Pubblicato il: 21 febbraio 2019 alle 7:00 am

La storia di Len, come antidoto all’emersione di nuove derive razziste A Napoli, dove vive da 12 anni, Cooper presenta il suo libro “The Children of my knee” e celebra il “Black History Month” insieme ai ragazzi di Nisida

di Fabrizio Morlacchi.

Napoli, 21 Febbraio 2019 – Quali e quanti possono essere i soprusi subiti da un ragazzo nero americano nato a Birmingham (Alabama) nel periodo più brutale della segregazione? Li ha descritti Len Cooper, nel libro autobiografico “The Children of my knee” (Createspace Independent Pub ed.). Una storia di riscatto e di coraggio, la sua. Una storia commovente che ha molto da insegnare a chi sogna e desidera una vita migliore, a chi nel buio della sua esistenza non perde la speranza, a chi è disposto a lottare per la vita e i suoi valori e per chi si preoccupa di accogliere il “diverso”.

Scrittore e giornalista con un ruolo di primo piano presso il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, oggi Len vive a Napoli, che definisce “la mia casa”, facendo riferimento alla generosità, alla tolleranza e all’apertura nei confronti del diverso. «Sono qui a Napoli da 12 anni – dice – la gente qui è stata sempre estremamente gentile con me, con uno sconosciuto. Sono ospite in questa città, ospite in questo Paese, e cerco di comportarmi al meglio ogni ora di ogni giorno. Adoro questa città e quando verrà il giorno di lasciarla, sono sicuro, così come quando sono venuto in questa città, piangerò» (Qui l’intervista completa).

Nel suo libro, Len parla della polveriera razziale del profondo Sud durante la sua infanzia, mostra come il retaggio della schiavitù persisteva anche dopo la sua abolizione. Pagina dopo pagina riesce a trasmettere al lettore tutta l’angoscia di una vita segnata da mille sofferenze e torture. Da giovane ha cercato conforto nella fede entrando in seminario illudendosi di trovare un luogo migliore, ma ha conosciuto il lato oscuro della Chiesa: omosessualità, alcolismo e corruzione in tonaca.  Anche quando Len decide di frequentare la scuola superiore dei bianchi, per la prima volta aperta ai neri, nella speranza di migliorare la sua condizione socio culturale, si imbatte in un luogo di vessazioni, marginalizzazione e mortificazioni profonde. Perché aveva la colpa di essere nato nero e la collettività manifestava in ogni gesto e occasione di volerlo “punire” per questo.

Ma il giovane americano non si arrende, decide di viaggiare e proprio un viaggio, quello a Gerusalemme, gli cambia la vita. Poi il lavoro al Washington Post e il successo da giornalista freelance. La vita di Len come le pagine “The Children of my knee”, mettono in evidenza il sapore della vittoria sulle circostanze più avverse e che possono sembrare insormontabili.

E della sua storia, Cooper, parlerà il prossimo 28 febbraio alle ore 17 ai ragazzi del carcere di Nisida. La testimonianza dello scrittore americano si iscrive nell’ambito del Black History Month, ricorrenza per promuovere lo studio e la conoscenza della cultura africana all’interno della scuola pubblica e per sensibilizzare l’opinione pubblica all’integrazione e alla comprensione del “diverso” come antidoto all’emersione di nuove derive razziste.

«Ho voluto fortemente raccontare la mia storia in un luogo che accoglie chi è privato della libertà personale – aggiunge Len Cooper – e che è chiamato a riflettere sulla propria condizione, per testimoniare che anche quando sembra impossibile, proprio quando sembra impossibile la vita può poi offrirci occasioni di riscatto e di rinascita. Ma bisogna volerlo fortemente. La scrittura mi ha aiutato molto in questo percorso di rinascita ma ciascuno di noi ha le chiavi per aprire nuove porte lungo il suo percorso».

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