Pubblicato il: 8 marzo 2019 alle 8:00 am

Festa della donna/2 La storia drammatica di Artemisia Gentileschi, la pittrice che nel 2020 sarà al centro di una grande mostra alla National Gallery di Londra

di Vittoria Maddaloni.

Roma, 8 Marzo 2019 – Donna, artista, indipendente, in un’epoca in cui questi tre termini non potevano in nessun caso essere accostati.

La sua figura, purtroppo ancora misconosciuta (è molto più conosciuta e ammirata in altri paesi stranieri che in Italia), è stata riportata alla luce dalla corrente femminista; infatti, più che il talento ciò che di questa donna affascina è la forte personalità e la sensualità quasi tangibile nei suoi autoritratti, ancora densa di misteri, a partire dallo stupro subito dal pittore Agostino Tassi, al rapporto morboso col padre. Nata a Roma nel 1593, è considerata dai contemporanei una prostituta, cosa della quale soffre moltissimo, e poi ritenuta un’icona femminista nel XX secolo, ma è soltanto una grande pittrice con tanto coraggio.

Dai biografi dell’epoca sappiamo che Artemisia era una bellissima ragazza. Anche suo padre, Orazio, pittore dal discreto successo, lo sa, tanto che la fa accompagnare dovunque da una donna di nome Tuzia, che deve proteggerne la virtù, perché se non fosse vergine, non potrebbe trovare un buon partito.

Fin da bambina coltiva l’amore per la pittura, arte rigorosamente riservata agli uomini. Del resto, il padre stesso la incoraggia nella sua scelta, intuendo le sue doti eccezionali: insegnerà perciò a lei il suo mestiere, e non agli altri due figli maschi, al contrario di lei molto meno talentuosi. Orazio capisce subito che la ragazza diventerà una pittrice più brava di lui; le trasmette il profondo interesse per Caravaggio (che proprio in questo periodo raggiunge l’apice del successo), il cui stile influenza i suoi lavori.

Sua madre muore quando lei ha appena dodici anni, e dal quel momento in poi Artemisia cresce circondata da uomini, al centro di Roma, nel quartiere degli artisti. Lì è al sicuro da ladri, ubriaconi e prostitute che bazzicano la zona, e frequenta gli amici del padre, persone geniali ma anche violente, proprio come Caravaggio. Conosce Fillide Melandroni, la musa di Caravaggio, una prostituta bellissima, alcolizzata, abituata alle risse da strada, una donna che usa gli uomini per ottenere denaro e favori.

Tuzia va a vivere insieme alla sua famiglia, come governante, e forse diventano amiche: di certo le due uscivano insieme. Tuttavia, nonostante si preoccupi tanto di proteggere la figlia, Orazio ha la malaugurata idea di chiedere a un suo amico e collega, Agostino Tassi, di dare lezioni di prospettiva ad Artemisia: l’ambizione ha avuto la meglio sul buonsenso. Tassi si guadagna presto l’amicizia di Tuzia, e quest’ultima da chaperon si trasforma in ruffiana: è infatti proprio lei che permette a Tassi di entrare nella stanza da letto di Artemisia per violentarla, è lei a ignorare le sue grida d’aiuto. Dell’uomo si dice in giro che avesse ucciso la prima moglie ed era stato accusato di incesto con la sorellastra e di furto.

La giovane pittrice, cosa insolita per l’epoca, lo denuncia: è la prima volta che una donna, (anzi, una diciassettenne) accusa di stupro un uomo, e tutta Roma, scandalizzata, guarda a bocca aperta questa bellissima ragazza che viene continuamente condotta a testimoniare.

Questa la testimonianza che Artemisia farà poi al processo: “Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne.”

La scena è illustrata chiaramente nello splendido dipinto Giuditta e Oloferne (foto di copertina), dove Oloferne è Agostino mentre Artemisia si ritrae nelle fattezze di una Giuditta trionfante (Napoli, Museo di Capodimonte).

Il processo per stupro si protrae per 7 mesi, durante i quali la ragazza accetta di testimoniare sotto tortura – considerata un modo per accelerare il procedimento – dei “sibilli”: i pollici sono legati con delle cordicelle che, grazie ad un legno, vengono strette sempre di più intorno alle falangi. La tortura le avrebbe potuto impedirle di usare le dita per sempre: per una pittrice, una perdita irrecuperabile. Ma lei non si arrende, vince il processo e Agostino è condannato a scontare una pena di alcuni anni in carcere, ma siccome è uno dei favoriti del papa, viene presto graziato.

Ad Artemisia restano due alternative: entrare in convento e continuare a vivere la propria vita nell’ombra, o ripercorrere le orme di Caravaggio e combattere per il proprio diritto di diventare un’artista famosa. Sceglie la seconda e si trasferisce a Firenze, dove poco tempo dopo si sposa con un certo Pierantonio Stiattesi.

Il distacco è duro soprattutto per Orazio, morbosamente attaccato alla figlia: forse soprattutto per il fatto che più di una volta l’aveva usata come modella, dipingendola nuda, alcune voci vogliono che il rapporto fra i due sia segnato dall’incesto.

La giovane riprende a dipingere ed elabora una propria tecnica: si ispira a quella del Caravaggio e di Orazio, suo padre e maestro; predilige però tinte più violente con le quali crea i suoi magistrali giochi di luce ed ombra tendenti a risaltare qualsiasi particolare (in particolare delle stoffe e i drappeggi). Il matrimonio nel frattempo fallisce e lei si innamora follemente del suo mecenate e consigliere, Francesco Maria Maringhi, che però è già sposato. La loro storia a un certo punto diventa di dominio pubblico e Artemisia è costretta a lasciare anche Firenze, lasciandosi dietro un altro scandalo.

Nel 1616 Artimisia entra nella prima Accademia del Disegno Europea che è sorta a Firenze: è la prima donna a entrarvi. Tutte le corti europee ambiscono ad incontrare la bellissima artista che ormai non viene considerata a livello inferiore di un uomo.

Molti sono gli amanti che le si attribuiscono in questo periodo, ma secondo numerose fonti il grande amore di Artemisia sarà il musicista Nicholas Lanier con cui condivide la storia più importante, e al quale forse è da attribuire la figlia naturale Francesca (che come la figlia Prudenzia, avuta da Pierantonio, Artemisia educa all’arte e alla libertà.). La sua vita termina a 59 anni, nel 1652 a Napoli, dove, nonostante il successo riscosso in gioventù, muore sola e dimenticata da tutti.

I suoi dipinti, come Giuditta e Oloferne, sono di una raffinata sensualità: una donna che sopraffà fisicamente un uomo, una donna davanti alla quale l’uomo è letteralmente inerme. E le sue donne sono potenti: hanno le braccia forti, prendono gli uomini, loro vittime, per i capelli, affondano il coltello nella carne e li dissanguano, un atavico riferimento al defloramento di una vergine e al sangue che si sparge durante il parto. Li sottomettono con la forza. Le sue eroine – molti gli altri personaggi biblici femminili, come Giuditta, Betsabea, Ester- lottano e vincono contro un nemico forte e soprattutto uomo, uccidono nonostante i corsetti di seta, uccidono con addosso gioielli e vestiti eleganti: nessun altro pittore ha mai dipinto così chiaramente la linea sottile che separa morte e sesso, desiderio e distruzione, passione e impotenza.

Per chi volesse approfondire la conoscenza di questa grande pittrice, secondo  Roberto Longhi “l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto e simili essenzialità…”, consigliamo la biografia Artemisia di Alexandra Lapierre, Oscar Mondadori, o il bel film Artemisia – Passione Estrema del 1997.

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