Pubblicato il: 16 gennaio 2019 alle 8:00 am

«La nuova legge punta a costruire una cultura del rispetto, coinvolgendo anche scuole e famiglia» Il giudice Perrotti (che è stato magistrato addetto all’ufficio legislativo del Ministero della Giustizia) commenta il testo legislativo per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyber bullismo, a un anno e mezzo dalla sua promulgazione

di Arcangela Saverino.

Roma, 16 Gennaio 2019 – E’ sotto gli occhi di tutti la profonda evoluzione che la società ha avuto nell’ultimo ventennio. L’avvento dell’informatica e di internet nelle nostre vite ha completamente rivoluzionato il modo di comunicare e interagire, soprattutto per la nuova generazione che vive sospesa tra mondo virtuale e reale con un semplice click. Ciò che è mancato nel corso del tempo è un processo educativo e di alfabetizzazione volto ad un uso consapevole di strumenti che celano vere e proprie insidie, a discapito spesso degli adolescenti. Non a caso nel linguaggio contemporaneo si è diffuso il termine cyber-bullismo: coniato per la prima volta dal docente canadese Bill Belsey nel 2002, definisce il fenomeno diffuso in tutto il mondo occidentale di prevaricazione ripetuta nel tempo, perpetuata mediante uno strumento elettronico con il fine preciso di mettere a disagio la vittima di tale comportamento.

Un fenomeno che, dopo il suicidio della quattordicenne Carolina Picchio (la sua storia qui) ha reso necessario l’intervento del Parlamento e il via libera ad un testo legislativo contenente “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyber bullismo”. La legge 29 maggio 2017 n. 17 è la prima in assoluto ad affrontare il problema non solo in Italia, ma in tutta Europa e ha il merito di avere dato  una definizione di cyber-bullismo: “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”.

Una novità che non ha creato un nuovo reato, ma ha attuato vari strumenti preventivi. «Nel legislatore vi è stata la volontà di escludere, o quanto meno attenuare, le forme di repressione tipiche del diritto penale e di privilegiare gli strumenti di carattere preventivo ed educativo. Del resto, tutto il diritto penale minorile garantisce la massima tutela possibile al minore, sia quando è autore di reato, sia quando ne è vittima. La nuova legge punta a costruire una cultura del rispetto, coinvolgendo anche scuole e famiglia, che consenta di giungere ad un uso consapevole del web e di internet»,spiega a neifatti.it il Dott. Massimo Perrotti, giudice presso la Corte di Appello di Napoli che ha lavorato alla legge in qualità di magistrato addetto all’ufficio legislativo del Ministero della Giustizia. Una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori coinvolti, assicurando l’attuazione degli interventi sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti. Nell’ambito delle istituzioni scolastiche, la legge prevede che ogni istituto deve individuare tra i docenti un referente con il compito di coordinare le iniziative di prevenzione e di contrasto del cyber-bullismo, anche avvalendosi della collaborazione delle Forze di polizia nonché delle associazioni e dei centri di aggregazione giovanili presenti sul territorio «Secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata – continua Perrotti – era assolutamente indispensabile coinvolge le scuole e riconoscere alle istituzioni scolastiche un ruolo primario, in quanto ambienti aggregativi in cui si formano i minori e dove si verificano i fenomeni di prevaricazione e di denigrazione nei confronti di minori. A tale fine, la legge non introduce una pena, ma prevede strumenti sociologici, giuridici e pedagogici per attuare un piano di intervento educativo e formativo degli adolescenti coinvolti». Tra tali strumenti, vi è la procedura di ammonimento: in caso di ingiuria, diffamazione, minaccia o trattamento illecito di dati personali via web, fino a quando non vi sia una querela o denuncia, l’autore della condotta può essere formalmente ammonito dal questore che lo invita a non ripetere gli atti vessatori; lo stesso questore – assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti – può convocare il minore responsabile (insieme ad almeno un genitore o ad altra persona esercente la responsabilità genitoriale), ammonendolo oralmente ed invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge (gli effetti dell’ammonimento cessano al compimento della maggiore età).

Alla domanda come giudica la legge, Perrotti risponde: «E’ chiaro che bisogna aspettare qualche anno in più per capire se è efficace a contrastare il fenomeno, un anno dall’entrata in vigore è poco per valutare gli effetti del testo legislativo. Per il futuro, non si escludono interventi del Parlamento o del Governo per apportare modifiche e rendere ancora più efficace la legge. Occorre, tra l’altro, tenere in considerazione che il cyber-bullismo è un fenomeno che è molto cambiato con il tempo, come la nostra società del resto, e che potrebbe subire un’evoluzione nei prossimi decenni».

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