Pubblicato il: 9 gennaio 2019 alle 7:00 am

Farmacie notturne, sono sempre di meno Aumentano i disagi dopo la liberalizzazione degli orari. A Roma sono passate da 60 a 27, per il momento. Soffrono anche Torino e altre grandi città. Alcuni Ordini in cerca di soluzioni

di Fabrizio Morlacchi.

Roma, 9 Gennaio 2019 – A luglio scorso il fatto che una turista in vacanze sull’isola d’Elba non abbia trovato una farmacia aperta di notte, ha fatto notizia.

Il sindaco di Portoferraio, interpellato in quella circostanza, ha risposto che l’orario arriva fino alle 23 e che il servizio notturno è comunque garantito: “Basta telefonare al numero fuori dalla farmacia di turno e il farmacista arriva subito”, ha detto. Per una strana congiuntura quella notte il cellulare del farmacista a cui la turista ha chiamato, non era raggiungibile. Ed è stata costretta a rivolgersi al pronto soccorso.

Ma è un problema solo della bellissima isola toscana? No. Quello delle farmacie notturne è un problema che investe tutto il Paese, anche se con ripercussioni diverse a seconda delle aree geografiche. Basta consultare le pagine web dei vari Ordini regionali dei farmacisti. A Bologna città, restano aperte 24 ore su 24 solo in 3; tre anche a Venezia, una a Perugia.

A Torino, in una lettera pubblicata da un quotidiano nazionale, un lettore tempo fa lamentava: “Le farmacie aperte per tutta la notte, fino alle 8 del mattino, per intenderci, sono tre in tutta la città, più una che chiude a mezzanotte. E’ normale?”.

E’ normale, purtroppo, anche se non lo è.

Una volta la regolamentazione che dettava i parametri di un servizio pubblico esisteva ed era chiara, e per le farmacie si stabilivano turni bilanciati sul territorio. I turni festivi e i notturni venivano effettuati secondo una geolocalizzazione territoriale. Zone a più alta densità, più dilatati; periferiche, turni più serrati. Il servizio notturno, su base volontaria. Chi voleva garantirlo lo comunicava all’asl di competenza e all’ordine: io sto aperto oltre l’orario.

Poi è arrivato il decreto Monti, quello sulla liberalizzazione di orari e prezzi, dopodiché chiunque può restare aperto anche oltre l’orario canonico, senza essere tenuto a comunicare alcunché. I turni e gli orari di farmacia stabiliti dalle autorità competenti in base alla vigente normativa non impediscono l’apertura della farmacia in orari diversi da quelli obbligatori, dice espressamente il comma 6 dell’art.11.

Quindi un farmacista può chiudere alle 19, o alle 21 e può anche non farlo con regolarità. Stesso discorso per la domenica. Può restare aperto fino alle 13, magari quella successiva decide di non aprire e così via.

Ricordiamo che parliamo di farmacie, dunque non di un negozio qualsiasi. Cosa comporta tutto ciò? Semplice: se le farmacie aperte non sono comunicate sulle apposite bacheche e negli elenchi che solitamente vengono pubblicati anche sui giornali, un cittadino che avesse bisogno di un medicinale oltre il normale orario, rischia di fare chilometri in cerca di una insegna illuminata e una porta aperta quando potrebbe essercene una dietro casa.

Il danno, però, riguarda anche la stessa categoria di farmacisti.

Prendiamo il caso di Roma, dove tante, anziché chiudere alle 19.30 chiudono alle 21, alle 22 o tirano fino alle 23. Cioè nella fascia oraria che era considerata la migliore da chi si sobbarcava il servizio notturno, in quanto dopo la mezzanotte è considerato un servizio in perdita

Dunque, se diverse farmacie restano aperte fino alle 23 sottraggono la gran parte di clienti a chi fa il notturno.

La conseguenza qual è stata? Che le farmacie aperte di notte a Roma fino alla legge Monti erano circa 60. Attualmente si aggirano intorno a quota 27. Ma ben presto potrebbero diventare 20 o addirittura 15, una per municipio.

Tradotto per il cittadino significa che probabilmente troverà più farmacie aperte fino alle 22, 22.30 ma dopo dovrà attraversare tutta la città per trovarne una aperta e comunque dovrà muoversi a tentoni, perché quelle disponibili non sono indicate nei consueti elenchi di orari, come pure accade in diverse città.

L’Ordine dei farmacisti di Roma sta cercando di porre rimedio ma è chiaro che si tratta di una questione non facile, anche da un punto di vista amministrativo. Ad esempio, chiedere alle farmacie aperte fino alle 23 di comunicarlo, oltre che impegnarsi a rispettare questo orario per un tempo stabilito, potrebbe essere in contrasto con il decreto Monti.

Morale, le liberalizzazioni alla fine si rivelano un danno per il cittadino in un servizio pubblico come le farmacie. L’errore è stato proprio quello di equipararle ad altri esercizi commerciali.

Vi è poi un’altra questione legata all’apertura notturna. Quando la farmacia è chiusa, si pagano i diritti addizionali. In pratica sono una maggiorazione (in alcuni casi detraibile) sul costo dei farmaci acquistati che scatta se la farmacia opera a “battenti chiusi” oppure “a chiamata”; nessuna maggiorazione si applica durante l’orario di apertura, come abbiamo detto, liberamente scelto dal titolare, il quale può, volendo, anche stare aperto 24 ore su 24. La maggiorazione (che in alcuni casi costa più del farmaco stesso) non si applica in caso di farmaci prescritti in regime di SSN dalla Guardia Medica oppure dal medico qualora abbia precisato il carattere di urgenza; e neppure se la farmacia svolge il servizio notturno a battenti aperti, cioè con la saracinesca alzata.

A titolo di curiosità, nella Svizzera italiana la sovrattassa per i farmaci acquistati “fuori orario” (durante i picchetti, è la frase utilizzata nel Bellinzonese) è di 17 franchi e 30 centesimi. In Italia tali diritti addizionali possono arrivare a 7 euro e 50 centesimi, che salgono a 10 per le farmacie rurali sussidiate.

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