Pubblicato il: 10 maggio 2019 alle 8:00 am

Il Venezuela da terra promessa a inferno annunciato La storia dell’emigrazione italiana in una terra inospitale e difficile. Neifatti.it tra i promotori di un incontro con la comunità italo venezuelana

di Danilo Gervaso.

Roma, 10 Maggio 2019 – La presenza italiana in Venezuela alla fine del XIX secolo e nei primi decenni del XX, se paragonata a quella in altre nazioni, non era delle più cospicue: le statistiche riportano che all’inizio del ‘900 essa raggiungeva appena le tremila persone, mentre il Brasile e l’Argentina già valutano trentamila le presenze di italiani.

Mentre l’talia è immersa nella povertà, il Venezuela vive un XIX secolo caratterizzato da sommosse politiche e guerriglia. Fin dai primi anni d’indipendenza (luglio1811), i governi argentini si rendono conto della necessità di popolare quel vasto territorio mediante l’immigrazione europea. Nel 1813 Simon Bolivar invita “gli stranieri di qualunque nazionalità e professione a stabilirsi in queste regioni”, per i quali il governo dell’epoca avrebbe garantito loro sicurezza personale e proprietá. Più tardi verrà offerta una carta di naturalizzazione ed esenzione dalle imposte per dieci anni.

In sostanza, il Venezuela non si presenta come un paese ospitale e sicuro per gli emigrati, sia per le condizioni ambientali, che per le continue lotte tra fazioni e caudillos e sia per l’alternarsi di epoche di crisi con altre di abbondanza, sia a causa di malattie tropicali quali la malaria, la febbre gialla, il tifo, la dissenteria, la tubercolosi, la sifilide, la polmonite che falcidano la già esigua e inerme popolazione. Tutte condizioni che rendono incerto l’avvenire per chi cerca una nuova terra dove stabilirsi definitivamente,

Tuttavia, una maggiore presenza italiana si registra tra l’inizio del secolo XX e il primo conflitto mondiale: in quegli anni, infatti, l’esodo dall’Italia assume le sembianze di una fuga di massa, interessando anche il Venezuela, e poi ancora dopo la seconda guerra, quando inizia un breve e intensissimo periodo di migrazioni dall’Italia verso il Venezuela che segna gli anni Cinquanta.

Tra il 1949 e il 1960 entrano nel paese poco più di 220 mila italiani, prevalentemente dalla Liguria e dall’Isola D’Elba, e rappresentano tra il 30 e il 35 per cento della popolazione straniera presente.

Diverse sono le motivazioni che li spingono a migrare, come diversi saranno i rapporti con la popolazione locale: è la prima volta che il Venezuela si trova di fronte a una immigrazione di massa italiana spinta dalla fame, dalla disperazione, dalla tragedia di una guerra persa.

Alcuni imparano stentatamente lo spagnolo, altri si esprimono in un misto di italiano e di castigliano, alcuni recidono i legami con la famiglia d’origine e con i paesani, e

vivono da naturalizzati a fianco degli statunitensi che dirigono le compagnie petrolifere e dei venezuelani, altri ancora dicono «noi venezuelani», riconoscendosi completamente nel paese che li ha accolti.

E’ fuori dubbio che la presenza italiana è stato il principale motore delle trasformazioni socio-economiche di villaggi e città venezuelani, con beneficio di entrambe le parti. Gli italiani hanno contribuito, qui come in Argentina o negli Stati Uniti, allo sviluppo del Paese.

Dunque negli anni ’50, mente il Vecchio Continente lotta per riprendersi dalla Seconda Guerra Mondiale, l’economia venezuelana assesta performance stellari. Nel 1950 diventa la quarta nazione più ricca al mondo, persino al di sopra di quella canadese, all’epoca al sesto posto.

Eppure, l’eccessiva dipendenza dalla vendita di petrolio e le impervie misure economiche intraprese negli ultimi 20 anni hanno fatto sì che il Venezuela toccasse il fondo. E la Banca Centrale, istituzione controllata dall’amministrazione Maduro, ha smesso di pubblicare i dati sull’inflazione nel 2015.

Cosa fanno oggi gli immigrati di seconda o terza generazione in Venezuela? Non è vero che sono benestanti, non più. Un tempo l’80% di loro viveva bene, e il Consolato si fa in quattro per aiutare i nostri connazionali bisognosi, ma sono sempre di più quelli a cui servono assistenza e medicine. A causa della situazione politica i farmaci non arrivano più, e quando si trovano hanno prezzi inaccessibili.

In passato la comunità italiana era costituita al 70% da piccole e medie imprese, ma la situazione per gli imprenditori è peggiorata vent’anni fa, con avvento del chavismo. È l’era delle nazionalizzazioni, del passaggio di molte imprese sotto il controllo statale: l’80% di quelle di Maracaibo che lavoravano per le società petrolifere, occupandosi di fare avanti e indietro tra i pozzi in mare e la terraferma, erano italiane. Sono state espropriate senza che gli imprenditori ricevessero niente in cambio.

Tra 1998 e 2000 si contavano 12-13 mila aziende sparse in Venezuela, oggi se ne stimano duemila. Dati ufficiali però non se ne hanno, il governo non ne fornisce più.

Secondo i venezuelani, anche quelli di origine italiana, la causa di tutti i mali è stato Hugo Chavez: con lui si è innescato il vortice di una crisi che si fa sempre più acuta. E Maduro non è stato capace di trovare politiche economiche che unissero l’assistenza con uno sviluppo industriale in grado di garantire consumi e produzione.

In un Paese in cui l’inflazione è al mille per cento, non si trova neppure la carta igienica nei supermercati e lo stipendio medio è di tre dollari.

Ora non sono più distanti, europei e americani, uniti nelle condizioni di vita davvero precarie. Oltre all’economia e alla sanità, anche l’incolumità è a rischio: gruppi di criminali girano armati nelle strade della capitale e agiscono indisturbati.

Il Venezuela, che da un mese vive con due presidenti che non si riconoscono, continua ad attendere di scoprire il proprio futuro. Quello che chiede la comunità italo-venezuelana sono nuove elezioni. Il tricolore venezuelano non è l’unica bandiera che sventola per le strade di Caracas nelle manifestazioni sempre più frequenti e sempre più pericolose: anche il verde, il bianco e il rosso della bandiera italiana spiccano in mezzo alle centinaia di migliaia di manifestanti, gli oltre un milione di italiani che vivono in Venezuela, con figli e nipoti ormai venezuelani. Per loro la decisione dell’Italia di non riconoscere come presidente ad interim Juán Guaidó è stata una terribile doccia fredda.

Molti italiani e italo-venezuelani si stanno trasferendo a Barcellona, o a Madrid e Tenerife. E poi ci sono i venezuelani, già da tempo, in fuga verso l’Italia. O Altri Paesi vicini, come il Brasile.

Di certo l’America Latina che sognavano San Martín e Bolivar non è questa.

Oggi, a Saviano in provincia di Napoli, ci sarà un incontro con la comunità italo-venezuelana promosso anche dalla nostra testata. Sarà un modo per fare il punto su una situazione che tiene col fiato sospeso tutto il mondo. Anche perché, come abbiamo scritto già altre volte, nessuno può restare indifferente. Appuntamento alle 19 presso l’Antica Caffetteria Tre Frecce in piazza Antonio Ciccone.

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