Pubblicato il: 15 aprile 2019 alle 7:00 am

«La mia rivoluzione è la musica» Aeham Ahmad, il 26enne palestinese conosciuto come il pianista delle macerie, racconta al mondo il dramma della SIria attraverso la sua musica

di Arcangela Saverino.

Roma, 15 Aprile 2019 – Le immagini non raccontano mai l’inizio e la fine delle storie: i fotogrammi catturano un singolo istante, lo rendono immortale ed eterno, ma nascondono il prima e il dopo. E’ ciò che è accaduto alla foto che ritrae un giovane seduto al pianoforte con un maglietta verde mentre canta in mezzo alle macerie, un’immagine che nel 2014 ha fatto il giro di tutto il mondo diventando foto- simbolo della guerra in Siria. Il prima e il dopo quell’istante è raccontato dallo stesso protagonista, Aeham Ahmad, nel libro “Il pianista di Yarmouk”, pubblicato da La nave di Teseo. Yarmouk è un quartiere di Damasco diventato col tempo  un campo profughi “non ufficiale”: la più grande comunità in Siria di palestinesi fuggiti da Israele. Dopo lo scoppio della guerra civile, è stato posto sotto assedio a causa dello scontro tra ribelli ed esercito siriano: proprio qui, tra migliaia di profughi in fila per ottenere cibo dalle organizzazioni umanitarie, un 26enne palestinese ha lanciato un grido di libertà attraverso le sue canzoni e il suo pianoforte.

Nel 2013 Aeham, insieme ad alcuni amici del quartiere, ha iniziato a suonare per strada, spingendo lo strumento fino alle macerie e cantando a squarciagola contro la fame. La musica è più grande della guerra; è senza frontiere e senza bandiere, unisce le persone e  crea ponti: La musica del pianista delle macerie, così verrà soprannominato, sgorga da dentro, dagli anfratti di un’anima che suona la melodia di un viaggio verso l’inferno, ma crea miracoli: Aeham racconta l’evento straordinario che ha accompagnato il suo primo “spettacolo” tra le rovine “Proprio in quel momento sentii un cinguettio: tre uccelli appollaiati sulla ringhiera di un balcone, al primo piano, dritto davanti a me. Un piccolo miracolo. Ogni granata, infatti, ogni sparo, per prima cosa fa sparire gli uccelli. E i pochi che perdendosi tornavano a Yarmouk venivano subito abbattuti, a causa degli stomaci vuoti. Appena iniziai a suonare gli uccellini ricominciarono a cantare”. E’ la sua missione: mostrare al mondo cosa sta accadendo in Siria perché tutti possano sentire la disperazione dei siriani, della donna a un passo dal parto morta al checkpoint e degli uomini in coda per uno scatolone di viveri. Prima di allora, la sua vita era normale: un appartamento di proprietà, un negozio di strumenti musicali che andava a gonfie vele, gli studi di musica, una moglie e due figli “fino a quando non è arrivata la guerra, che ha distrutto ogni cosa: una granata mi ha tranciato i tendini di due dita, una ragazzina è stata uccisa a due passi dal mio pianoforte, l’Isis ha bruciato il mio piano. Mi hanno sbattuto in cella, sono riuscito a sfuggire”. In mezzo al conflitto nasca la sua rivoluzione: musica per tutti! Nel mondo in cui vive, la musica classica è uno status symbol dei ricchi, ovvero del due per cento della popolazione. Aeham, invece, pensa che le note parlino una lingua universale “Io sono un pianista. Non ho mai sventolato bandiere. La mia rivoluzione è la musica. Quel giorno capii che doveva essere questa la lingua della mia protesta. Anche se nessuno mi avrebbe ascoltato”.

Oggi vive in Germania, dove continua a vivere col suo pianoforte: ha affrontato quei viaggi attraverso il confine turco e, poi, in mare che tanto vengono osteggiati in Europa: Ha visto morire persone in mezzo a quel mare con onde alte che hanno inghiottito le speranze di profughi in cerca di libertà. Spera che gli orrori della guerra e della fuga abbiano lasciato tracce minuscole nel suo animo, ma non è così: vive con il senso di colpa di essere sopravvissuto e di aver raccolto i frutti della celebrità, di essere scappato dalla sua terra lasciando alle spalle le macerie e le rovine, la morte “Quassù su questo palco sono seduto su una montagna di cadaveri”. Sa, però, che la sua musica è l’opera di molti: di chi gli ha regalato poesie perché diventassero canti di libertà, di chi ha spinto il pianoforte con lui, di chi lo ha incoraggiato, di chi si è fatto torturare per lui.

Il pianista di Yarmouk di Aeham Ahmad racconta la vita di un giovane che scopre l’amore, per una donna e per la musica; i tradimenti degli amici, le emozioni e i sentimenti, le paure, i timori amplificati dalle granate e dalle bombe. E’ anche la storia di un popolo che vive da anni sotto assedio, patisce la fame, muore di inedia. Nello sfacelo più assoluto, è la musica che lo tiene in vita e il libro nasce dal suo bisogno di parlare per cancellare il nero che si porta dentro “C’è speranza. C’è sempre speranza. Questa è la mia storia. La storia dietro alla foto che ha fatto il giro del mondo. La foto in cui suono il piano in mezzo alle macerie e canto con la maglietta verde addosso. D’ora in poi chiunque la vedrà saprà che le immagini non raccontano mai l’inizio delle storie. E su quello che viene dopo tacciano”.

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