Pubblicato il: 2 aprile 2019 alle 8:00 am

Gli effetti della Brexit sulla salute L’impatto sul Sistema Sanitario Nazionale britannico sarà forte. Per McHale, docente dell’Università di Birmingham, causerà un impoverimento delle figure professionali e un ritardo nell’approvvigionamento di alcuni farmaci

da Londra, Ida Wells.

2 Aprile 2019 – Cominciamo col dire che il Regno Unito ha una percentuale di medici che si sono laureati e specializzati all’estero maggiore di qualsiasi altro paese europeo, fatta eccezione solo per l’Irlanda e la Norvegia, dove pure è consistente la presenza di personale medico e paramedico proveniente da altre nazioni.

Attualmente il National Health Service (NHS, Sistema Sanitario Nazionale in vigore nel Regno Unito) accusa una carenza di oltre 100.000 dipendenti (che rappresentano 1 vuoto ogni 11 posti), che colpisce gravemente alcuni gruppi chiave di personale essenziale, tra cui infermieri, molti tipi di medici, professionisti sanitari e personale di assistenza. Anche i posti vacanti nell’assistenza sociale per adulti sono in aumento, attualmente mancano 110.000 professionisti, con circa 1 assistente sociale su 10 e 1 lavoratore su 11 non occupato. Il reclutamento internazionale è sempre stato un fattore chiave per affrontare questa problematica. Provengono da altri Paesi dell’UE circa 62mila (5,2%) degli 1,2 milioni di lavoratori del NHS inglese e circa 104mila (circa l’8%) degli 1,3 milioni di lavoratori nel settore dell’assistenza sociale. E la proporzione di lavoratori dell’UE sia nel SSN che nel settore dell’assistenza sociale è cresciuta nel tempo, suggerendo che entrambi i settori sono diventati sempre più dipendenti dai migranti dell’UE. Invece la politica sulla Brexit e sull’immigrazione avrà un impatto negativo sulla capacità del NHS di riempire questi posti vacanti.

Il professor Jean V. McHale, Docente di diritto sanitario presso l’Università di Birmingham in un’analisi pubblicata sulle pagine dell’ateneo ha fatto notare che già dopo il referendum, c’è stato un enorme calo del numero di infermieri dai paesi dell’UE e questo fattore è solo una delle gravi minacce per l’assistenza ai pazienti, ricordando quanto la collaborazione e la cooperazione transfrontaliera facilitano attualmente la fornitura di assistenza in una serie di settori.

“Ad esempio, nell’Irlanda del Nord non viene più eseguita la cardiochirurgia infantile e i bambini vengono trasferiti in un ospedale di Dublino”.

Ciò che maggiormente preoccupa il docente – e gli inglesi – è il fatto che se l’uscita dall’UE dovesse procedere senza accordi precisi in questo settore, i pazienti del Regno Unito non potranno più fare affidamento sulle loro tessere europee di assicurazione sanitaria (EHIC) che attualmente danno accesso a costi gratuiti o ridotti all’ assistenza medica negli Stati membri dell’UE.

“Anche se vi è un accordo di ritiro e un periodo di transizione fino al dicembre 2020 – scrive McHale -, non vi è ancora alcun accordo sul fatto che l’assicurazione EHIC continuerà in futuro”.

Vi è poi una questione legata alla Ricerca. Il programma europeo per la ricerca Horizon 2020 ha 40 progetti per la salute dei bambini e il Regno Unito ne partecipa a ben 32. Il finanziamento per questi progetti è di 200 milioni di euro (229 milioni di dollari). Il rischio è facilmente immaginabile e cioè che i nostri medici (alcuni dei quali leader mondiali in alcuni campi della ricerca scientifica) vengano esclusi dai programmi di ricerca europei dopo anni di lavoro in prima linea e di importanti risultati raggiunti.

La Brexit avrà conseguenza anche sulla fornitura e l’accesso ai farmaci?

Un esempio significativo è quello dei radioisotopi, essenziali per la diagnosi e il trattamento di vari tumori sia nei bambini che negli adulti. Nel Regno Unito, si stima che circa 700.000 procedure di medicina nucleare che utilizzano radioisotopi vengano effettuate ogni anno.

Il Regno Unito non produce nessuno dei radioisotopi a vita più lunga usati per trattare una serie di tumori, li importa da altri Paesi e non è chiaro, dopo l’uscita, in che modo i ritardi alle frontiere potrebbero influenzare il trasporto di questi isotopi, alcuni dei quali hanno un’emivita di sole sei ore.

“Sono state espresse preoccupazioni in merito a possibili nuovi ritardi doganali in uno scenario di assenza di accordi – risponde McHale -. Il governo del Regno Unito ha dichiarato che lo stoccaggio di scorte di medicinali sarà assicurato per sei settimane. Nel caso di prodotti che hanno una durata limitata, come gli isotopi medici utilizzati dai radiografi, saranno predisposti accordi specifici per il loro trasporto aereo nel Regno Unito. Ma tali accordi comportano notevoli costi aggiuntivi per il servizio sanitario nazionale. Allo stato attuale, senza un accordo specifico con l’UE sui medicinali, dopo Brexit il Regno Unito non farà più parte del regime normativo dell’UE”.

Che cosa significa questo? Attualmente alcuni medicinali commercializzati nel Regno Unito sono soggetti all’approvazione dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA), e alcuni farmaci come quelli pediatrici devono passare attraverso questo processo centralizzato. Se approvato dall’EMA, l’autorizzazione è valida in tutta l’UE. “Una volta che non fa più parte della struttura normativa farmaceutica dell’UE, il Regno Unito potrebbe non essere più visto dalle aziende farmaceutiche come un mercato di lancio prioritario. Ciò significherebbe che i nuovi farmaci potrebbero essere lanciati più tardi nel Regno Unito rispetto ad altri paesi dell’UE, e quindi, di conseguenza, si tramuterebbe in un danno per i nostri pazienti”.

Insomma, mentre c’è tanta incertezza sugli accordi e sulle decisioni che verranno prese, anche in considerazione dei voti contrari ottenuti fino a oggi dalla May (l’offerta dell’Ue di rinvio dell’uscita al 22 maggio sarebbe decaduta e a Londra resterebbe solo fino al 12 aprile per decidere se e come uscire), una prima vittima della Brexit c’è già ed è la salute dei cittadini del regno Unito.

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