Pubblicato il: 20 aprile 2019 alle 7:30 am

Enoturismo: la ‘Città europea del vino’ e la lezione dell’acqua La vera sfida di ‘Sannio Falanghina’ passa attraverso gli insegnamenti della storia. La questione "tassa di soggiorno" e il territorio da organizzare. Come elevare la reputazione del brand Sannio?

di Pasquale Carlo.

Benevento, 20 Aprile 2019 – Enoturismo è la parola che riecheggia con forza in provincia di Benevento in questi ultimi mesi, con il dibattito tutto centrato sulle opportunità offerte da ‘Sannio Falanghina’, il riconoscimento che ha fregiato le affermate realtà di produzione vitivinicola di Castelvenere, Guardia Sanframondi, Sant’Agata dei Goti, Solopaca e Torrecuso del titolo di ‘Città Europea del Vino 2019’.

Il turismo che mette al centro il vino sembra sia diventato l’unica risorsa su cui puntare per continuare a garantire un futuro ad un territorio rimasto sempre ai margini dei processi significativi, anche per le evidenti colpe di una classe politica mai distintasi per intuizioni e visioni strategiche.

foto Movimento Turismo del Vino

Senza entrare nei dati specifici di un settore turistico in forte crescita (il turismo del gusto è aumentato del 48% nell’ultimo anno) si avverte con forza l’esigenza di attirare il dibattito sull’argomento fondamentale, quello di dover attrezzare un territorio dal punto di vista della ricettività e dell’accoglienza turistica. In questa fase cruciale ecco la vera sfida di ‘Sannio Falanghina’, chiamata a portare un prezioso contributo per lo slancio iniziale di questo percorso.

Organizzare un territorio accogliente significherebbe elevare la reputazione del “brand” Sannio, rafforzatosi in quest’ultimo decennio esclusivamente grazie al grande sforzo compiuto dai viticoltori e dalle cantine, impegnati in un concreto miglioramento del “prodotto” vino, supportati dalle attività del Sannio Consorzio Tutela Vini.

Questo percorso richiede prima di tutto un potenziamento (se vogliamo, una educazione) delle risorse umane, soprattutto di quelle impegnate nell’accoglienza. Le aziende, che tanto hanno fatto e continuano a fare in termini di qualità del prodotto, iniziano a mostrare attenzione all’accoglienza degli enoturisti, ad impegnarsi nel marketing territoriale. Meno ancora si muove in termini di albergatori e ristoratori, che pure sono chiamati a rivestire un ruolo fondamentale in un percorso di divulgazione del territorio.

Questo ritardo è evidente. E si coglie in maniera marcata se si prova a rapportare lo scenario che si ha davanti agli occhi con i dati che emergono dai vari rapporti che studiano il settore enoturismo.

La parola turismo richiama alla mente la tassa di soggiorno. Pochi sanno che solo un “Comune del vino” su quattro prevede tale tassa, con le realtà più virtuose che ne impiegano i proventi proprio per incentivare l’enoturismo: Castelnuovo Berardegna, in provincia di Siena, la utilizza per l’ecomaratona del Chianti; Bardolino, in provincia di Verona, per l’organizzazione delle feste dedicate all’uva e al vino; Aymavilles, in provincia di Aosta, per la manutenzione dei sentieri escursionistici.

Inutile dire che nella ‘Città Europea del Vino 2019’ la tassa di soggiorno non esiste. Ovvia la domanda: «Istituire la tassa di soggiorno per un turismo che allo stato non esiste?». A dire il vero il riferimento alla tassa di soggiorno è solo un pretesto per mettere a tacere coloro che non credono in un futuro migliore (in termini turistici), esclusivamente perché le nostre zone non sono mai state mete di flussi turistici.

A questi si può tranquillamente rispondere che tutto ciò è falso. Lo dice la storia.

Un esempio? A Castelvenere – realtà che deve tutto alla vite e al vino – negli anni ’20 del Novecento gli ospiti che sostavano in paese pagavano la tassa di soggiorno. Il caso vuole che tale imposta venne istituita per un motivo legato all’acqua. La parabola del turismo termale che ruota intorno alla cittadina di Telese Terme da una parte è sprone ad impegnarsi seriamente nella sfida dell’organizzazione turistica del territorio, dall’altra insegna che gli errori commessi proprio in termini di organizzazione si pagano tutti.

La tassa di soggiorno venne istituita in Italia nel 1910 per le sole stazioni termali, climatiche e balneari. La legge che la istituiva prevedeva in sostanza una “tassa di cura” considerato che erano «tenuti a pagarla solamente coloro che si recavano nel comune a scopo di cura». Dieci anni dopo, con un decreto legge ne estendeva l’obbligo«a tutti coloro che prendevano temporanea dimora nelle stazioni idroterapiche, balneari o climatiche, tanto a scopo di cura quanto a scopo di svago o soggiorno».

Ed ecco che con la deliberazione del 21 giugno 1924 il Comune di Castelvenere imponeva tale tassa, i cui proventi erano destinati «esclusivamente alle spese necessarie allo sviluppo della stazione di cura, sia con opere di miglioramento o ampliamento, sia di semplice abbellimento». La voce di entrata raccolta durante la stagione estiva superava le 500 lire.

Non si trattava certo di una somma elevatissima, ma parliamo di un aspetto comunque indicativo di un flusso turistico diretto verso le terme telesine, che aveva portato il 15 luglio 1883 ad inaugurare un raccordo ferroviario che dalla linea Caserta-Foggia, appena prima della stazione di Telese-Cerreto, raggiungeva l’ingresso del complesso termale. Questo raccordo è rimasto attivo fino agli anni ’60 del secolo scorso, quando il termalismo telesino perse il carattere della pendolarità per continuare a vivere una fase felice grazie a chi raggiungeva la Valle Telesina con altri mezzi, sostandoci per periodi particolarmente lunghi.

Poi il ritorno della pendolarità, provocata dalla crisi che ha colpito il settore e stimolata da una politica termale orientata esclusivamente sull’arrivo dei pullman legati alle prestazioni Asl, perdendo di vista un approccio più “vacanziero”, formulando proposte che associassero ai momenti dedicati alle cure l’offerta di iniziative extra-termali, capaci di intercettare gli interessi soprattutto delle famiglie.

Si tratta di una lezione che servirà non poco in termini di programmazione di un’offerta enoturistica sannita, considerato che il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2019 presentato di recente dal Touring Club Italiano (eseguito con la supervisione scientifica della World Food Travel e dell’Università degli studi di Bergamo, col patrocinio del Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, di ENIT – Agenzia Nazionale del Turismo, Federculture, ISMEA, Fondazione Qualivita e Touring Club Italiano, in collaborazione con docenti di Università italiane ed esperti di settore) rimarca con forza che il “turista del gusto” è sposato o convive.

Un turista che arriva da ogni parte d’Italia, in particolare dal Sud. Con la Campania che in questo momento gode della forte attrazione esercitata dalla città di Napoli, in cima nella classifica delle città più desiderate da questo flusso turistico (davanti a Roma, Firenze, Bologna, Palermo e Bari). Una forza attrattiva che ha proiettato la nostra regione al quarto posto dell’elenco delle mete desiderate (con una percentuale del 10,2%), dietro a Sicilia (15%), Toscana (14%), Emilia Romagna (13%) e Puglia (10,3%) e davanti al Lazio (5%). Un turista, dunque, che predilige il Sud.

Bastano questi pochi dati a far comprendere che la partita va giocata. Traendo lezioni dai tanti errori commessi nel passato, compresi quelli compiuti nella “promozione dell’acqua”.

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