Pubblicato il: 27 febbraio 2019 alle 8:00 am

«Caro Papa, io medico del Sud, le chiedo di smuovere le coscienze nel nostro Paese» L’accorata lettera di un dottore al Santo Padre: «L’Italia è malata, ma non vogliamo arrenderci alla deriva morale e alle ingiustizie sociali di cui è vittima»

di Maurizio Cappiello*.

Napoli, 27 Febbraio 2019 – Caro Papa Francesco, sono un medico del Sud che vive il proprio lavoro come una missione e cerca di garantire il rispetto dei diritti dei lavoratori ma soprattutto la difesa di un diritto alla cura e alla salute Universale senza diseguaglianze di latitudine.

Ho già avuto il piacere di scriverLa nel Novembre del 2017 su un tema a noi giovani molto caro, ossia la precarietà del lavoro.

Da allora qualcosa è cambiato, alcuni di quei giovani medici sono riusciti a superare l’ostacolo del contratto a tempo indeterminato e fare un minimo di progettualità di vita, tanti ancora aspettano invece che questa legittima aspirazione si possa concretizzare.

La “generazione di mezzo” di cui le parlavo nella scorsa missiva, però continua a soffrire, quando si parla di precariato il riferimento è soprattutto alle condizioni di lavoro e di precarietà dell’assistenza che si riflettono inevitabilmente sulla qualità delle cure dei nostri malati.

È vero esistono fortunatamente tante eccellenze nel nostro paese che ci rendono orgogliosi agli occhi del Mondo, ma anche tante criticità che creano diseguaglianze.

Le sarà noto dai media le condizioni di sovraffollamento dei pronto soccorso e dei reparti in degenza di tutto il paese ma in particolare delle regioni meridionali dove la povertà costringe la gente ad utilizzare l’ospedale come ammortizzatore sociale per trovare risposte alle loro necessità, dove il bisogno di salute è sempre crescente sia per l’invecchiamento della popolazione sia per l’aumento di patologie oncologiche causate da una drammatica speculazione dei rifiuti tossici perpetrata dalle mafie in alcune aree del paese tra cui la triste “Terra dei fuochi”.

Se a ciò aggiungiamo una politica economica fatta di tagli, finalizzata alla riduzione del personale ospedaliero e dei posti letto dove ricoverare i bisognosi, il risultato diventa una micidiale riduzione dell’aspettativa di vita di circa 2 anni per chi vive al Sud.

Ma la cosa che fa più male alla nostra “generazione di mezzo” è  l’indifferenza della quasi totalità delle istituzioni, votate ormai ad un orientamento di assistenza alla salute di tipo privatistico con assicurazioni integrative e sostitutive, non certo alla portata degli oltre 5 milioni di italiani che vivono in assoluta indigenza, degli oltre 7 milioni che rinunciano alle cure dando priorità alle bollette da pagare o ai libri per i loro figli, oppure dalle centinaia di migliaia di immigrati che sfuggono alla loro povertà per trovarne un’altra nel nostro paese.

A tutto questo non mi arrendo!

Non ci arrendiamo ad una divisione del paese, non si arrende la mia generazione e non si arrende tutta quella gente che ha ancora crede in un paese unito e garante dei bisogni essenziali.

Qualcuno direbbe “ci vorrebbe un Miracolo” ma noi non chiediamo questo, chiediamo magari una sua preghiera di sensibilizzazione, magari fatta durante il Suo Angelus domenicale, con la speranza che almeno nel giorno del Signore ci possa essere un’attenzione ed una riflessione priva di distrazioni a questo grido di dolore e alla sofferenza della nostra gente. Con affetto.

* Medico del Sud

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