Pubblicato il: 24 febbraio 2019 alle 8:00 am

Rileggiamo Eugénie Grandet E’ considerato il capolavoro di Honoré de Balzac, pubblicato nel 1833 fu tradotto in italiano, tra gli altri, da Grazia Deledda (Nobel per la letteratura nel 1926)

di Rosa Aghilar.

Roma, 24 Febbraio 2019 – “In certe città di provincia si trovano delle case la cui vista ispira una malinconia pari a quella che suscitano i chiostri più cupi, le lande più squallide o i ruderi più tristi. Forse in queste case ci sono insieme il silenzio dei chiostri e l’aridità delle lande, e gli scheletri dei ruderi; la vita e il movimento vi sono così sopiti che un estraneo le crederebbe disabitate, se all’improvviso non gli capitasse di incontrare lo sguardo vacuo e freddo di una persona il cui volto quasi monastico si sporge, al rumore di un passo sconosciuto, oltre il davanzale della finestra. Questi tratti malinconici si ritrovano nell’aspetto di una casa situata a Samur, in cima alla strada in salita che, attraverso la parte alta della città, mena al castello.

Questo l’incipit di Eugénie Grandet (nella traduzione italiana diventa Eugenia e Honoré diventa Onorato), forse il romanzo più conosciuto di Honoré de Balzac, forse il più importante della sua produzione letteraria.

Non una storia avvincente per lettori in cerca d’avventura e colpi di scena, ma la descrizione di un lento scorrere di una vita assieme ad altre vite, senza avvenimenti o accadimenti straordinari.

La potenza della narrazione si manifesta però, nella minuziosa descrizione del carattere dei personaggi, delle loro riflessioni, dei loro istinti e delle loro risoluzioni, il tutto immerso in un’atmosfera incolore e malinconica di un paesino francese, Saumur. E’ qui che nasce Eugénie, vive e passa il suo tempo spesso nella casa di famiglia: la tipica esistenza da ragazza rispettabile, in attesa solo di una luce dall’esterno, che le possa dare una speranza. E la luce arriverà, ma servirà solamente ad abbagliarla. Romanzo francese dell’ottocento, ammirato fin dal suo primo apparire per la straordinaria vitalità psicologica dei personaggi e per l’incredibile concretezza con cui è tratteggiato lo sfondo sociale. Un ritratto della società francese fedele e l’attenzione è focalizzata su uno dei personaggi più memorabili della letteratura: Félix Grandet e sull’intero nucleo familiare composto da una moglie totalmente sottomessa, una figlia ingenua che non conosce malizia e una devota donna di servizio. Eugénie, la figlia, ricopre il ruolo salvifico, rispetto all’economia generale dei fatti narrati e del rapporto etico che se ne deduce: non importa a quale prezzo, non importa se al dio denaro si sacrifica tutto, se un sentimento pure quale l’amore passi in secondo piano.

Scorrendo le pagine, siamo attratti dalla figura del padre di Eugénie, l’avaro per eccellenza: “Gli avari non credono a una vita futura, il presente è tutto per loro.”

Eppure non sfugge all’attenzione che la vera protagonista è appunto colei alla quale è intitolato il romanzo, dietro il quale si celerebbe la Maria della dedica iniziale, l’amante provinciale con cui lo stesso Balzac ebbe una figlia. È lei, la vinta, Eugénie dall’animo limpido è l’antitesi del padre. Si può dire che l’intero scritto di Balzac rappresenti un sapiente chiasmo tra la generosità della figlia, pronta a rinunciare a tutto in nome dell’amore e l’avidità paterna che si appassiona solo al denaro.

Sfiora sapientemente corde sensibili questo romanzo, raffinato nelle descrizioni minuziose e particolareggiate, tanto dell’ambientazione, quanto dei caratteri umani, la semplicità che denuda la realtà, una storia di quotidianità per parlare del reale.

neifatti.it ©