Pubblicato il: 14 febbraio 2019 alle 8:00 am

Perché l’Italia non può restare indifferente alla richiesta di aiuto del Venezuela Appello della comunità di affari italo-venezuelana: situazione drammatica delle imprese nel Paese. Servono interventi urgenti

da Caracas, Carmen Tablante.

14 Febbraio 2019 – Tra i paesi che negli ultimi giorni hanno dichiarato una netta posizione nei confronti della crisi del Venezuela, vi è il Perù e il Gruppo di Lima, che hanno preso una decisione cristallizzata alla riunione del 4 gennaio: «Dichiariamo chiaramente che se Maduro è entrato in carica il 10 gennaio, è stato un presidente illegittimo». È stato evidenziato che l’unica istituzione democraticamente eletta in Venezuela è l’Assemblea nazionale (AN), riconoscendo Juan Guaidó come presidente del Venezuela. Come hanno fatto altri 21 paesi dell’Unione europea. Il ministro degli Esteri peruviano, membro del gruppo di Lima, Néstor Popolizio ha detto chiaramente: «Il popolo venezuelano non può più resistere a questa crisi».

Un altro significativo allarme è stato lanciato dalla Camara de Comercio Venezolano-Italiana. “La business community italo-venezuelana tramite la Camera di riferimento chiede – si legge in una lettera aperta -, tramite Assocamerestero e Unioncamere, di rappresentare nei confronti delle istituzioni italiane, e in primo luogo del Governo, del Parlamento, del mondo delle imprese e della società civile, questa drammatica situazione che passa sotto silenzio, e che al di là delle imprese, intacca la condizione di diverse migliaia di lavoratori e delle loro famiglie e al contempo le opportunità che potrebbero invece essere colte attraverso un processo che possa essere anche inquadrato nell’ambito di una comune azione dell’Europa”.

Fortissima la preoccupazione espressa dalla Camara de Comercio Venezolano-Italiana (Cavenit), associazione di imprenditori italiani e italo-venezuelani operante nel Paese da più di sessanta anni, ente riconosciuto dal Governo italiano e facente parte del sistema camerale italiano.

“La crisi strutturale del Paese, i continui provvedimenti di nazionalizzazione, e l’incertezza istituzionale hanno creato un quadro di diffusa incertezza che si è acuito nelle ultime settimane. Nell’ultimo ventennio, l’Italia è stata parte di un approccio europeo sulla situazione politica venezuelana. E anche adesso per analizzare la situazione economica degli ultimi dieci anni, occorre continuare a mantenere un’ottica Europea”.

Per meglio comprendere le relazioni tra  Unione Europea e CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi), vengono fornite alcune cifre rappresentative: più di un miliardo e trecento milioni di persone; un terzo dei paesi dell’ONU; più del 50% del G20; 34% degli investimenti diretti dell’Unione Europea (UE) nella CELAC, equivalenti a cinquecento miliardi di Euro stabilmente investiti (più di quelli investiti in Russia, India e Cina nell’insieme); le piccole e medie imprese (PMI) rappresentano la stragrande maggioranza per numero di aziende e di lavoratori dei due blocchi; all’incirca 30 Paesi della CELAC hanno siglato accordi con paesi dell’Unione Europea; l’UE è il secondo partner commerciale, con più di 200 miliardi di scambi.

Senza contare i lunghi e stabili legami storici e culturali per trasformare i paesi della CELAC da esportatori di risorse naturali a esportatori di know-how.

A livello di PIL venezuelano le imprese europee rappresentano circa il 18% il che fornisce un indicatore sintetico dell’importanza dell’UE nel continente e quindi in Venezuela.

Storicamente l’Italia e la Germania si sono scambiati i primi posti della bilancia commerciale, con la differenza che le imprese italiane sono rappresentate, in maggior misura, da piccole e medie imprese che impiegano una maggior quantità di lavoratori, rispecchiando la struttura socioeconomica italiana. Le imprese italiane sono poi distribuite su tutto il territorio venezuelano, abbracciando la gran parte dei settori dell’economia ed in particolare i settori edile, agroalimentare, servizi, metalmeccanica, energia.

Negli ultimi vent’anni il Venezuela è passato da avere un’economia basata su relazioni di mercato tra imprese private, ad avere un’economia basata su relazioni tra Stato e singoli governi: in particolare Russia, Cina, Cuba, Iran, Bielorussia e Turchia hanno sostituito i paesi dell’Unione Europea.

Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) prevede per il 2019 una iperinflazione del 10.000.000,00%, con un’ulteriore riduzione del PIL del 5%. Secondo i dati dello stesso IMF, dal 2013 ad oggi, il PIL del Venezuela si è ridotto di circa il 50%.

Per quanto riguarda il numero di aziende attive, negli ultimi 10 anni la Consecomercio (Consejo Nacional del Comercio y los Servicios de Venezuela) rileva che sono sparite per lo meno 500.000 aziende, ne restano attive meno di 250.000 su tutto il territorio nazionale e, quelle strettamente manufatturiere, sono meno di 3.500. Inoltre dall’ultima inchiesta realizzata dalla CAVENIT sui suoi soci, risulta che le imprese, ancora attive, stanno lavorando ad un 30% della loro capacitá installata.

In questo contesto emerge il lavoro centrale portato avanti dalla Camara de Comercio Venezolano-Italiana (CAVENIT), con circa 800 associati imprenditoriali, punto di riferimento delle PMI e della comunità di affari italo-venezuelana, nell’accompagnare e aiutare la comunità imprenditoriale nella ricerca di possibili alternative economiche all’attuale crisi e per prepararle alla ricostruzione.

Non si può restare indifferenti di fronte a questa situazione, affermano i vertici dell’ente camerale italo-venezuelano, “perché vi sono tutte le possibilità affinché il Venezuela torni ad essere una delle potenze economiche dell’America Latina. L’Italia, corre il rischio di perdere la sua storica rilevanza nell’economia Venezuelana, dove è presente una delle più grandi comunità Italiane nel mondo, lasciando campo libero ad altri paesi Europei come Germania, Spagna e Portogallo”. Secondo i dati ICE, che arrivano sino ad ottobre 2018, le esportazioni dall’Italia verso il Venezuela, sono scese al di sotto dei 100 milioni, quando nel 2012 superavano i 1.000 milioni di Euro. (Foto copertina di Antonio Marín Segovia)

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