Pubblicato il: 9 marzo 2019 alle 7:00 am

Il New Yorker: “Non andare in Italia” Sul prestigioso periodico statunitense un articolo (umoristico?) prende in giro la passione di tanti americani verso il Paese di Vasari, Bernini e Leonardo da Vinci

da New York, Stanley Ruggiero Tucci.

9 Marzo 2019 – Una volta da queste parti, in America intendo, prendevano in giro gli italiani per via delle “ricette perfette”. La ricerca della perfezione perseguita da ogni donna e da ogni uomo ai fornelli, da Aosta a Pantelleria, quando si preparano i piatti tradizionali letti e imparati dai ricettari di mamme e nonne. Qui veniva considerata una “mania”. Non so dire se era più invidia o semplice ironia.

Poi fu la volta della politica. Presero di mira Berlusconi. Che strano il destino: adesso c’è Trump!

Ma la vera spina nel fianco di ogni americano, quando si parla dell’Italia, è sempre stata l’arte. La ricca e potente America ha questa lacuna incolmabile a fronte di secoli e secoli in cui in Italia è stato prodotto il meglio del patrimonio artistico e monumentale di tutto il mondo.

Questa cosa agli americani proprio non va giù. Si, c’è chi ama tutto questo e mette in cima ai propri desideri di andare almeno una volta in Italia; e c’è chi giura che non ci andrà mai.

Il prossimo 11 marzo, la versione cartacea del periodico The New Yorker conterrà un articolo dal titolo “Italia”, firmato dallo scrittore e umorista Ian Frazier.

Il testo, già disponibile online nella sezione Shouts & Murmurs (Grida e Mormorii), con il titolo “Non andare mai in Italia”, Never going to Italy (Sottotitolo: Una grande parte del divertimento di non viaggiare mai da qualche parte è nella pianificazione), è un monologo che comincia così: “Una delle mie ambizioni da sempre non è quella di andare in Italia”.

Non so dire se ci sia più ironia o più sfottò nel lungo brano di Frazier, che non è nuovo a questo tipo di esercizi di scrittura, ha dedicato altri articoli al Paese di Leonardo da Vinci, Galileo e Bernini.

“Quando ero un ragazzo, in Ohio – scrive -, i miei genitori mi spingevano a desiderare qualcosa di più realistico, come non andare mai da nessuna parte nel Missouri (e in diversi stati lontani). Mamma e papà sapevano che non andare mai in Italia sarebbe stato irraggiungibile per gente come noi. Ma continuavo a sognare, mentre esaminavo le mie liste di posti in Italia che temevo di vedere, i cibi che speravo di non mangiare e le famose cattedrali che non volevo visitare. Dopotutto, gran parte del divertimento di non viaggiare mai da qualche parte è nella pianificazione. I miei hanno avuto la saggezza di permetterlo, anche se sapevano che la delusione sarebbe arrivata”.

Lo scrittore, poi, racconta che durante un viaggio in aereo verso l’Inghilterra, a causa del maltempo il pilota annunciò che avrebbe virato verso l’Italia. E in quel momento tutte le angoscie di Frazier assunsero una forma reale: “io sudavo sul mio sedile. Il sogno di una vita stava per giungere a una fine ingloriosa. Poi, dieci minuti prima di entrare nello spazio aereo italiano, il tempo sopra Londra si schiarì e l’aereo si voltò. Il mio sogno è ancora vivo! Ho cominciato a piangere tranquillamente. Mi sono detto: Resisti ai tuoi sogni! Non andrai mai in Italia, se solo credi che non lo farai!”.

Sono certo che in Italia leggerete questo articolo dandogli il giusto peso. Un divertissement che nulla a che vedere con i rapporti di stima e di cordialità che ci sono sempre stati tra i due popoli e le due culture. Anzi, sembra che proprio Frazier voglia suggerire nel finale un sorriso: “Posso sentire i frequentatori dell’Italia, nella loro moltitudine, che mi dicono che sto solo imbrogliando me stesso. Ma guardatelo in questo modo: non sto portando in giro una piccola bandiera, conducendo un gruppo di turisti in una basilica o un’altra e sbattendo contro di te mentre cerchi di dare un’occhiata a quello stupendo Vasari. Nei luoghi italiani più frequentati, controllate l’angolo meno affollato. La persona che non sta lì in piedi, sono io”.

The New Yorker, fondato nel 1925 e attualmente diretto da David Remnick, è considerato da molti la rivista più influente al mondo, rinomata per i suoi approfondimenti, i commenti politici e culturali, la finzione, la poesia e l’umorismo. La sua diffusione è di circa 1milione e 270mila copie (dato di giugno 2018).

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