Pubblicato il: 28 gennaio 2019 alle 7:00 am

Il colonialismo, tabù della Francia moderna La politica genocida dopo il secondo conflitto. L’assassinio di intere tribù tramite affumicatura. Gli attuali rapporti economici con alcuni Paesi e gli accordi di Bretton Woods

da Parigi, Sylvie Pasquier.

28 Gennaio 2019 – Si è discusso nei giorni scorsi del comportamento dei francesi, colpevoli di tassare e sfruttare le ex colonie. E’ veramente così?

C’era una volta un re, e poi anche un imperatore. Ci furono molti re, andarono a conquistare terre già abitate, e con la scusa di diffondere la civiltà massacrarono gli indigeni ribelli, trassero in schiavitù gli altri e si appropriarono delle risorse. E’ storia vecchia. Furono – anche – i francesi, verso il 1500, prima in America settentrionale, lungo il San Lorenzo e il Mississippi, poi nel mare dei Caraibi.

Una nuova fase del colonialismo francese cominciò nel 1830, con la conquista di Algeri, e da qui verso la successiva espansione in Africa settentrionale. Alla fine dell’800 la Francia controllava Algeria, Marocco, Tunisia (il cosiddetto Maghreb), le regioni occidentali a sud del Sahara, come Senegal, Zaire, Gibuti e Madagascar. Ma i francesi “civilizzarono” anche il lontano oriente, come l’allora Indocina, Cambogia, Vietnam e più tardi Laos.

Dopo la fine della Seconda guerra, la Francia tentò di mantenere il legame con le proprie colonie, ma ovunque dovette fronteggiare movimenti indipendentisti armati. La guerra d’Indocina (1946-1954) condusse a un assetto provvisorio del Vietnam, mentre nel 1953 la Francia dovette concedere l’indipendenza al Laos e alla Cambogia. Nel Maghreb la Tunisia e il Marocco ottennero l’indipendenza nel 1954 e 1956, ma le trattative diplomatiche non bastarono per l’Algeria. Qui i francesi condussero una politica genocida marcata da atroci crimini di guerra e contro l’umanità, soprattutto con l’assassinio di intere tribù tramite “affumicatura” (li obbligavano ad entrare in grotte, all’interno delle quali facevano entrare fumo).

I capi militari occidentali esultavano: «Ecco, mio buon amico – scriveva uno di loro – come si deve fare la guerra agli arabi: uccidere tutti gli uomini fino all’età di quindici anni, prendere tutte le donne e i bambini, caricarne dei bastimenti, mandarli alle isole Marchesi o altrove; in una parola finirla, annientare tutti quelli che non strisceranno ai nostri piedi come cani…».

A livello demografico, la conquista genocida condotta dalle truppe francesi provocò un calo importante della popolazione algerina, che in alcuni anni fu veramente decimata. E all’indomani della guerra si ricominciò: nel maggio 1945 ci furono migliaia di vittime: massacri, stupri collettivi, torture sistematiche o internamento di popolazioni civili in campi di «raggruppamento», la repressione francese fu, per quasi otto anni, (1954-1962), una serie infinita di crimini. Nella sua lettera di dimissioni, il segretario generale della polizia di Algeri Paul Teitgen, che pure era stato torturato dalla Gestapo, non esitò a paragonare i metodi dei militari francesi a quelli della polizia segreta del Terzo Reich. Secondo lo storico Mostafa Lacheraf, 132 anni di colonizzazione francese in Algeria avrebbero provocato in totale 6 milioni di morti algerini.

Eppure l’atteggiamento ufficiale della Francia quanto al suo passato genocida in Algeria resta negazionista.

Questa è storia. Oggi dell’impero coloniale francese restano la Guyana francese, le due isole antillane, Martinica e Guadalupa, l’isola Réunion nell’oceano Indiano (Dipartimenti francesi con diritto di voto e partecipazione al parlamento nazionale) e alcuni gruppi di isole nell’oceano Pacifico (Polinesia e Nuova Caledonia).

Alcuni di questi Paesi, dal 1945, cioè da quando la Francia ratificò gli accordi di Bretton Woods, oggi hanno come valuta il franco francese, nonostante in Europa non esista più perché sostituito dall’euro, e del cambio non se ne occupa la Banca centrale europea, ma il ministero del Tesoro francese. Inoltre, almeno il 65% delle riserve nazionali di molte ex colonie soprattutto africane sono depositate presso lo stesso ministero, che proprio in tal modo si fa garante del cambio monetario. In sostanza, la Francia ha a sua disposizione le riserve nazionali delle sue ex colonie, che, per essere sbloccate su richiesta dei legittimi proprietari, necessitano del preventivo via libera di Parigi.

E’ questo davvero uno sfruttamento da parte della Francia?

La scelta tra cambio fisso e flessibile non è mai univoca ed eterna: dipende dalle circostanze e dal contesto economico. Un Paese in via di sviluppo trae indubbiamente parecchio beneficio se è legato ad una moneta forte e stabile, almeno finché non l’economia non è forte. E’ molto più protetto. Senza escludere nel lungo periodo un ritorno ai cambi flessibili, cosa che del resto ognuno di quegli stati può fare subito, se lo vuole. È un’intesa che le parti coinvolte possono tranquillamente smontare, nel senso che non è un’imposizione.

Quali sono i benefici della Francia? Nessuno di rilevante. E allora i 10 miliardi depositati presso il Ministero del Tesoro a Parigi? La Francia si fa garante con potere di intervenire sul mercato dei cambi (acquistando o vendendo quella valuta) per ripristinare il valore concordato. Dove questo non è successo – vedi Sud America – l’economia è crollata.

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