Pubblicato il: 17 gennaio 2019 alle 8:03 am

La deforestazione dell’Amazzonia: l’idea folle che mette a rischio il polmone verde del mondo Mentre Jair Bolsonaro ha annunciato la sua intenzione di espropriare le terre agli indiani amazzonici per sfruttarle, alcune popolazioni indigene sono minacciate di estinzione

da Manaus, Carmen Tablante.

17 Gennaio 2019 – Già nel 2017, ancora candidato, Bolsonaro aveva annunciato la sua intenzione di impadronirsi delle terre dei nativi. Adesso, come presidente, vuole sgomberare le loro riserve per sfruttare le vaste risorse dell’Amazzonia, come la riserva di Raposa Serra do Sol, che ospita circa 17.000 indigeni. Oltre al disastro ecologico, alcune popolazioni indigene sono minacciate di estinzione.

Il nuovo presidente del Brasile preoccupa gli scienziati: le sue dichiarazioni degli ultimi anni non fanno certo intendere ideali ambientalisti, tutt’altro. A completare il quadro di Bolsonaro, composto dall’omofobia, il sessismo, il razzismo, la misoginia, la difesa delle torture e della violenza, ci sarebbe anche la minaccia all’ambiente, che già attualmente non se la passa benissimo.

In qualità di presidente, egli controlla circa due terzi dell’Amazzonia, la foresta tropicale più grande del mondo e considerata il nostro polmone verde, già minacciato dalle pesanti deforestazioni e senza la quale rischiamo di ‘soffocare’ sotto i gas serra. Ma per lui le aree protette sono troppe e questo ostacola lo sviluppo del paese.

La vasta area dell’Amazzonia, che si stende sul territorio di otto stati, è la più grande foresta tropicale del mondo, considerata l’ultimo polmone del pianeta. I nativi, moli dei quali immuni da migliaia di anni da contatti con altre popolazioni, hanno mantenuto quasi puro il loro ceppo etnico e linguistico originario.Di loro non si sa molto, ma sappiamo che rifiutano il contatto, spesso a seguito di violenze terribili e malattie portate dall’esterno.

Alcuni hanno scelto l’isolamento dopo essere sopravvissuti al boom della gomma, durante il quale migliaia di indigeni furono ridotti in schiavitù e assassinati. Molti sono fuggiti nelle aree più remote dell’Amazzonia e da allora evitano il contatto prolungato.

Il progressivo sfruttamento del patrimonio amazzonico, gli interessi delle multinazionali, l’inquinamento prodotto dalle attività estrattive e i molteplici business che ruotano attorno a questo gigantesco “polmone” dovrebbero farci riflettere anche sui nostri stili di vita, su come usiamo i beni che la natura ci offre.

Negli anni ’50, Claude Lévi-Strauss stava già mettendo in guardia contro la scomparsa delle tribù e la fine della diversità umana. Alcune di queste tribù hanno vissuto nel loro ambiente domestico per migliaia di anni. Mostrano che un altro rapporto con la natura è possibile.

L’antropologo francese Philippe Descola ha trascorso tre anni con una di queste tribù, l’Achuar Jivaros. Questa popolazione amazzonica di 18.000 persone vive al confine tra l’Ecuador e il Perù. L’Achuar non ha né leader né gerarchia né culto. È il loro speciale rapporto con la natura che li governa, un’armonia con la natura, forme di interazione che non hanno portato alla distruzione delle risorse utilizzate.

Molto viene anche dalla loro particolare religiosità, un animismo per cui animali, piante, meteore hanno un’anima (wakan), come gli uomini. Per l’Achuar, in origine, tutti gli esseri avevano un aspetto umano. Gli Amerindi vedono “le popolazioni animali e vegetali come formanti un’unità sociale, secondo l’antropologo.

Le rassicurazioni del neopresidente non hanno convinto né la società civile né gli scienziati. Anche perché è ancora vivo il ricordo di Eldorado do Carajás, nella regione del Pará, una zona aperta allo sfruttamento minerario che è stata teatro di conflitti e morti nel passato. Qui l’aggressione ambientale è avanzata anno dopo anno: deforestazione, distruzione delle risorse idriche, esplosione demografica hanno formato ghetti di povertà, inondati di gente senza lavoro, senza più prospettiva di un futuro, dove predominavano la criminalità, le droghe e la prostituzione.

Per andare a fondo nel suo piano, Bolsonaro, ribattezzato anche ‘Il Trump dei Tropici’, ha fatto sapere di essere pronto a contrastare Greenpeace e il WWF, e di voler rimuovere la protezione alle terre delle popolazioni indigene e potrebbe addirittura riaprire la possibilità di costruire un’autostrada che attraverserebbe alcune delle aree più protette dell’Amazzonia. Il tutto rispettando, a suo dire, gli accordi di Parigi, evitando cioè l’innalzamento delle temperature oltre i 2 gradi, ma non è chiaro come, visto che la deforestazione dell’Amazzonia di certo non potrà aiutare a mantenere gli effetti del riscaldamento globale. Insomma, ad oggi non sappiamo esattamente quanto Bolsonaro potrà essere pericoloso per l’ambiente e per la foresta Amazzonica, ma le sue posizioni non fanno sperare nulla di buono.

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