Pubblicato il: 11 febbraio 2019 alle 8:00 am

Siamo tutti brava gente: gli italiani secondo me Calabresi, veneti, campani, un popolo di immigrati visto da molto lontano: dal Brasile un ritratto accurato e affettuoso

da Curitiba (Brasile), Màrcio Enrique.

11 Febbraio 2019 – So che sembra buffo leggere da un brasiliano una frase così usata tra gli italiani che arrivarono qui alla fine del XIX secolo. Se permettete, vorrei raccontarvi un po’ di quello che ho imparato dai figli degli immigrati con cui ho avuto il piacere di vivere alcuni periodi dall’infanzia fino ad oggi, con molti dei quali mi legano sentimenti fraterni.

Secondo una stima dell’IBGE (Istituto Brasiliano Geografico Statistico) fra la fine del XIX secolo e i primi 40 anni del ‘900, sono entrati in Brasile oltre 4 milioni di persone, di cui gli italiani rappresentarono il più importante gruppo di immigrati, superando persino i portoghesi. I primi arrivati, prevalentemente di origine veneta, si insediarono nelle regioni del Sud, a Santa Catarina, gli altri erano prevalentemente calabresi o di Salerno, quasi tutti di estrazione contadina. Lavorarono come braccianti nelle piantagioni di caffè (nella rapida crescita di città come Sao Paolo gli Italiani e i Calabresi furono i protagonisti). Dopo l’abolizione della schiavitù, la manodopera degli emigranti Italiani sostituì in buona parte quella degli schiavi. In quanto bianco e cattolico l’immigrato italiano era trattato diversamente dagli schiavi di colore, ma la qualità della vita era di poco superiore e le condizioni di lavoro ancora difficili.

Alcuni più intraprendenti abbandonarono le campagne e iniziarono a lavorare nel settore dei servizi, nel commercio, al dettaglio e all’ingrosso, contribuendo notevolmente al rapido sviluppo delle città brasiliane: Bràs, Bexiga, Barra Funda, Bon Retiro, sono alcuni dei quartieri completamente italiani, luoghi dove gli emigrati rinsaldavano le relazioni fra paesani, conservavano la loro cultura, come testimoniano le numerose feste dei Santi Protettori dei loro paesi d’origine.

E’ il loro modo di sentirsi italiani, legato a abitudini antiche, a un’idea di Italia che è ormai finita nella madrepatria, ma è ormai parte del contesto brasiliano, è una componente di una cultura che nella multietnicità, nell’apertura ha la sua grande forza.

Da bambino ho vissuto a lungo a Campo Largo, una città della regione metropolitana di Curitiba, la mia patria, una città storicamente ambita meta per gli immigrati appena arrivati ​​in Brasile, per molte ragioni, come il clima e il suolo, molto simili ad alcune regioni d’Europa, in particolare all’Italia.

Vivevo allora in un posto chiamato Vila Pompéia. Nelle vicinanze c’erano molti discendenti di immigrati tedeschi, polacchi e anche italiani. Ho conosciuto famiglie dai cognomi inconfondibilmente italiani, come Andreassa, anzi, la nostra scuola elementare aveva lo stesso nome. C’era anche un contadino italiano nella nostra regione, di nome Luis Mussi. E poi Basso, Lorenzetti, Zanlorenzi…

In seconda elementare feci amicizia con un bambino trasferito da noi, Luciano Fedalto: eravamo vicini di casa e siamo poi diventati buoni amici. Conobbi così tutta la famiglia. Adoravo l’allegria che si respirava da loro: in casa c’era una stufa a legna e sopra sempre una caffettiera pronta e la polenta. Parlavano spesso dell’Italia, e leggevano ad alta voce le lettere dei parenti, così indirettamente conoscevo le storie di tutti.

Dopo un po’ i miei genitori si separarono e io mi trasferii. Da quel momento è stato difficile rivedere i miei amici nella famiglia Fedalto.

Il mio nuovo paese, Santa Felicidade, era un’antica colonia di emigrati polacchi e italiani, e qui ho c’è mancato poco che diventassi sacerdote – rinunciando poi dopo un test nel Seminario. All’interno di questa comunità ho conosciuto più da vicino altri discendenti di italiani, i Manfron, i Tulio, i Toaldo, i Bazani, i Durigan, i Tessari, i Ferrari, i Masiero, i Lugarini, i Meneguzzo, e tanti altri, anch’essi per la maggior parte provenienti dal Veneto. Ma gli amici italiani a cui sono più legato sono stati i Bonvechio e i Valle.

Ricordo con grande gioia quello che chiamavo lo zio Mauro, un uomo con un forte temperamento, di grande umanità. Lui e sua moglie Maria furono i miei padrini di cresima. È scomparso da qualche anno, ma ha lasciato in me uno splendido ricordo dei bei momenti passati insieme e delle esperienze condivise. Ora sono ancora più legato a loro, per me Elizio, Silvana, Silmara e Sandra sono fratelli.

