Pubblicato il: 13 gennaio 2019 alle 7:00 am

Il falò di Sant’Antonio: addio all’inverno Riti e feste antichissime in onore del santo protettore degli animali

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 13 Gennaio 2019 – L’Epifania tutte le feste si porta via? Forse sì, ma non per Sant’Antonio abate! Le tradizioni vanno rispettate e onorate, ed è per questo che, come ogni anno, la notte del 17 gennaio in tutt’Italia vengono accesi numerosi falò dedicati a Sant’Antonio Abate, che secondo la tradizione simboleggiano la fine dell’inverno e l’imminente arrivo della primavera.

Antonio abate è uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato in Egitto intorno al 250, a vent’anni abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in un deserto e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356, il 17 gennaio appunto. Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi di tutto l’Oriente. Anche Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio. Nell’iconografia è raffigurato circondato da animali domestici (come il maiale), di cui è popolare protettore.

Le origini della tradizione dei fuochi risalgono al III secolo d. c., quando dall’Oriente si diffuse la dedizione per la figura di questo Santo. Col passar del tempo la dedizione del popolo per Sant’Antonio non venne mai meno, tanto che durante il Medioevo venne presa la decisione di festeggiare la sua festa il giorno in cui mori nel suo eremo.

Ma la tradizione di accendere nella notte del 17 gennaio dai falò per simboleggiare la fine dell’inverno risale a molti secoli prima di Sant’Antonio e ha le sue origini nella Irlanda celtica: in quel periodo i Celti festeggiavano il dio Lug, signore della morte e della resurrezione, che era sempre accompagnato da un cinghiale, uno degli animali simbolo delle popolazioni primitive europee, e il rogo simboleggiava non solo la fine dell’inverno, ma anche le fiamme infernali. D’altra parte, il fuoco, uno dei quattro elementi della filosofia greca antica, è presente anche nella liturgia cattolica, come le lingue di fuoco della Pentecoste e, ovviamente, i fuochi della notte di S. Giovanni. Ma il simbolo del fuoco, in tutte le sue complesse declinazioni, si sviluppa dall’Occidente fino al Giappone.

Il simbolismo del fuoco, il suo significato culturale e la sua presenza rituale sono fenomeni la cui persistenza, dalle origini ad oggi, non ha pari perché rappresenta la rigenerazione, la purificazione, l’origine, la mediazione tra terrestre e celeste, la fecondazione, la divinità, e così via.

Nel Medioevo, dopo lunghe e continue trasformazioni, la cultura cristiana si impossessò, come spesso è accaduto, dei personaggio del dio Lug e della sua storia, sovrapponendo ad esso la più rassicurante figura di Sant’Antonio Abate, con la sua barba bianca e il bastone pastorale, mentre il rogo perse le sue caratteristiche pagane, diventando un rito di passaggio tra due stagioni e il cinghiale divenne un più innocuo maialino, allevato dai contadini per piatti prelibati.

Molte sono le tradizioni legate a questa festa assolutamente contadina, tra cui quelli che, se le fiamme del rogo andavano verso ponente, l’annata dei campi sarebbe stata buona, ma al contrario, non sarebbe andato tutto per il meglio. Si diceva anche che, se qualcuno malato di herpes zoster lo avesse toccato, il santo lo avrebbe miracolosamente guarito da tutti i suoi mali (la malattia è ancora chiamata, in una sua manifestazione, fuoco di Sant’Antonio).

Nell’Italia meridionale, la seconda settimana di gennaio fa spazio a giorni di grande festa per una delle ricorrenze più sentite, come in Campania.

