Pubblicato il: 18 febbraio 2019 alle 7:00 am

«I miei ritratti per cambiare le periferie di Napoli» Intervista al graffiti-artist Jorit Agoch: «I miei volti sono totem che fanno riflettere e generano emozioni. L’immagine di Pasolini a Scampia? Era molto legato a questa città». E sui colori spunta una scritta su Saviano

di Valentina Grasso.

Napoli, 18 Febbraio 2019 – Jorit Agoch (1990) è un graffiti-artist, autore di numerosi e famosi murales. Ha reso il territorio napoletano una tela sulla quale dipingere, con lo scopo di abbellire non solo i luoghi ma anche le coscienze delle persone.

Hai iniziato il tuo percorso come writer per poi specializzarti nella Street Art…

«Non mi piace il termine Street Art perché è un termine molto legato all’aspetto decorativo. Non a caso, Banksy che è considerato il più grande esponente della Street Art si definisce graffiti-artist; i graffiti sono una forma di ribellione e di lotta».

Nei tuoi murales ti concentri sulla realizzazione di volti. Perché questa scelta?

«Io credo che il volto rappresenti una sorta di totem che attira l’attenzione, che fa riflettere e che fa nascere emozioni nelle persone. È proprio attraverso il volto che noi ci relazioniamo».

C’è un tratto somatico del volto che ti affascina di più?

«Potrebbe sembrare banale ma sicuramente gli occhi. Gli occhi sono legati alla vista che è il senso più sviluppato negli esseri umani ed è quello con il quale ci relazioniamo con l’ambiente esterno».

Nei tuoi murales ci sono degli espedienti tecnici, come la realizzazione su uno sfondo nero, che ricordano i dipinti di Caravaggio. È stato un artista che ti ha ispirato?

«Sì. È stato un grande maestro come anche il pittore Rembrandt».

Nessuno dei volti che hai realizzato sorride. È un caso?

«Io credo che un ritratto non possa sminuire l’espressione di una persona. Ritrarre un volto non vuol dire bloccarlo in uno stato sorridente o corrucciato. Bisogna trovare un compromesso: ritrarre un volto con una espressione un po’ vaga».

Perché hai deciso di ritrarre Pier Paolo Pasolini e perché a Scampia?

«Pasolini è molto legato a Napoli. Lui parla di questa città come una grande tribù che non si è piegata all’omologazione del consumismo. Inoltre lui non considerava la periferia come un ambiente da aiutare in senso pietistico ma riteneva che nella periferia vivessero persone nobilitanti della storia in vista di un processo di emancipazione, progresso e rivoluzione dell’umanità. Credo che Scampia sia una delle periferie più martoriate d’Italia e che al tempo stesso rappresenti sia arte che rivoluzione. Purtroppo, spesso, vengono messi in risalto solo i problemi».

Cosa intendi con il concetto di tribù umana?

«Il concetto di tribù umana entra nelle radici, nell’identità e nell’appartenenza ad una comunità. Siamo appartenenti ad una tribù umana ma bisogna valorizzare le differenze di ogni comunità».

Nel corso dell’intervista è stata posta a Jorit una domanda (subito interrotta) in merito a dei messaggi nascosti, ma non del tutto, all’interno dei suoi murales: scritte come “rivoluzione, lavoro”, nomi come “Maria” o parole smezzate come “cesco”. La domanda in questione prevedeva la spiegazione circa una trascrizione molto forte riportata sul volto di Pasolini: Saviano infame servo del capitale. Una scritta quasi impercettibile ma presente e alla vista di tutti, a cielo aperto. Jorit ha declinato la domanda con un pronto e deciso «no comment». (foto di Roberta De Maddi).

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