Pubblicato il: 29 aprile 2019 alle 7:00 am

Si chiamava Palestina Il racconto di un secolo di ingiustizie subite dal popolo palestinese. «Una storia che merita rispetto: è una questione di dignità e umanità»

di Arcangela Saverino.

Roma, 29 Aprile 2019 – «Sai qual è la cosa più incredibile? Che di questa catastrofe non parli mai nessuno, che non si trovi scritta da nessuna parte. Eppure noi l’abbiamo vissuta, è stata parte della nostra vita e l’ha cambiata per sempre», raccontano Abu Ya’ qub e Abu Ali, due anziani palestinesi che nel 1948 sono stati costretti a lasciare la loro città Lydda, che oggi si chiama Lod ed è israeliana. «La nostra storia dovrebbe appartenervi, essere conosciuta da tutti. Da decenni siamo sepolti nell’ombra e nell’umiliazione. E’ una storia che merita rispetto: è una questione di dignità e umanità», si sfoga Mohammad Ali Hamdan che, con i suoi novantadue anni, è tra i più anziani residenti di Aida, uno dei principali campi profughi della Cisgiordania, a pochi passi da Betlemme.

«Prima si compilavano (i permessi di soggiorno) a mano: facevo scrivere agli impiegati che venivo dalla Palestina. Ma oggi i computer non ne riconoscono l’esistenza, dicono che Safad si trova in Israele. Non posso accettare di vedermi attribuita un’identità che non mi appartiene, dunque sono il “cittadino 00”, l’unico codice che possono darmi dato che il mio paese, per il sistema, non esiste», spiega Dirar, settantaquattrenne nato a Safad, capoluogo della Galilea, oggi parte dello Stato di Israele.

Sono alcune testimonianze raccolte da Cecilia Dalla Negra, giornalista, scrittrice, esperta di Palestina, nel suo ultimo libro Si chiamava Palestina. Storia di un popolo dalla Nakba a oggi (Aut Aut Edizioni) che ricostruisce gli ultimi settant’anni della storia dei Palestinesi a partire dal 1948, l’anno della Nakba, ovvero la catastrofe che vide l’espulsione di migliaia di arabi e la distruzione di centinaia di villaggi da parte degli israeliani, il punto di partenza del processo che ha portato alla trasformazione del “paese” Palestina in “stato” d’Israele. Si tratta di una ricostruzione storico – narrativa dal punto di vista del più debole, che dà voce ad un dolore che non è solo quello individuale e intimo custodito nel cuore di ogni palestinese nel mondo, ma anche collettivo che ha segnato il destino di un’intera popolazione che, oggi, affida alla memoria la propria identità. Scrive l’autrice: «Se è vero che la storia è sempre scritta dai vincitori, è nello spazio della subalternità che forse va ricercata un’altra verità possibile». E ancora: «Da questo punto di vista dunque è un libro partigiano nel senso gramsciano del termine. Si muove nello spazio di una memoria subalterna, rimossa e negata».

Non restano che i ricordi di chi ha vissuto in prima persona la Nakba e vive da rifugiato nel proprio paese, come Dirar che da vent’anni archivia, conserva, scrive, rimette insieme frammenti, ricostruendo tutte le operazioni di polizia etnica compiute, villaggio dopo villaggio. Poiché dell’esodo di migliaia di persone non è rimasta traccia, si comprende l’importanza di dare voce a chi custodisce questa memoria che non va perduta, ma raccontata alla generazione “che non può ricordare la Nakba, eppure ne porta impressi i segni sulla pelle ogni giorno”. Maha, per esempio, è figlia di un esilio, conosce il suo paese attraverso i ricordi felici di chi l’ha amato e ricorda la nonna che non ha mai potuto incontrare «Per me la Nakba è la vita che non ho vissuto, le persone che non ho conosciuto, tutto quello che è andato perduto. E’ l’abbraccio che non ho dato a mia nonna». Il libro di Dalla Negra nasce dalla volontà di tenere viva la memoria sul processo di colonialismo d’insediamento sionista che è ancora in corso e non si è esaurito nel 1948; ha una data dell’inizio, ma non della fine: 30 ottobre 1917, data dell’occupazione militare inglese del territorio della Palestina. Attraverso la narrazione di fatti storici, ci dà i mezzi per comprendere un contesto spesso troppo complesso, rifacendosi a quel giornalismo “empatico” professato da Ryszard Kapuscinski secondo cui “Il vero giornalismo è quello intenzionale, vale a dire quello che si dà uno scopo e mira a produrre un cambiamento. Non c’è altro giornalismo possibile”.

Scrive l’autrice: «Se è vero che al giornalista non è dato fornire risposte, io credo che abbia però il dovere di porsi le domande giuste, schierandosi laddove necessario, prestando la propria voce a chi non ne ha».Perché la Palestina? Perché«ciò che accade lì riguarda tutte e tutti, ed è paradigma di ogni ingiustizia e ogni violazione commessa in qualunque altro posto del mondo. Difendere il diritto alla libertà del popolo palestinese è il più scontato tentativo di restare umani». Dare voce al popolo palestinese vuol dire raccontare i settant’anni di storia dal 1948 sino agli eventi più recenti segnati dalla “Grande Marcia del Ritorno”, luogo simbolico a ridosso della Striscia di Gaza verso cui, ogni venerdì, i palestinesi marciano per ricordare al mondo l’umiliazione inflitta ad un popolo. Vuol dire anche raccontare la Nakba (in arabo, “disastro”, “catastrofe”) e ciò che ha significato per ogni palestinese espulso dalla propria terra e a cui, ancora oggi, viene negato il diritto al ritorno.

Dalla Negra ha il coraggio di restituire la verità storica sul processo di de-umanizzazione della popolazione palestinese, vittima o carnefice a seconda delle ideologie che si abbracciano o del punto di vista da cui si guarda. Il rischio è di dimenticare la quotidiana lotta di persone che rifiutano di abbandonare la propria terra, nonostante l’assedio dell’esercito israeliano, e reclamano il diritto ad avere un’identità. Il diritto di esistere, perché “esistere è resistere” e si fa con ogni mezzo: con scioperi, manifestazioni e disobbedienza civile; con l’arte, la musica, la letteratura; con le pietre e con le armi. Un racconto di fatti storici dalle origini fino alle azioni di resistenza della nuova generazione palestinese che, attraverso i Comitati Popolari e la memoria tramandata dai più anziani, si è appropriata del “diritto di narrare” dando vita a un vero e proprio movimento di resistenza culturale. L’autrice ha il grande merito di esporre in modo lucido e chiaro quasi un secolo di ingiustizie.

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