Pubblicato il: 7 aprile 2019 alle 8:00 am

Tutelare i golden boys verso Euro2020 Rimanere in equilibrio dopo incessanti elogi o critiche è il salto di qualità più difficile per i giovani alla ribalta

di Andrea D’Orta.

Roma, 7 Aprile 2019 – Procuratori, giornalisti, genitori e tutti gli addetti ai lavori dovrebbero adottare una linea di protezione verso il calciatore interessato, senza trionfalismi né isterismi. Dal sentirsi al settimo cielo, al ritrovarsi con il morale sotto i tacchetti il passo è davvero breve.

Storie che insegnano, o dovrebbero insegnare

Ricordate cosa si diceva qualche anno fa su De Sciglio, quando appena diciottenne si disimpegnava come un veterano su entrambe le corsie del rettangolo da gioco? “Il nuovo Maldini”. Rammentate, suppergiù, la stessa etichetta appiccicata sulle spalle di un giovanissimo Santon, qualche anno prima, dopo aver annullato CR7 a San Siro (24-03-2009)? Oppure, più di recente, riflettete sul tam-tam mediatico sviluppatosi intorno a Manuel Locatelli, dopo il gol all’incrocio dei pali, in Milan-Juve di tre anni fa: “E’ nata una stella, un predestinato, può essere il nuovo Pirlo”. E oggi, al Sassuolo, pare stia consacrandosi da mezzala, più che regista. Ma non perché gli addetti ai lavori ignorassero le sue caratteristiche, semplicemente troppo forte era il desiderio di fare un paragone con una “vecchia” gloria milanista, quasi come fosse la cosa più trend del momento. E proprio il classe ‘98 – riprova che si risente di questo trambusto altalenante – ha dichiarato in una recente intervista di aver sofferto l’essere considerato prima un nuovo fenomeno (“Sembravo quasi Messi all’inizio”) e dopo qualche partita sottotono l’essere subissato da giudizi negativi.

Attualità che cavalca la moda del (recente) passato

“Yes, we Kean”, titolavano due tra i maggiori quotidiani sportivi nazionali dopo la vittoria sulla Finlandia per 2-0. Ed è anche carino, affascinante per certi versi. Prendere come simbolo di una rinascita nazionale il classe duemila, giocando sul cognome e la celebre frase di Obama. Ma questa smania di mettere in vetrina un talento alla primissima rete in azzurro, o alla prima prestazione degna di nota, siam sicuri faccia del bene al suddetto protagonista? Così come Zaniolo, che dopo la doppietta in Champions sembrava aver scatenato il dibattito circa la possibilità futura di indossare la numero dieci di Totti, reliquia per i tifosi. Per non parlare di Tonali, alla prima stagione in Serie B da protagonista e perennemente accostato a Pirlo. Sfortuna ha voluto – si fa per dire – che abbiano in comune oltre al primo club della loro carriera, anche look e ruolo in campo. E Chiesa, che per molti ha già dimostrato più del padre. In tali circostanze, scorre il messaggio che per sentirsi arrivati basta poco, una o due serate di gloria per calamitare attenzioni e presiedere il fulcro massmediale. A voglia ad essere umili e con la testa sulle spalle, ci sarà sempre un surplus di convinzione nei propri mezzi che inconsciamente e brutalmente si confinerà nella testa del ragazzino.

Uno scudo per il futuro, per schivare inutili pressioni

Dato che in passato non sempre sono state rispettate le attese e le pretese su molti talenti azzurri – ciò non vuol dire che la causa scatenante sia l’eccessiva attenzione dei media – , anche solo per scaramanzia, non si potrebbe provare qualcosa di diverso? Ad esempio lasciar crescere in (relativa) pace tutti i campioncini in erba che offre il nostro settore giovanile, lontano dai riflettori e dalle prime pagine. Già è difficile per un giovane che sta affacciandosi ai grandi palcoscenici, riuscire ad estraniarsi da tutto ciò che gli grava intorno. Se non impossibile, nell’era in cui finanche le trattative o le dinamiche interne di uno spogliatoio divengono attori nel teatro dei social. Non c’è necessità di aggiungere un carico da novanta sulle spalle di profili così sbarazzini e per questo fragili. Proteggiamoli, evitando sterili ping-pong con leggende del nostro calcio. Stop ai voli pindarici, alle “operazioni nostalgia”; il cammino che condurrà agli Europei del 2020 dovrà riservare solo un’ala protettrice per tutta la next generation, che qualche piccola speranza, in fondo, l’ha restituita. Al movimento e a tutti gli italiani. Ma pur sempre piccola, e sussurriamolo a bassa voce.

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