Pubblicato il: 21 marzo 2019 alle 7:00 am

La lunga strada delle donne iraniane La pesante e anacronistica sentenza contro l'avvocato Nasrin Sotoudeh, donna e condannata per motivi legati al suo attivismo per i diritti umani

di Caterina Slovak.

Teheran, 21 Marzo 2019 – Abbiamo parlato in occasione dell’8 marzo di donne che hanno dovuto lottare per farsi sentire, ma in certi casi purtroppo il mondo sembra essersi fermato al medioevo, e le discriminazioni più odiose diventano talvolta folcloristiche al limite del grottesco, come nel caso dell’avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh, condannata a una pesante pena per il suo attivismo per il rispetto dei diritti umani in Iran.

L’Iran è un Paese bellissimo, che vale la pena visitare per scoprire la magia dell’antica Persia, con i suoi palazzi da mille e una notte, le sue moschee ricche di mosaici e i suoi mercati lussureggianti, i villaggi nel deserto, i giardini, i siti archeologici e i meravigliosi paesaggi che si attraversano. Qui la rivoluzione islamica non ha fermato il progresso: le leggi sono rimaste le stesse di 15 anni fa ma trasgredirle è ora un fenomeno di massa. Al punto che sono stati proprio i comportamenti quotidiani dei cittadini a trasformare il Paese. Merito soprattutto delle donne.

L’ultima è Nasrin Sotoudeh, una donna piccina, sotto 1m60, avvocato 55enne che ha messo le sue illimitate energie al servizio dei diritti umani. La magistratura iraniana ha pronunciato contro di lei (lunedì 11 marzo) una sentenza inudita: la signora Sotoudeh è stata condannata a 10 anni di carcere e 148 frustate per “incitamento alla depravazione”. Ha appreso della sua nuova condanna dalla sua cella di prigione, dove sconta 5 anni per spionaggio. Ma già nel 2010 era stata condannata a sei anni di prigione per propaganda contro la sicurezza dello Stato, rilasciata nel 2013 solo dopo uno sciopero della fame di 50 giorni che aveva suscitato indignazione nel tutto il mondo. Il suo impegno per i diritti umani è stato premiato nel 2012 con il Premio Sacharov assegnato dal Parlamento europeo.

L’avvocato Sotoudeh è stata invitata a febbraio dal presidente Emmanuel Macron, per unirsi a un comitato consultivo del G7 sull’uguaglianza di genere: una donna quindi universalmente riconosciuta tra quanti si occupano della difesa dei diritti umani.

Cos’ha fatto questa donna per meritare una pena così insolitamente severa?

Nel gennaio 2018, la signora Sotoudeh è tra le prime a denunciare la morte in carcere di manifestanti contro il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare internazionale nel maggio 2018. Secondo Amnesty International, oltre 7.000 persone sono state imprigionate l’anno scorso a seguito di proteste contro i blocchi economici e politici del paese.

Ma soprattutto, la signora Sotoudeh ha preso a cuore la causa delle “ragazze della strada Enqhelab”: il 28 dicembre 2017, la 31enne Vida Movahed era salita su una cabina, si era tolta l’hijab – il velo- e lo aveva sventolato con irriverenza come bandiera al vento. La ragazza era stata poi condotta in carcere. Vida, con il suo gesto, ha dato il via ad una reazione a catena che ha visto altre ragazze salire su quella cabina o su blocchi di cemento e togliersi l’hijab. Queste donne coraggio vengono chiamate ragazze della strada Enghelab., perché è lì che tutto ebbe inizio.

Il coraggioso gesto di Vida ha portato all’attenzione internazionale il problema della violazione dei diritti umani in corso in Iran- ricordiamo che in Iran l’uso dell’hijab è obbligatorio dal 1979, anno della Rivoluzione islamica.

Il velo è sempre stato l’oggetto della discordia in Iran, basti pensare che nel 1936 lo scià di Persia lo aveva vietato, e sembrava una grande conquista delle donne, ma in realtà gli uomini continuavano a vantare svariati privilegi, come la possibilità di contrarre matrimonio con quattro donne, divorziare a proprio piacimento ed ereditare una quota maggiore rispetto alle sorelle.

Dopo la sentenza di questi giorni, il rappresentante delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran, Javaid Rehman, ha manifestato “crescente preoccupazione” per il fatto che “lo spazio civile per gli avvocati e difensori dei diritti umani si sta riducendo sempre più” e  ha invitato il governo iraniano a “rilasciare immediatamente tutti gli avvocati imprigionati per aver esercitato la loro occupazione in pace”. L’Ong Amnesty International nel frattempo ha etichettato la nuova condanna alla signora Sotoudeh “eccesso di ingiustizia”.

Sono i giovani e soprattutto le donne le protagoniste del cambiamento che desidera il Paese, dove si finisce in carcere anche solo per aver aperto un account Facebook. Non fa nulla se ce l’hanno anche le massime autorità del Paese, tra cui il presidente e la stessa Guida Suprema Khamenei. Perché Facebook insieme con altri social media resta proibito e accessibile solo attraverso una rete che aggira il filtro statale che lo blocca. Ma le idee non puoi filtrarle né rinchiuderle, sono potenti, girano veloci e attecchiscono con altrettanta facilità nei cuori, e i regimi hanno paura delle idee. Più si va avanti più la gente prende coscienza dei propri diritti. Il velo è solo un pretesto -negli anni si è via via ridotto fino a scoprire anche delle ciocche di capelli- e i problemi veri delle donne iraniane sono il divorzio e la custodia dei figli minori, questioni legate al diritto di famiglia e al diritto ereditario perché alle donne spetta ancora la metà rispetto ai maschi. In questo contesto, la battaglia contro l’obbligatorietà del velo è diventata un simbolo di tutte le ingiustizie subite.

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