Pubblicato il: 12 maggio 2019 alle 8:00 am

Lettere, una storia d’amore In un mondo sempre più digitale ricevere una lettera è sempre più raro. Vediamo insieme alcune delle lettere d’amore più belle tra il filosofo Jean Paul Sartre e la scrittrice Simone de Beauvoir

di Caterina Slovak.

Roma, 12 Maggio 2019 – Le lettere d’amore sono le più belle e romantiche forme di espressione dei propri sentimenti e ancora più affascinanti sono quelle famose, scritte da poeti e poetesse, scrittori e scrittrici. Che siano appassionate, innamorate, tenere, disperate, a volte espressione di un rapporto difficile e doloroso, le lettere d’amore famose sono sempre emozionanti ed è per questo che sono giunte fino a noi, custodite con cura e spesso anche messe all’asta.

Oggi, a parte rari casi, non se ne scrivono più. I social non facilitano certo le cose: la comunicazione immediata e diretta, permessa da queste piattaforme, ha sostituito le lettere anche per le dichiarazioni d’amore più importanti. Scommettiamo che molti di voi vorrebbero riceverne una? Nell’attesa che incontriate un gentiluomo/donna all’antica che vi spedisca una lettera, vi consigliamo di leggere alcune tra le lettere d’amore più belle della letteratura, come quella che Frida Kahlo scrisse a suo marito Diego Rivera, o quelle di Franz Kafka a Milena Jesenskà, di Italo Calvino a Elsa De Giorgi, di John Keats a Fanny Brawne, di Virginia Woolf al marito, di George Sand a Alfred de Musset…

Qui vi parliamo invece del rapporto epistolare tra Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, che, durante la loro lunghissima storia d’amore, hanno trascorso periodi lontano, causa incarichi di insegnamento fuori Parigi, oppure per colpa della Seconda guerra mondiale – Sartre ha passato nove mesi in prigione. Le loro lettere, appassionate e urgenti, esprimono tutta la tristezza dell’assenza dell’altro.

“Sono felice – scriveva lei –  ogni volta che vedo qualcuno di nuovo, ma allo stesso tempo sono delusa, perché spero in un piacere che solo tu mi puoi dare. Vivo mutilata senza di te, amore mio. Non è esattamente doloroso, è triste. In tutto il mondo, solo tu conti per me” (24 settembre 1939).

Simone De Beauvoir ha detto che Sartre non era molto poetico e nemmeno romantico, ma le sue lettere per lei contengono piccoli sprazzi di goffa dolcezza:

“Ti amo appassionatamente (nel senso pieno del termine). Non lo voglio dire ancora una volta perché l’espressione mi irrita, ma ricordalo bene, mia dolce, mio piccolo fiore. Teneri baci per le tue piccole guance” (13 maggio 1940).

La storia d’amore più d’avanguardia che il secolo conobbe, anche più scandalosa e, per questo, la più reale.

D’altronde, cosa aspettarsi dalla relazione tra i due intellettuali francesi più influenti del Novecento? Sartre, padre dell’esistenzialismo, brutto, strabico e poco elegante (e anche, pare, poco profumato), decisamente un genio. Simone De Beauvoir, madre del femminismo, borghese e austera, bella e ribelle, decisa e intelligente. Facile per una donna curiosa e intelligente, a vent’anni, innamorarsi della bruttezza di un rivoluzionario, facile anche per un affabulatore come Sartre impazzire per il fascino sottile di Simone.

Ma come sia durata per più di cinquant’anni una storia così bizzarra, è la vera storia, e Sartre lo spiega in una lettera: “Gli uomini non sono spiriti, ma corpi in preda al bisogno- scrive lui  giustificando i suoi tradimenti – cosa credi che sia l’infedeltà se non la verità della natura? L’amore è un’altra storia”. Ed era vero: non un matrimonio, ma un patto d’affetto reciproco, rinnovabile ogni due anni, con una sola clausola: l’infedeltà percepita come un dovere reciproco, una sorta di assicurazione contro le menzogne, i sotterfugi, le ipocrisie. Né amanti futili né passioni fugaci faranno tentennare il grande legame tra i due artisti francesi. Nei racconti dettagliati dei tradimenti reciproci si nascondeva la fedeltà della verità, la prova della fiducia. Anche lontani, le loro lettere erano racconti peccaminosi, sempre dense di passione e dedizione: “Come ho bisogno di te! Che misera sarei se tu non esistessi! – scrive Simone -e che bello tu sei per me, dolce piccolo essere! Ti bacio con tanta passione. Ti amo” (6 luglio 1939). Lui non era da meno: “Mia cara piccola ragazza…volevo portarti la mia gioia del vincitore e posarla ai tuoi piedi, come facevano all’epoca del Re Sole…stanotte ti amo in un modo che non hai conosciuto in me: non sono né consumato dai viaggi, né avvolto nel desiderio della tua presenza. Sto padroneggiando il mio amore per te e lo sto girando verso l’interno come elemento costitutivo di me stesso…a Tolosa ti ho semplicemente amata. Stasera ti amo in una sera di primavera. Ti amo con la finestra aperta. Tu sei mia, le cose sono mie, e il mio amore altera le cose intorno a me”. “Amore mio, tu non sei una cosa della mia vita – sia pure la più importante – perché la mia vita non è più mia, non la rimpiango nemmeno e tu sei sempre me. Tu sei molto di più, sei tu che mi permetti di immaginare qualsiasi avvenire in qualsiasi vita”.

Durerà più di mezzo secolo l’unione fra i due, senza mai sposarsi e nemmeno convivere, dividendo il loro cammino con una serie infinita di amici, amiche, discepoli, amanti, segretarie, dame di compagnia, favorite, fidanzate. E alla fine, quando Sartre è ormai gravemente ammalato, il 14 aprile del 1980, ci sarà solo Simone, sotto psicofarmaci, per tutta la notte distesa accanto a lui deceduto. Dopo sei anni lo seguirà, sepolta accanto a lui, nel cimitero parigino di Montparnasse.

Se queste parole vi sembrano “troppo”, se vi fanno sorridere, ricordate che in ogni caso un’emoticon o un like non potranno mai sostituire questo intimo e lento piacere, al quale ci si dovrebbe abbandonare senza alcun pudore né temendo d’essere ridicoli, anzi, “Le lettere d’amore, se c’è l’amore, devono essere ridicole”, come ci ricorda il grande Fernando Pessoa.

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