Pubblicato il: 25 aprile 2019 alle 8:00 am

Il Viaggio e il concetto di Heimat Chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita. Vale per gli scrittori famosi ma anche per noi

di Caterina Slovak.

Roma, 25 Aprile 2019 – Viaggiare è un’occupazione che può portare molti benefici. Oltre alla conoscenza di nuovi territori e all’arricchimento del proprio bagaglio culturale, spesso un viaggio può portare ad una nuova scoperta del proprio essere, dal punto di vista psicologico e caratteriale. E’ il viaggio interiore: si instaura in noi la capacità di apertura al nuovo con un atteggiamento di vero e proprio stupore, poiché “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (Marcel Proust)

C’è da dire che si può scoprire qualcosa in più su sé stessi anche senza spostarsi altrove (come lascia intendere la citazione di Proust), ma siamo certi che un viaggio, inteso come movimento fisico, può essere una buona base di riflessione.

Allontanandosi dalla monotonia e da tutte le persone che potrebbero risultare “dannose” per il nostro essere, potremmo scoprire in altri luoghi di avere un diverso approccio con la realtà, pur dando per scontato che il nostro carattere sia strutturato in un certo modo e che difficilmente possa subire mutazioni.

La conoscenza di nuove culture, modi di vivere ed abitudini possono però in parte modificare il nostro approccio con la realtà, facendoci raggiungere la consapevolezza di possedere lati del carattere che non sapevamo di avere. Inconsapevolmente, dunque, ci stiamo evolvendo e stiamo approfondendo la relazione con noi stessi.

Un’esperienza del genere non è come un viaggio per andare in vacanza: in quel caso non vediamo l’ora di arrivare a destinazione, e il percorso deve essere il più breve possibile.

Il viaggio interiore è più come un’esplorazione di un territorio sconosciuto dove in ogni luogo momento manteniamo una capacità di apertura al nuovo, insieme ad un senso di stupore; è come un pellegrinaggio dove ciò che conta è il viaggiare stesso e non la meta, dove ciò che conta è la capacità di meravigliarsi di nuovo e ancora di nuovo.

Un primo obiettivo dovrebbe essere “fare amicizia”, cioè sviluppare un genuino senso di empatia, di tenerezza innanzitutto verso noi stessi. Il nostro viaggio parte proprio da noi stessi, dall’aprirci e dall’apprezzare ciò che siamo, amare ciò che siamo. Se non permettiamo al nostro cuore di ammorbidirsi, se non ci lasciamo toccare interiormente, allora sarà inutile.

Una seconda dimensione è quella di “ri -scoprire”, “ri -conoscere” ciò che siamo: fermandoci e guardando in profondità scopriamo che in realtà non ci conosciamo veramente: ciò che conosciamo è una maschera che ci impedisce di essere veramente in contatto con ciò che siamo autenticamente.

Il viaggio è più importante della scoperta. Con ogni nostro passo mettiamo in moto nella coscienza umana qualcosa di nuovo. È un viaggio, ma non verso terre lontane, è più come un tornare a casa.

Nella lingua tedesca esiste una bellissima parola, Heimat, che abitualmente viene data come intraducibile: un po’ patria, ma ha in sé un significato affettivo, è il paese dell’infanzia e della giovinezza, è ciò che unisce, è il senso di appartenenza alla propria Nazione, alle proprie radici, al luogo dove si è nati o si è cresciuti. Una parola così piccola, solo due sillabe, per indicare un concetto enorme e complesso.

Ma proprio spostandoci, viaggiando, questa identità profonda possiamo trovarla fuori dal nostro paese natale, quando ci sentiamo in perfetta empatia col luogo dove siamo.E’, infine, la corrispondenza tra l’individuo ed il suo ambiente.

Questo luogo dello spirito devono aver cercato i viaggiatori che, soprattutto nel ‘900, quando molte invenzioni e scoperte cambiano profondamente il modo di vivere e di percepire la realtà, quando le distanze si accorciano con i primi automobili, aerei e transatlantici, quando la comunicazione a grandi distanze diviene facile con il telegrafo, la radio e il telefono; quando si modificano i concetti di spazio e di tempo, dopo la scoperta delle leggi della relativitàdi Einstein.

E’ allora che il tema del viaggio assume il valore simbolico della ricerca di se stessi, dei meccanismi psichici, dei ricordi, delle emozioni e delle motivazioni dei comportamenti.

Le opere letterarie di questo periodo, più che viaggi a lunghe distanze, descrivono percorsi, spostamenti, perché ciò che è importante è quello interiore che si svolge nella profondità della coscienza.

Un esempio è il romanzo di Virginia Wolf, Gita al faro (1927) in cui l’escursione al faro, programmata fin dall’inizio del romanzo, si presenta come una meta simbolica, densa di significati allusivi: la famiglia Ramsay riesce a realizzare questa gita dopo dieci anni, a causa della guerra e di lutti. Nella descrizione della gita sono inseriti immagini, ricordi, situazioni e personaggi del passato che portano a intrecci fra passato e presente, dilatando la dimensione temporale della vicenda.

Leopold Bloom, protagonista del romanzo Ulisse di James Joyce è un “nuovo Ulisse” nella squallida Dublino dell’inizio del ‘900 che vaga per la città. Non c’è intreccio, non ci sono avvenimenti, ma solo registrazione di eventi apparentemente insignificanti. Il percorso per la città non conta; ciò che conta sono i molteplici percorsi mentali che si accavallano, si intrecciano e si sovrappongono a pensieri, ricordi, emozioni, paure segrete. Così come Zeno Cosini in La coscienza di Zeno, di Svevo, percorre l’ambito circoscritto della sua città, Trieste, impegnato in un’incessante analisi interiore, un fluido scorrere dei ricordi, che non rispetta gli schemi cronologici (prima –dopo), né i rapporti di causa-effetto, ma solo l’angoscia dell’uomo, privo di certezze e verità, che vive immerso nel fluire casuale degli avvenimenti, privi di nessi logici e razionali.

La Heimat cara e lontana è ne I fiumi di Ungaretti, patrie diverse in cui l’uomo si è “rimescolato e conosciuto”, nella Gerusalemme degli ebrei della diaspora, è nel ricordo annebbiato dal dolore e dalla nostalgia dei migranti, è la fratellanza assoluta in Furore di Steinbeck, viaggi straordinari, soprattutto nell’animo umano.

Ulisse è a casa ovunque e in nessun luogo, e Heimat è dovunque ci sia una buona madre: protezione, riconoscimento, sostentamento ottimale, riposo e nutrimento per l’anima.

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