Pubblicato il: 3 aprile 2019 alle 7:00 am

La carriera vietata alle donne Lavori femminili, lavori maschili. Il mercato del lavoro ha un genere? Vediamo il caso della docenza universitaria

di Marina Monti.

Roma, 3 Aprile 2019 – Il sessismo è diventato sempre più impalpabile, sfuggente, difficile da dimostrare. Si percepisce, ma non si cattura; si sperimenta, ma spesso non si può denunciare. La marginalizzazione delle donne è certamente meno sfacciata e diffusa rispetto a solo quarant’anni fa, ma proprio per questo, forse, più pericolosa e insidiosa. Il sessismo invade, dunque, anche il mondo del lavoro contemporaneo, mimetizzandosi silenziosamente entro mercati definiti da confini che rimangono invisibili al nostro sguardo.

Sembrano essere destinati a prolungarsi all’infinito i pregiudizi sul mondo del lavoro: uomini e donne percorreranno due strade professionali distinte per molto tempo ancora, visto che sono duri a morire alcuni luoghi comuni sui due sessi. Esistono tutt’oggi delle figure professionali che sono automaticamente identificate come prettamente maschili o femminili, per esempio il pilota o la babysitter. Secondo il sociologo americano Michael Kimmel infatti, anche se il mondo sembra avere particolarmente a cuore la questione parità, gli uomini sembrano fare ben poco per cambiare le cose: «le nostre vite sono decisamente cambiate, ma le nozioni che abbiamo sui due generi sono culturalmente radicate nella nostra mente, e sono le stesse che si tramandano da generazioni».

Ma anche fare il professore universitario sembra essere una carriera vietata alle donne.

È passato circa un anno da quando il Centro Studi dell’Università di Trento ha pubblicato una ricerca guidata da Francesca Sartori, docente del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale, sulla disparità tra uomini e donne nelle carriere universitarie. I numeri emersi lasciano sorpresi: nonostante i laureati in Italia siano per il 61% donne, il 70% di quelle che scelgono la carriera accademica non va oltre il ruolo di ricercatrice e solo il 10% arriva a diventare Professore ordinario. In generale appena il 21% dei docenti di prima fascia è donna. Inoltre emergono delle differenze tra le varie tipologie di personale: le donne costituiscono più della metà del personale tecnico-amministrativo (58,5%), mentre tra docenti e ricercatori la loro presenza scende al 40%. In entrambi i casi è evidente come le donne siano poco rappresentate nelle posizioni di vertice, ancor più se guardiamo al vertice della piramide: su 82 rettori, attualmente le donne sono cinque.

Situazione diffusa anche in altri paesi europei: la percentuale di donne corrispondenti al Grade A, i professori ordinari italiani, in Europa è pari a circa il 21% ed è aumentata in misura diversa, più in Ungheria e Danimarca, ad esempio, meno in Francia e nei Paesi Bassi.

Una storia vecchia che, per esempio, la politica ha affrontato con l’inserimento delle quote rosa, mossa per molti offensiva nei confronti delle donne.

Vincenzo Barone, rettore di uno dei templi della cultura italiana, la Normale di Pisa, ha di recente espresso la sua opinione dell’oscuro meccanismo che in Italia si cela dietro i numeri citati: “Ogni volta che si tratta di valutare o proporre il nome di una donna per un posto da docente, si scatena il finimondo”, anche se sulla carta le donne hanno voti più alti e più titoli. Una storia non nuova, riportata sulle pagine del quotidiano La Nazione. Quando c’è un ottimo lavoro in ballo è normale che gli animi possano scaldarsi, ma il clima che si crea è molto diverso quando si parla di donne: lettere anonime con offese e illazioni che non facciamo fatica ad immaginare. In queste lettere, continua il rettore, “si parla di tutto, meno che di preparazione, merito e competenze, che dovrebbero essere i soli criteri per valutare un accademico. Sono calunnie belle e buone, – specifica Barone – con l’aggiunta, come accaduto in anni recenti, di lettere anonime e notizie false diffuse ad arte, lettere offensive con espliciti riferimenti sessuali, volgari e diffamatori”.

Un fenomeno opposto a quello che si verifica nelle scuole di grado inferiore. cominciato negli anni Sessanta, che non sembra arrestarsi: qui le donne rappresentano in media il 79% del corpo docente, percentuale che sale fino a quasi il 100% nelle scuole dell’infanzia, al 95% nella scuola primaria e all’85% nella scuola secondaria di primo grado. La situazione cambia un po’ nella scuola secondaria di secondo grado dove le professoresse rappresentano in media il 59% del totale anche se le percentuali variano in base al tipo di istituto.

Dove si nascondono le cause della diseguaglianza di genere?

Le difficoltà di avanzamento di carriera delle donne sono spesso connesse a una loro presunta minore competitività e produttività. I dati mostrano che le donne meno spesso degli uomini sono riconosciute come le responsabili scientifiche di una pubblicazione di ricerca. Inoltre, nella competizione per l’accesso ai fondi di ricerca, hanno minori tassi di vittoria rispetto agli uomini, insomma partono già svantaggiate. Molti degli abbandoni del lavoro accademico sono legati alle condizioni difficili delle donne. Molto più degli uomini, infatti, si trovano a dover conciliare impegni fuori e dentro casa: risulta infatti ancora difficile vivere una vita professionale e familiare.

Un ruolo importante giocano poi stereotipi e pregiudizi più o meno inconsci nella rete delle istituzioni nei confronti di giovani studiose.

Quello che vale è ciò che non si dice: l’università è un’organizzazione patriarcale che vige nell’ambito accademico ancora abbastanza feudale. Secondo la filosofa Annarita Angelini, che ha aperto a Bologna il primo corso universitario sulla violenza verso le donne, quando una donna ambisce a una posizione di rilievo deve combattere contro il pregiudizio, le si attribuiscono relazioni che la favoriscono, partono lettere anonime, cosa che non accade nei confronti degli uomini.

La persistenza della diseguaglianza di genere rappresenta un problema di equità, poiché si privano ingiustamente le persone di un sesso della possibilità di sviluppare le proprie potenzialità e di dare il proprio contributo allo sviluppo della ricerca, e questo è un danno per tutti.

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