Pubblicato il: 23 marzo 2019 alle 7:00 am

Rileggiamo Il conte di Montecristo Il capolavoro assoluto di Dumas, ricco di significati, etici, morali e anche massonici. Per Umberto Eco, uno dei romanzi più appassionanti che mai siano stati scritti

di Rosa Aghilar.

Roma, 23 Marzo 2019 – Ero una bimba e vedevo sul tavolo di mio nonno, poco più che analfabeta quel librone con la copertina lisa e il nome dell’autore: Alexandre Dumas.

Un libro che ho poi letto in età adulta, il capolavoro per eccellenza, Il Conte di Montecristo. L’opera immensa di Dumas ove il riso e il delitto, il gioco e il Male Assoluto si sfiorano con tocco leggero come battito d’ali, per poi intrecciarsi e fondersi. Un’opera dalla meravigliosa architettura letteraria, una molteplicità di stili narrativi che s’intrecciano per esplodere in delle serie di spettacolari colpi di scena che inchioda il lettore per tutta la durata del romanzo.

Il racconto corre veloce, trascina gli ostacoli, attraversa i tempi e gli spazi, copre immense tele – scriveva Sainte-Beuve – «senza stancare mai il pennello di Dumas né il suo lettore».

Edmond Dantès è appena diciannovenne: un ragazzo di bella presenza, alto, svelto, occhi neri e i capelli d’ebano; tenero, dolce è semplice e ingenuo. Innanzi a una vita che non può che sorridergli: sta per sposare Mercedes e per diventare capitano del tre-alberi Pharaon.

La grande storia, quella che fabbrica carceri e carcerati, non vuole assolutamente la sua felicità e attraverso un intreccio di casi e di macchinazioni, lo rinchiude in una tetra prigione di Stato, il castello d’If. E’ lì che Edmond Dantès vivrà per quattordici lunghi e bui anni: isolato in una cella umida, ascoltando il rumore del ragno che tesse la tela, la caduta intermittente di una goccia d’acqua, senza conoscere il motivo della sua ingiusta detenzione. Invano prega: invano abita l’immobilità cupa dell’idea di suicidio.

Il giovane sventurato incontra un altro detenuto, l’abate Faria: quel vecchio con i capelli bianchi e la lunga barba nera è un illuminato. Matematico, scienziato, un bricoleur, un filosofo della storia, un mistico, perfino mago. Ha letto tutti i libri e conosce tutte le cose: ha occhi per vedere nel regno dell’irreale, comprende l’impossibile. Mentre Dantès scorge lampi di scienza in ognuna delle sue parole, l’abate ama l’ingenuo marinaio come fosse il figlio della sua prigionia. Dantès perde la sua innocenza e alla fine del suo apprendistato, impara anche lui a viaggiare nell’occulto. Nel 1829 l’abate muore: l’ultimo fremito del suo cuore cessa; e per quanto il ragazzo provi a chiuderli, i suoi occhi restano aperti, come a guardare il mondo della morte che lo accoglieva. Scambiato col cadavere di Faria, il corpo di Dantès è chiuso in un sacco e gettato in mare, con una palla di cannone legata ai piedi: ma egli sventra il sacco, taglia la corda con un coltello, e risale libero alla superficie del mare. Quello sarà il tuffo della sua resurrezione. Da questo momento, tutto cambierà, lui stesso, il mondo, la vita, il futuro.

In quel momento Dantès cambia, il suo animo luminoso si spegne per dare spazio quasi soltanto a un irresistibile desiderio di vendetta. Il Caso, il Destino o la Provvidenza lo faranno evadere dalla sua prigione e da quel momento lo scopo della sua vita sarà trasformarsi in una specie di angelo vendicatore. Lo svolgersi degli accadimenti si ramifica in lungo e in largo come un vasto, intricato disegno, di cui la risolutezza degli uomini e i capricci della Provvidenza si dividono la paternità e che per la sua complessità può esser colto solamente quando l’occhio ha la possibilità di abbracciarne una parte consistente.

Non c’è lettore che riesca a sottrarsi al fascino di quest’opera, ognuno di essi gode della lenta ma inesorabile metamorfosi di Edmond, in chi si farà chiamare Conte di Montecristo, nessuna sua azione è trascurabile.

Questa storia ammaliante offre una straordinaria oasi letteraria in cui rinfrancarsi dal quotidiano, concedendosi una salubre evasione dalla realtà. Ecco perché, alla domanda: “Qual è il significato de Il Conte di Montecristo”, la risposta non è e non può essere una soltanto. Intanto perché è un romanzo sulla vendetta, fredda, crudele e inesorabile; uno spaccato dei più turpi difetti umani, il dipinto verista dell’umanità. Umberto Eco scrisse che “Montecristo è uno dei romanzi più appassionanti che mai siano stati scritti. In un colpo solo (o in una raffica di colpi, in un cannoneggiamento a lunga gittata) riesce a inscatolare nello stesso romanzo tre situazioni capaci di torcere le viscere anche a un boia”. C’è poi l’interpretazione “massonica” che viene data a questo capolavoro. Secondo alcuni, infatti, Dantès-Conte di Montecristo giungerà, al termine del suo “viaggio massonico”, ad una consapevolezza: il pentimento ed il perdono dei suoi carnefici.

“Per i cuori che a lungo hanno sofferto, la gioia è simile alla rugiada sulle terre essiccate dal sole”.

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