore Ciconte. “Uno di Lamezia Terme, tempo fa, ha messo un post dopo una condanna in primo grado a vent’anni di galera. ‘Stasera mangio pesce fresco’, aveva scritto – racconta l’autore del libro – Scrivere su Facebook per loro è una cosa che dura 30 secondi. Non è che esprimono grandi concetti. Il mezzo è nuovo e potentissimo, ma i contenuti sono vecchi come il mondo. Non c’è un messaggio che ti colpisce, ti rimane l’immagine truculenta, ti colpisce la velocità e il commento, ma non il contenuto. Esibiscono un modello di ricchezza vincente, d’altronde la mafia e la corruzione sono un mezzo per diventare ricchi. Loro hanno una capacità maggiore di occultare la ricchezza, e quindi come l’hanno prodotta la ostentano”.

Uno strumento nuovo e tecnologico, quello dei social, che nasconde ancora parecchie insidie, e sfruttato anche per questo dai mafiosi. Lo spiega lo stesso Ciconte: “Quando si fa un post ci sono i ‘Mi piace’. Il mafioso cosa fa, se inizi a mettere ‘mi piace’ e poi non lo fai più ti contatta e magari ti chiede ‘Come mai? Che succede? Non mi segui più, non mi vuoi bene?’. E’ un modo per controllare, su cui nessuno può dire nulla perché nessuno se ne accorge. Così mettono nelle condizioni, volente o nolente, di mettere ‘mi piace’. Una forma di controllo quindi, ma anche di avvicinamento”.

Come emerge anche dal libro, capire la comunicazione e il linguaggio delle mafie ci aiuta a riconoscerla e interpretarla. Perché è questa la strada necessaria a quanti vogliono fare una efficace, concreta lotta sociale alla criminalità organizzata. Una lotta che, tra l’altro, è possibile vincere come ribadisce con fermezza e forte della storia il professore Ciconte: “Cosa Nostra corleonese non c’è più, è finita quella realtà lì. E’ un capitolo chiuso, come quello dei Casalesi. Dove sta scritto che non possiamo sconfiggere anche gli altri? Non sono invincibili, per niente”.

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