Pubblicato il: 6 febbraio 2019 alle 7:00 am

L’insostenibile leggerezza dell’Università in Francia Giro di vite contro gli extracomunitari: si comincia dalle università, nonostante i molti illustri personaggi della cultura che hanno studiato qui

da Parigi, Sylvie Pasquier.

6 Febbraio 2019 – L’insostenibile leggerezza dell’essere è il celeberrimo romanzo che ha finito per far conoscere al grande pubblico lo scrittore ceco Milan Kundera nel 1989, che dimostra come nella vita tutto quello che ci sembra leggero non tarda a rivelare il proprio peso, appunto, insostenibile. “Chi è pesante non può fare a meno di innamorarsi perdutamente di chi vola lievemente nell’aria, tra il fantastico e il possibile: mentre i leggeri sono respinti dai loro simili e trascinati dalla compassione verso i corpi e le anime possedute dalla pesantezza”. Così l’autore, espulso dal suo paese per la sua partecipazione alla Primavera di Praga, deve aver pensato quando sceglie i francesi come suoi connazionali d’elezione: in Francia ha insegnato all’Università di Rennes e a Parigi, dove tuttora vive e lavora, e da dove ha contribuito a diffondere la cultura e gli autori più interessanti del suo Paese nell’occidente europeo.

Molti personaggi illustri hanno frequentato gli atenei francesi, del cui genio ha beneficiato tutta la cultura nazionale, da Marie Curie a Costa-Gavras o Tahar Ben Jelloun, ma i politici attuali hanno la memoria corta, e a novembre scorso il primo ministro Edouard Philippe ha annunciato che le tasse di registrazione per i nuovi studenti aumenteranno. Ha parlato di una “strategia di attrattività per gli studenti internazionali”, ironicamente chiamata “Benvenuti in Francia”, mascherando da rivoluzione la sua riforma di stampo conservatore.

La Francia è il quarto paese ospitante per gli studenti stranieri nel mondo, eppure dal prossimo anno accademico gli studenti stranieri extracomunitari, che finora potevano venire a studiare in Francia allo stesso costo dei francesi, presto pagheranno molto di più. Mentre una laurea costa oggi 170 euro all’anno, un master 243 euro e un dottorato 380 euro, pagheranno rispettivamente 2.770 euro per il primo e 3.770 euro per gli altri due.

Molti intellettuali (e anche gli stessi studenti) si sono mobilitati col motto pas en mon nom, non a nome mio, contro questa riforma, che di fatto disincentiva la presenza di stranieri nelle università francesi, e contro il discorso del Primo Ministro che è apparso astratto e scollegato dalla realtà.

Nel corso della storia individui o intere popolazioni hanno dovuto abbandonare le loro case per sfuggire a persecuzioni, guerre e violenze. Tra loro sono numerosi anche i personaggi celebri che durante la loro vita sono stati costretti a cercare rifugio lontano dal loro Paese di origine per sfuggire a persecuzioni, per lo più politiche e/o razziali. La Francia è stata sempre terra di accoglienza, e oggi un francese su quattro ha un genitore o un nonno straniero e la parola “nero” fino all’altro ieri non si usava perché l’integrazione repubblicana ha sempre rifiutato di riconoscere una qualunque identità al colore.

Ma l’onda conservatrice è arrivata anche nel Paese delle idee illuminate, e molti hanno dimenticato tutti quei grandi stranieri che hanno dato lustro alla nuova patria, a partire, solo per citare il XX secolo, da Marie Curie, che all’età di 24 anni lascia Varsavia per studiare alla facoltà di scienze di Parigi grazie a una borsa di studio. Si classifica al 1° posto alla Mathematics Aggregation e sarà l’unica donna a vincere due premi Nobel, per la fisica nel 1903 e per la chimica nel 1911.

O Boris Ephrussi, genetista nato a Mosca nel 1901, che a 19 anni emigra Parigi dove si laurea alla Facoltà di Scienze in zoologia, botanica ed embriologia. Nel 1946 è creata su misura per lui la prima cattedra di genetica all’università. È considerato il padre della genetica in Francia.

A un certo punto molti arrivano dalla Germania nazista, come Gisèle Freund, fotografa, che sostiene alla Sorbona la prima tesi in sociologia dell’immagine fotografica e sarà la prima donna a fare ritratti a colori – sue sono le foto della Yourcenar, di Cocteau, di Beckett, Gide, Woolf o Mitterrand – o Alexandre Grothendieck, un genio della matematica del XX secolo, che rivoluziona la geometria algebrica.

Anche il cinema deve molto agli stranieri, come a Costa-Gavras, che a 19 anni arriva in Francia dalla Grecia perché non gli è permesso di studiare per motivi politici: da regista riceve la Palma d’Oro a Cannes nel 1982, ha diretto la Cinémathèque française dal 1982 al 1987 ed è il suo attuale presidente. Della Francia ha detto: “Mi ha allevato e fatto di me un uomo”.

Arriva Tahar Ben Jellun, uno degli scrittori francesi più tradotti al mondo, nato nel 1944 in Marocco, vincitore di un Prix Goncourt nel 1987. Sulla decisione del governo della restrizione di accesso degli studenti stranieri alle università francesi ha dichiarato: “Avere tanti studenti stranieri in un paese è un bell’omaggio alla propria cultura, ma purtroppo stiamo andando indietro, e la Francia si sta chiudendo piuttosto che aprirsi”.

Citiamo per ultimo, in questa piccola lista che sarebbe lunghissima, il grande Marc Chagall: il pittore bielorusso naturalizzato francese era di origini ebraiche e per questo motivo perseguitato sotto il regime dello zar. Da Parigi si rifugia a Marsiglia ai tempi dell’occupazione nazista, per trasferirsi poi negli Stati Uniti.

La patria è stata finora la terra alla quale sentiamo di appartenere per nascita, cultura, storia, tradizioni, elemento di identità. Il mondo, però, è cambiato, le nazioni si sono unite in comunità, le guerre stanno via via spegnendosi e tutto ciò non fa che sfumare i confini tra i popoli e rendere “patria” una parola obsoleta.

Esistono ancora persone costrette ad abbandonare il proprio paese per varie cause, degrado, mancanza di risorse, conflitti… e anche oggi, quando ormai il sogno europeista è in crisi, la colta Europa rappresenta ancora il porto sicuro e il mito della cultura, come lo era nel ‘500. Solo che adesso il problema dell’immigrazione divide l’Europa, infiamma i dibattiti politici e scuote le coscienze di tutti.

Eppure l’incontro tra culture differenti dovrebbe portare a un arricchimento per entrambe, e, soprattutto, uno studente dovrebbe avere l’opportunità di esprimere le proprie capacità dovunque. I governi dovrebbero preoccuparsi allora di capire come accogliere chi decide di studiare da noi un’opportunità di arricchimento culturale, imparando a gestirlo e valorizzarlo.

Garantire il diritto allo studio degli studenti stranieri è il primo passo per favorirne l’integrazione; dobbiamo adattarci a un tempo che scorre velocemente e vuole abbattere i vecchi muri d’ignoranza, costruendo un mondo sempre più globalizzato.

“Con la cultura – dice Ben Jelloun – si impara a vivere insieme; si impara soprattutto che non siamo soli al mondo, che esistono altri popoli e altre tradizioni, altri modi di vivere che sono altrettanto validi dei nostri”. E il razzismo è in fondo solo “ciò che trasforma le differenze in disuguaglianze”.

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