Pubblicato il: 7 marzo 2019 alle 7:00 am

Buffon e Rossi: instancabili sognatori Due leggende italiane. Non più giovanissimi ma capaci di emozionare e di emozionarsi ancora. Cosa hanno in comune?

di Andrea D’Orta.

Roma, 7 Marzo 2019 – Buffon classe ’78, Rossi classe ’79, due leggende italiane rispettivamente ancora in campo e in pista, a divertirsi come esordienti ed offrire spettacolo. Uno juventino e un interista, distinti solo da un legame calcistico agli antipodi, ma estremamente uniti da una passione senza eguali per il calcio e il motociclismo.

Avere l’entusiasmo di un bambino che per la prima volta respinge in volo un pallone o che sale per la prima volta in sella ad una minimoto, è soltanto uno dei segreti di questi due eterni sognatori. In fondo, sfido chiunque ad annoverare un estremo difensore o un campione delle due ruote che non si avvalga di un barlume di sana follia.

Parare/Sorpassare i luoghi comuni

Cristallizzare le performance nel tempo non è un’arte universale, specie quando sei uno sportivo professionista ancora in auge e ne hai un po’ di esperienza alle spalle, per usare un eufemismo. Quante volte i due totem azzurri sono stati etichettati “bolliti”. Quante volte avremo sentito dire “dopo i trenta inizia la fase regressiva”. Tante, finanche troppe. A ragion veduta, tutte direttamente proporzionali a smentite e rovescio della medaglia di detrattori, frutto di prestazioni ben al di sopra della media e continue negli anni. La vision adoperata da entrambi si avvicina molto alla filosofia kaizen: un rinnovamento a piccoli passi, giorno dopo giorno.

Un costante miglioramento dettato dal volersi perennemente mettere in discussione, alzando l’asticella. Uno dei motivi per cui ancora oggi sono considerati tra i migliori al mondo. Da Biaggi a Gibernau, da Hayden a Stoner, passando per i “moderni” Lorenzo e Marquez. Cambiano le rivalità, ma Rossi c’è. Sempre. Stesso copione per l’ex bianconero, che ha fronteggiato per il trono di miglior portiere al mondo i vari Kahn, Casillas, Cech, Neuer, fino ai colleghi più in voga del momento: Alisson, Oblak e De Gea.

Raccogliere sfide ardue, uscendo dalla zona di comfort

Volendo scegliere un aggettivo che descriva in senso lato la personalità dei due giovanotti, opterei per ‘coraggioso’. Un comune denominatore, quest’ultimo, consono alle intricanti sfide accettate. Coraggioso “The Doctor” quando dopo due mondiali vinti con la Honda, approdò in Yamaha, moto decisamente inferiore, per dimostrare a tutti il suo valore. Risultato? Due titoli iridati consecutivi. Sfrontato anche nel 2011, allorché si mise in testa di vincere anche in Ducati. Obiettivo fallito, questa volta; complici un feeling mai scattato con la moto e divergenze tecniche con la casa di Borgo Panigale. Eppure non si è mai nascosto, rimarcando le proprie colpe. Il periodo più difficile del pesarese, trasformato ben presto in energia positiva e voglia di rivalsa. Un’ ambizione mai sopita, quella di suggellare il decimo mondiale, neanche dopo le querelle del 2015 con il funambolico Marquez.

Rivalità, sfide tra italiani ed iberici che si intersecano anche nel destino, amaro in tal caso, del numero uno carrarese: nel 2015 a Berlino, sconfitta per 3-1 con il Barcellona, e nel 2017 a Cardiff, 4-1 inflitto dal Real di Cr7. La Champions, ad oggi, rimane l’unico tassello assente nel suo pluridecorato palmares. Un desiderio che dopo diciassette anni trascorsi sotto la mole, proseguirà all’ombra della torre “Eiffel”. Ma guai a definirla ossessione, questa rincorsa al trofeo. Per “Superman” – soprannome assegnato dai tifosi del Parma – la priorità è divertirsi, superare i propri limiti e provare ad essere ancora lì, nell’olimpo dei numeri uno. E pensare che dopo l’esportazione di un’ernia alla schiena, nel lontano 2010, in molti sostenevano che difficilmente si sarebbe ripreso. Previsione pessimistica sconfessata, puntualmente, da standard di prestazioni sempre alti. Dimostrazione palpabile? Il riconoscimento di miglior portiere conferito dall’UEFA a 37 primavere. Infine, da rimarcare, la sfida più temeraria di Gigi: restare nella Juve post Calciopoli, contribuendo alla faticosa risalita che da Rimini condusse alle porte di Berlino.

Sognare come un bambino, attraverso la follia dei grandi

C’è chi ridimensiona – fortunatamente pochi – quest’escalation infinita dei due fuoriclasse, subordinandola principalmente al dio denaro, o chi contesta loro un sentimento di paura per il post carriera. Troppo complicato, a volte, far riferimento alla dedizione impareggiabile verso il loro amato “gioco” o all’ambizione di riscrivere record e pagine di storia sportiva. Difficile, forse, rifarsi alla (sana) follia di sentirsi intrinsecamente ancora dei fanciulli, con la consapevolezza di trovarsi nei panni dei grandi e avere di nuovo, ancora una volta, tutte le carte da giocarsi per un obiettivo.

Complicato per via della rarità dei personaggi in questione. Perché custodire il sogno mondiale o Champions agli albori della carriera è bello, farlo a quarant’anni è tremendamente significativo. Con e dopo tutte le cicatrici, le cadute e gli ostacoli valicati. Quando vedi Buffon ritrovarsi come avversario Marcus Thuram (figlio di Lilian, ex compagno ai tempi di Parma e Juve) o quando vedi Rossi e scopri che Luca Marini dà gas nella Moto2 (il fratellino che prendeva in braccio ai primi titoli vinti) e magari l’anno venturo potrebbe raggiungerlo in MotoGP, sfiori l’essenza di queste storie fantastiche e, probabilmente, irripetibili. Che siano un monito per le nuove generazioni di enfant prodige, a partire da Donnarumma, Zaniolo e Chiesa per l’Italia calciofila, fino ad arrivare a Bezzecchi, Bagnaia e Morbidelli, per il mondo delle due ruote.

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