Musica, balli, folklore e devozione si fondono per festeggiare Sant’Antonio Abate, che qui è chiamato familiarmente Sant’Antuono, per differenziarlo dal più famoso Antonio da Padova. A Napoli è la zona del centro storico la parte più rispettosa della tradizione dei cosiddetti cippi per Sant’Antonio, falò che venivano accesi ed alimentati dalle persone del quartiere con oggetti personali non più utilizzati per garantirsi la protezione del santo e scacciare la sfortuna e le malattie. In particolare la tradizione è ancora viva nel cosiddetto “buvero ‘e Sant’Antuono“, borgo dedicato al Santo che prende il nome dalla chiesa omonima, e nei rioni di Forcella e della Sanità.

Anche a Piazza Mercato si svolge il caratteristico falò, ‘O Fucarazzo ‘e Sant’Antuono: consiste nell’ accatastare diversi materiali e oggetti in disuso combustibili con l’accensione di un grande fuoco. Nell’occasione animali e statue del Santo vengono benedetti.

A Macerata Campania, la città dei bottàri, i preparativi per la Festa partono ancora prima di Natale, con la preparazione dei caratteristici Carri di Sant’Antuono e le prove musicali delle Battuglie di Pastellessa. I Bottàri fanno parte del patrimonio lessico/musicale dell’alto casertano e fanno del ritmo ancestrale la loro unica fede: botti, tini, falci strumenti atipici diretti dal capopattuglia cadenzano antichi ritmi processionali che sono vera e propria trance, animando i rioni del paese.

Quest’anno oltre 1200 bottàri prenderanno parte alla storica festa, suddivisi su 18 carri che sfileranno per le strade cittadine.

A Quindici, in irpinia, si lavora al grande focarone di Sant’Antonio. Qui, per assicurare che ci sia una continuità nelle tradizioni, i giovani del paese si impegnano accanto ai veterani. Due su tutti: Pietro Rubinaccio e Bruno Siano. Vengono realizzate vere e proprie strutture, riproduzioni in scala di edifici significativi del luogo, con fascine e canne di bambù. In uno spettacolo che unisce folklore e religione, come ogni anno il pomeriggio del 17 gennaio, i quindicesi si ritrovano in piazza San Sebastiano per rinnovare l’appuntamento particolarmente sentito. L’organizzazione è curata dall’Associazione ‘A Focara “Sant’Antonio”, il collaborazione con Proloco e Comune. I lavori sono in corso, le foto sotto mostrano un’anteprima del manufatto.

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Le origini

Anche questa manifestazione trae le sue origini in tempi antichi, in particolare nel XIII secolo. Al tempo i paesi si presentavano come una comunità prevalentemente agricola ed artigianale, dove il lavoro dei campi richiedeva l’uso di una ricca gamma di attrezzi e strumenti che venivano fabbricati dagli artigiani locali i quali, durante le tradizionali fiere agricole, per evidenziare la solidità degli attrezzi da un lato e per attirare l’attenzione dei passanti dall’altro, percuotevano con magli le botti, con mazze i tini e con ferri le falci, creando una commistione di suoni che scoordinati ed asincroni apparivano persino assordanti, ma che con i voluti miglioramenti ritmici, portarono alla creazione di quelle peculiarità sonore che ancora oggi caratterizzano la musica a Pastellessa.

Un’antica legenda popolare vuole, inoltre, che la Pastellessa (pasta con le castagne secche) sia nata come rituale per “scacciare il male”: infatti si racconta di contadini che percuotevano freneticamente botti, tini e falci nel tentativo di scacciare gli spiriti maligni dagli angoli bui delle loro cantine. Questo rituale ripetuto poi all’aperto, secondo l’antica leggenda, rappresentava un aiuto propiziatorio per il buon raccolto.

Il culmine delle feste popolari è proprio questo vocìo, queste grida, la frenesia primordiale della folla, il suono assordante degli strumenti, il sapore del panino con la salsiccia arrostita e quasi bruciata, in un’esperienza unica e coinvolgente, un momento di forte identificazione in cui un tempo tutta la comunità si sentiva, a vario titolo, naturalmente coinvolta, e oggi un’occasione di suprema liberazione e catarsi dai limiti della quotidianità.

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