Pubblicato il: 13 aprile 2019 alle 8:10 am

Cinema, 8500 imprese e 173mila occupati: il rapporto Anica-Confindustria conferma il ruolo di produttore dell’Italia tra i primi dieci Paesi al mondo L'audiovisivo è un'attività fondamentale per l'occupazione e la crescita. Rutelli: «Bisogna investire e puntare anche sulle coproduzioni. Dobbiamo avere capacità organizzative e aggregative più efficaci»

di Giuseppe Picciano.

Roma, 13 Aprile 2019 – Quasi 8.500 imprese su tutto il territorio nazionale, con il Lazio e la Lombardia ai vertici della classifica, 61mila posti di lavoro diretti o assimilabili che arrivano a 112mila contando la filiera, per un totale di 173mila posti di lavoro distribuiti in cinema, audiovisivo e broadcasting. Sono solo alcuni tra i numeri del settore dell’audiovisivo italiano resi noti dall’Anica, l’Associazione nazionale delle industrie cinematografiche e audiovisive, che ha presentato il primo rapporto “Industria italiana del cinema e dell’audiovisivo. L’impatto per l’occupazione e la crescita del Paese”, curato dal centro studi di Confindustria.

La relazione è stata presentata dai tecnici di Confindustria alla presenza, tra gli altri, del presidente di Anica, Francesco Rutelli, e del vicesindaco di Roma, Luca Bergamo. Dal rapporto è emerso che l’Italia si conferma tra le prime dieci nazioni per la produzione di audiovisivo, piazzandosi nona. Cala di qualche posizione rispetto al 2006 ma solo per il boom delle industrie cinematografiche di Cina e India. Il valore aggiunto, calcolato negli anni della crisi proprio per dimostrare la vitalità del settore, è stato del 16%.

Il settore occupa il 64% di maschi e il 36% di femmine. Il 59% del totale è rappresentato da persone tra i 30 e i 49 anni, il 26% da persone sopra i 50 anni e dal 15% tra i 15 e i 29. Importanti i numeri dell’export che registra una cifra di 890 milioni a fronte di 120 milioni per l’import.

Significativo è anche il numero di posti indotti dall’audiovisivo nel settore dei servizi ad alto contenuto di conoscenza: un totale di 43 mila, di cui 26mila tra ingegneri, architetti, consulenti legali, designer, fiscalisti e 17mila nelle professioni creative e artistiche. La produttività del lavoro, in termini di valore aggiunto per addetto, è molto elevata in Italia e risulta terza in Europa dopo Belgio e Germania e prima di Regno Unito, Spagna e Paesi Scandinavi.

Per quanto riguarda il contributo al valore aggiunto del settore dei vari Comuni italiani per le attività di programmazione e trasmissione Roma è in testa alla classifica con il 37,8% sul totale del settore nazionale, seguita da Cologno Monzese con il 29, 3, e Milano con il 14%.

«L’audiovisivo – spiega Rutelli- è un’industria nazionale fondamentale per l’occupazione e la crescita del nostro Paese. Per crescere ancora di più bisogna investire e puntare, tra le altre cose, anche sulle coproduzioni. Dobbiamo avere capacità organizzative e aggregative più forti e integrare sempre di più i segmenti della filiera. Bisogna poi regolare diritti e doveri dei campioni dello streaming, stroncare la pirateria e quindi difendere e promuovere le capacità italiane. L’Anica è fortemente impegnata anche con il neonato consiglio del cinema e dell’audiovisivo”.

L’avvento della rivoluzione digitale ha portato a livello globale cambiamenti profondi e strategici che vanno colti e interpretati affinché un settore produttivamente così fertile non rischi la marginalizzazione o si trasformi in un creatore di talenti e competenze attratti altrove. I numeri dicono che questa dinamica si tradurrebbe in ricadute negative anche sul resto dell’economia.

Quello che i dati non possono leggere è il peso del “potere di persuasione” dell’Italia attraverso il racconto per immagini: al valore economico si affianca infatti quello della capacità di costruire la percezione dell’Italia nel mondo, di qualificare la sua offerta culturale e industriale, di attrarre visitatori e operatori, con ricadute sui territori e sulle economie locali.

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