Pubblicato il: 22 febbraio 2019 alle 7:00 am

Agromafie: crescono reati a tavola e il volume d’affari E’ di 24,5 miliardi il business della criminalità sull’agroalimentare nonostante la stagnazione dell'economia italiana e internazionale. E' quanto emerge dal sesto rapporto “Il crimine nel piatto", a cura di Eurispes, Coldiretti e Osservatorio Oca

di Massimo Saccone.

Roma, 22 Febbraio 2019 – E’ di 24,5 miliardi il volume d’affari complessivo annuale delle agromafie, con un balzo del 12,4% nell’ultimo anno, con una crescita che sembra non risentire della stagnazione dell’economia italiana e internazionale, immune alle tensioni sul commercio mondiale e alle barriere circolazione delle merci e dei capitali. E’ quanto emerge dal sesto rapporto sulle agromafie “Il crimine nel piatto”, a cura di Eurispes, Coldiretti, e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare.

Le nuove leve mafiose in parte provengono dalle tradizionali famiglie che hanno indirizzato figli, nipoti e parenti vari agli studi in prestigiose università italiane e internazionali e in parte sono il prodotto di un’operazione di arruolamento, riccamente remunerato, di operatori sulle diverse piazze finanziarie del mondo. Per il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, «è necessario che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri, garantendo che dietro gli alimenti in vendita sugli scaffali ci sia un analogo percorso di qualità che riguarda l’ambiente, il lavoro e la salute. Oltre ad applicare l’indicazione d’origine su tutti i prodotti – continua Prandini – va anche tolto in Italia il segreto sui flussi commerciali con l’indicazione delle aziende che importano materie prime dall’estero per consentire interventi mirati in situazioni di emergenza anche sanitaria che si ripetono sempre più frequentemente».

Nel rapporto si legge che i consumatori italiani prediligono i prodotti alimentari Made in Italy (82,7%). Il 67,7% controlla l’etichettatura e la provenienza dei prodotti. In ambito alimentare gli italiani si orientano nella gran parte dei casi verso i prodotti di stagione, privilegiati dal 73,7%, verso i prodotti con marchio Dop, Igp, Doc (il 56% li compra spesso) e senza olio di palma (55,8%); quasi la metà (49,3%) privilegia i prodotti a Km zero. I prodotti biologici vengono acquistati spesso dal 41,3% del campione. Eppure superano un terzo (37%) i consumatori che, indipendentemente dalla provenienza, scelgono i prodotti più economici. «Il rapporto non fa sconti a nessuno, le mafie occupano i grandi mercati ortofrutticoli, alcuni sostenendo la gestione, alcuni controllando i trasporti su gomma – dice il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho – nel settore della produzione agricola abbiamo chi paga il pizzo, con soldi, chi lo paga attraverso l’acquisizione di mano d’opera; dietro al caporalato c’è una mafia che spaventa, è un fenomeno colossale, importante, per questo si deve centralizzare l’analisi, adottare una strategia di contrasto, si deve iniziare da una centralizzazione. Carabinieri e Guardia di Finanza sono in grado di monitorare, ma questo lavoro poi si disperde nell’ambito del contrasto, è necessario avere banche dati collegate. In mancanza di centralizzazione facciamo il gioco delle mafie e non si può aggredire il fenomeno come si vuole», aggiunge Cafiero De Raho.

Per il 18,3% dei consumatori conta soprattutto quel che si legge nell’etichetta, per il 15,2% la garanzia offerta dalla marca, per il 13,4% l’esperienza diretta di parenti e amici, per il 12,5% l’offerta speciale sul prezzo, per l’11,8% il fatto che sia un prodotto italiano, per il 10% il prezzo, per il 9,3% la fiducia nel punto vendita, per l’8,5% la presenza di marchi Dop, Bio, ecc.; la pubblicità sembra costituire l’aspetto determinante solo per l’1%. La netta maggioranza degli italiani (67,9%) si dice disposta a pagare di più per un prodotto alimentare con materia prima interamente italiana, a fronte di meno di un terzo (32,1%) che si pronuncia invece sfavorevolmente.

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