Pubblicato il: 19 aprile 2019 alle 8:00 am

«Sì all’Europa per farla», la sfida dei cattolici al populismo Costalli, presidente Mcl, illustra il manifesto europeista: «E’ una proposta chiara, l’Ue si cambia da dentro. Riforme? In primis più potere al Parlamento per neutralizzare i veti dei singoli Stati»

di Giuseppe Picciano.

Roma, 19 Aprile 2019 – Le prossime elezioni europee sono considerate di portata storica perché passerà al vaglio degli cittadini, sempre più pervasi da suggestioni sovraniste e populiste, l’essenza stessa del progetto europeista. Al voto di maggio sono legate quindi speranze e preoccupazioni.

I cattolici non vogliono rinunciare all’ideale europeo per le opportunità di crescita, di benessere e di libertà che questo ha contribuito a promuovere. Per questo, dicono sì all’Europa nella consapevolezza che bisogna esserci per cambiarla in meglio. E’ da queste considerazioni che è scaturito il manifesto «Sì all’Europa per farla», firmato dal presidente nazionale del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli, e dal presidente dell’Associazione “Esserci”, Giancarlo Besana.

«Il manifesto – spiega Costalli – promuove una concezione della cosa pubblica sussidiaria, capace di valorizzare il protagonismo della persona, delle associazioni, dei corpi intermedi; un’attenzione alla famiglia come fondamentale fattore di stabilità personale e sociale; una politica che metta al centro il lavoro con investimenti speciali per i giovani. E’ una proposta chiara con dei punti fermi, che contempla un’assunzione vera di responsabilità. Altrove è un pullulare di manifesti filo-europeisti pregni solo di sterili enunciazioni. E’ il momento delle scelte al centro delle quali rimettiamo il mondo cattolico sempre più confuso e amareggiato».

Non c’è il rischio, presidente, che una proposta così articolata possa arrivare ai cittadini in ritardo rispetto agli slogan immediati dei populisti?

«Sì, ma è un rischio che dobbiamo correre confortanti, tra l’altro, da un crescente consenso che sta raccogliendo il nostro documento. Lo abbiamo presentato di recente a Bruxelles e da quel momento riceviamo richieste di incontro da tutta Italia. Può sembrare una proposta minoritaria o di retroguardia, è senza dubbio perfettibile, ma è una buona base sulla quale lavorare perché è un vero e proprio appello a non soccombere alle paure che avvolgono il futuro dell’Europa. Il momento è delicato e non potevamo sottrarci a un impegno diretto».

Il manifesto si intitola “Sì all’Europa per farla”. Di quali correttivi necessita l’Unione europea?

«In primis riforme che conferiscano maggiore potere al Parlamento di Strasburgo. I cinque anni trascorsi sono stati positivi per numero e qualità dei provvedimenti licenziati dall’assemblea, ma non basta. I veri problemi nascono perché sul Parlamento europeo aleggiano veti e opposizioni dei singoli governi nazionali. L’Ue ha inoltre bisogno di una politica estera comune, perché ognuno dei 27 Paesi continua a perseguire la sua. Il caso più eclatante è la crisi libica sulla quale Bruxelles non riesce ad avere una posizione unitaria, con Italia e Francia che sostengono le fazioni opposte. L’altra riforma osteggiata sottotraccia è la creazione di un esercito comune in grado non solo di proteggere i confini comunitari, ma di affrontare le sfide globali nei confronti delle superpotenze del pianeta come Usa, Cina e Russia».

Per le elezioni avete formato una lista o sosterrete dei singoli candidati?

«Sosterremo cinque candidati, uno per ogni circoscrizione, che si rifanno al Partito popolare europeo. Saranno gli ambasciatori del nostro manifesto».

Crede che l’esito del voto europeo avrà un contraccolpo sulla maggioranza di governo?

«Senza dubbio ci saranno conseguenze. E’ lecito aspettarsi il successo della Lega e una sensibile flessione del Movimento 5 Stelle, credo però che il redde rationem avverrà in autunno alla vigilia della presentazione della legge di bilancio. Quando i temi su migranti e ordine pubblico sfumeranno, gli italiani ricominceranno a pensare a lavoro e sviluppo, questioni sulle quali l’operato di questo governo è fallimentare».

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