Pubblicato il: 30 marzo 2019 alle 8:01 am

Il bello di essere runner Una categoria di sportivi sempre più in crescita tra gli agonisti e soprattutto nella sfera degli amatori. Appassionati alla ricerca di emozioni pure legate alla performance, ben al di là del mero riscontro cronometrico

di Andrea D’Orta.

Roma, 30 Marzo 2019 – Far diventare il “Non ne ho voglia” un “Ne ho bisogno”, svuotare la mente da riflessioni inutili, lasciando fluire quelle virtuose: tutto ciò rientra nell’incantesimo di chi si immerge a trecentosessanta gradi nella corsa.

Apparente contradditorio

Essere un runner non è semplice. Trovare di volta in volta la spinta motivazionale per cimentarsi in percorsi di pochi o tanti chilometri, migliaia o decine di migliaia di passi, certifica una passione. Significa farsi trascinare da un impeto più forte di ciò che la ragione inciderebbe tra paletti. Perché lo spirito combattente di chi asfalta un tragitto, a prescindere della sua natura – montagna, collina o pianura che sia -, non si arresta dinanzi a nulla (o quasi): sovrasta le condizioni meteorologiche avverse, elude il tentativo di depistaggio nelle giornate affollate d’impegni, e dribbla, talvolta, anche alcune linee di febbre.

Ma non lasciatevi ingannare, essere runner non è neanche così difficile. Nessun paradosso. Non appena si transita dalla sgambata random alla corsetta settimanale fissa, che diventa in poco tempo costante imprescindibile, non si riesce più a farne a meno. E’ così che inizia ad assumere i contorni di un’esigenza a tratti primaria, una valvola di sfogo per stress e pensieri ingarbugliati che gremiscono la nostra mente. Grazie alle endorfine rilasciate durante l’esercizio fisico, infatti, il corridore riceve una scarica di energia positiva, di adrenalina che si permea nell’organismo, traendone benefici.

Una matrice educativa

Siamo alla resa dei conti: com’è realmente la figura del podista, corridore o che dir si voglia? Educativa, per molte ragioni. In primis insegna che tutti i seguaci del running hanno il diritto di sentirsi veri atleti, a prescindere dal talento conferito da madre natura. Indipendentemente dal crono finale di una gara, sia essa incorniciata dal candido panorama del paese o da quello imperioso della metropoli. “Non importa ciò che trovi alla fine di una corsa, l’importante è quello che provi mentre stai correndo” sosteneva l’ex velocista e lunghista statunitense Jesse Owens, autentica stella ai giochi olimpici di Berlino del 1936 (dove vinse quattro medaglie d’oro).

Ci insegna a saper aspettare il momento propizio – scolpendo il concetto che la pazienza è la virtù dei forti – anche quando, nonostante una preparazione curata nei minimi dettagli, dagli allenamenti mirati fino all’ alimentazione impeccabile, un risultato non è immediato. Induce quindi ad essere temerari e ottimisti, perché tutte le gemme, presto o tardi, fioriranno.

Essere podista è sinonimo di forza, resistenza agli imprevisti e alle difficoltà. Fa rima anche con fair play, quando si cerca di dare una mano ad un compagno infortunatosi in gara, gettando a mare, per una volta, pensieri egoistici. Giacché nessun traguardo personale vale più di una mano tesa, di un’ancora di salvataggio offerta a chi persegue la tua precisa passione.

E pazienza se ai nastri di partenza sentirete frasi come: “Non mi sono allenato per nulla”; oppure: “Partecipo anche se ho un dolorino”. Poi, puntualmente, arriveranno prestazioni di gran lunga superiori rispetto a quelle presagite dalle “annunciazioni” pre-gara. Ma anche questo fa parte del gioco, dell’essere un podista doc.

Scansare l’ossessione del crono, rifugiandosi nella vera essenza della corsa

Essere un sognatore con le ali ai piedi significa soprattutto imparare ad ascoltare il proprio corpo. Riconoscere i confini entro i quali navigare senza incappare (inutilmente) in bramose e condannabili velleità. Ogni riferimento alla piaga del doping, sempre più dilagante tra i tapascioni, non è casuale. Non serve barare. Non serve ricorrere all’aiutino per abbattere di un secondo il fatidico best time. Non c’è conquista più bella di quella ottenuta dopo aver sudato sette camicie.  Purtroppo le tentazioni sono favorite, oltre che dall’incoscienza umana, dalla totale assenza di controlli in gare di piccole realtà.

Ma presto – questo è l’auspicio – sentiremo sempre meno notizie inerenti a squalifiche di atleti o gare alterate. Lucore di fiducia avallato dal fil rouge sul runner e le sue chiavi di lettura sopraccitate. Motivo per cui nella descrizione della sua figura, prevale, anzi domina, un’accezione idilliaca.

Correre, non a caso, è lo spazio aperto dove vanno a giocare i pensieri, in cui l’attore protagonista scopre nuovi luoghi e prospettive, scegliendo se correre veloce, piano o controvento, contando solo sulle proprie forze. Centellinando incalzanti battiti e respiri profondi lungo il viaggio. Per un runner, niente di più bello.

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