Con la famiglia Valle (Vale) ho imparato il dialetto veneto e ho assaggiato molti piatti della cucina italiana. Molte delle informazioni sull’Italia che hanno condiviso con me mi sono servite per il mio corso di perfezionamento (TCC), che ho completato per laurearmi in Geografia, nel 2011, per cui alla famiglia Valle sono molto grato, oltre che per avermi aiutato nei momenti più difficili, offrendomi lavoro, fiducia, amicizia.

Santa Felicidade era nata come colonia, ed era proprio un bellissimo quartiere, che ancora oggi mostra in ogni angolo la storia dei suoi fondatori. Anche qui la Chiesa cattolica, attraverso religiosi come Don Scalabrini, ha fatto sentire la sua presenza positiva, fatta di lavoro silenzioso e misconosciuto in favore degli immigrati. Esiste un bel libro su questo periodo, “Storia Dimenticata” di Deliso Villa, un lavoro bilingue scritto in veneto e portoghese, tristemente attuale ancora oggi, che racconta la sofferenza di un popolo, che per una serie di ragioni ha dovuto lasciare la patria. Tra le pagine si scopre la vita disperata degli italiani “magri come scheletri” che non avevano più niente da perdere e si affidavano a un viaggio verso l’ignoto, “importa poco che sia in Italia o dall’altra parte dell’Oceano Atlantico”, gli sguardi persi e rassegnati delle persone in attesa dell’imbarco al porto di Genova, dove erano addirittura derubate e truffate dai loro stessi parenti.

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Tuttavia, non è che all’arrivo in Brasile abbiano trovato una situazione molto diversa. Accanto al buon lavoro dell’Ambasciata italiana, che ha applicato accordi molto favorevoli tra governo e immigrati arrivati, sempre la chiesa, che non smise un attimo nella missione di organizzazione dei nuovi arrivati e di rivendicazioni dei loro diritti. Don Scalabrini fu poi canonizzato da Giovanni Paolo II come Padre e Patrono dei migranti: gran prete, grande persona, che praticamente senza grande sostegno riuscì a realizzare ciò che i gesuiti non hanno mai fatto per gli indiani e gli schiavi africani. La sua eredità più autentica, quella che fa di lui un profeta del mondo nuovo, è la visione di un’umanità unificata attraverso le migrazioni: “mentre le razze si mescolano, si estendono e si confondono, matura l’unione in Dio di tutti gli uomini”. E voglio sottolineare anche una differenza sostanziale con gli Stati Uniti, dove la difesa delle identità, non solo etniche, ma di genere o altro, è divenuta una lotta di potere in una società più ricca e apparentemente più strutturata di quella brasiliana.

Dopo essere stato organizzato in colonia, a poco a poco, la vita ha cominciato a migliorare a Santa Felicidade. E qui rinnovo la mia ammirazione per la grande forza degli italiani.

La partecipazione degli immigrati italiani alla vita delle nostre città ha portato un grande arricchimento culturale, così come per altri popoli che sono arrivati ​​qui. E non poteva essere altrimenti, dal momento che la regione meridionale del Brasile è stata quella che ha ricevuto più immigrati europei, principalmente italiani. Attualmente, circa 30 milioni di brasiliani sono discendenti diretti degli italiani. Gli altri, come me, hanno antenati portoghesi, spagnoli e indiani. Il Brasile li ha integrati, inclusi in una nuova cultura, fatta di abitudini, idiomi, costumi, non conflittuali tra loro, e neanche concorrenziali.

Il nostro giudizio sugli immigrati e su quelli di seconda o terza generazione è fraterno, senza pregiudizi. D’altra parte, il Brasile è tra i paesi più mistidel mondo, anche se in questo periodo si sta sviluppando una certa intolleranza e qualche idea di stampo nazi-fascista – per fortuna sono una piccola minoranza- che mal di adatta a un paese come il nostro.

Infine, cari amici, sappiamo bene che c’è un oceano che ci separa, ma nonostante questo vi sentiamo come fratelli nel cuore, anche perché le nostre radici culturali sono le stesse, i nostri antenati spagnoli o portoghesi vivevano insieme un tempo tra le penisole italica e iberica.

Il mio personale rapporto con l’Italia si è arricchito con l’arrivo della mia compagna Roseli Pasquini, discendente di immigrati italiani da Vicenza e Bologna. Abbiamo scoperto l’esistenza in Italia di un castello (ora hotel) di nome Pasquini, e scherzosamente ci siamo riproposti di andare in Italia per rivendicarne almeno un mattone come parte del patrimonio familiare. E chissà che non ci proviamo una volta o l’altra!

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