Pubblicato il: 24 maggio 2019 alle 8:00 am

«Ho fatto riaprire il caso Cucchi e mi hanno emarginato» Intervista esclusiva al carabiniere Casamassima. Dopo la sua testimonianza è stato trasferito a 100 km di distanza da casa: «Sono convinti che io abbia voluto sfidare l’Arma. Felice per quello che ho fatto, ma mi sono esposto e lo Stato mi ha abbandonato»

di Arcangela Saverino.

Roma, 24 Maggio 2019 – Lo scorso 21 maggio si è svolta a Roma la prima udienza preliminare del processo che vede coinvolti otto carabinieri, tra cui anche ufficiali, accusati di depistaggio sul caso della morte di Stefano Cucchi. L’Arma dei carabinieri e il ministero della Difesa hanno presentato istanza di costituzione di parte civile, insieme al carabiniere Riccardo Casamassima, la famiglia Cucchi, gli agenti della polizia penitenziaria ed alcune associazioni. Il gup si è riservato di prendere la decisione su queste istanze Dopo anni di procedimenti finiti nel nulla, le posizioni e le testimonianze di alcuni carabinieri hanno permesso la riapertura del caso. I militari coinvolti rischiano la condanna per falso e manomissione di atti giudiziari: ad essere sotto accusa, questa volta, è la catena di comando che avrebbe depistato le indagini

Neifatti.it ha intervistato Riccardo Casamassima, l’appuntato dei carabinieri che con la sua testimonianza ha fatto riaprire l’inchiesta e che da tempo, ormai, denuncia le conseguenze negative che subisce a causa della sua audizione in tribunale.

Lo scorso 21 maggio si è svolta la prima udienza preliminare per i depistaggi in cui l’Arma dei Carabinieri ha presentato istanza di costituzione di parte civile. Qual è la sua opinione in merito?

«Ho letto un post di Ilaria Cucchi, pubblicato su un social, in cui esterna soddisfazione per la decisione presa dall’Arma dei Carabinieri, ma si tratta solo e soltanto di un atto dovuto, niente di più. Messa con le spalle al muro, visto i fatti che sono emersi nel corso dei vari procedimenti, non poteva fare altro. Il caso Cucchi, tra l’altro,  ha avuto un’enorme risonanza mediatica e Ilaria ha dimostrato tutta la sua tenacia e determinazione per portare alla luce la verità, tenendo alta l’attenzione sulla morte del fratello. Si tratta di un gesto dal valore simbolo forte, ma io resto scettico anche alla luce  di quello che io sto subendo».

Più volte ha dichiarato che l’Arma gliela sta facendo pagare, soprattutto sul piano lavorativo. Cosa la spinge ad una tale dichiarazione?

«Dopo la mia testimonianza, sono stato allontanato da un reparto in cui io mi trovavo benissimo e gestito in modo ottimale. Da un giorno all’altro,  mi hanno trasferito con l’unico intento di danneggiarmi, stravolgendo non soltanto la mia vita, ma quella della mia famiglia. Adesso sono costretto a percorrere 100 Km per arrivare sul posto di lavoro, con un dispendio economico di 400 euro per benzina e pedaggi autostradali, solo per aprire una porta. Di fatto è questo che faccio: aprire la porta ai miei colleghi che partecipano al corso. Per un carabiniere come me, abituato da sempre a girare per strada e svolgere ordine pubblico, è davvero umiliante. E’ un provvedimento adottato contro di me per il solo fatto di avere voluto “sfidare” l’Arma con le mie denunce».

Circa un anno fa ha, però, incassato il sostegno del ministro Trenta, che lo ha ricevuto per un colloquio

«Si, è vero. Sono stato a colloquio con il Ministro Trenta che ha manifestato la sua volontà di aiutarmi. Ma sa com’è andata a finire? Ai suoi occhi mi hanno fatto apparire come un rompiscatole che non si accontenta delle due alternative lavorative che mi avevano proposto al momento del trasferimento, ma la realtà dei fatti è che tali alternative, sempre dal punto di vista delle mansioni, erano umilianti come lo è la mansione che attualmente svolgo. Adesso mia moglie, anche lei testimone, sta aspettando da tre mesi di parlare con il ministro Trenta; ha presentato un’istanza regolare nella quale chiede di essere ascoltata come madre e come militare».

Lei è coinvolto in un processo nel quale è accusato di detenzione di cocaina ai fini di spaccio. Come si difende da tali accuse?

«Il procedimento per droga nei miei confronti è iniziato nel 2016, subito dopo la mia testimonianza nel processo Cucchi, mentre la perquisizione a casa mia è stata compiuta nel 2014 con esito negativo: non hanno trovato assolutamente nulla. Questo vuol dire che la richiesta di rinvio a giudizio è arrivata dopo cinque anni da quella perquisizione che, ripeto, ha avuto esito negativo: non hanno trovato né droga, né materiali od oggetti e in qualche modo riconducibili all’attività di spaccio di sostanze stupefacenti. Le accuse si basano soltanto sulle dichiarazioni fantasiose di una persona che ha sostenuto il mio coinvolgimento nel possesso di cocaina, ma senza il benché minimo riscontro. Dopo la mia testimonianza, di colpo, questo fatto del 2014 ha ripreso vita. Io sono sicuro di riuscire a dimostrare la mia innocenza, ma da un punto di vista psicologico è davvero devastante subire un processo senza alcun fondamento».

Cosa vuol dire per lei, oggi, indossare la divisa di carabiniere?

«Nonostante tutto, mi rende fiero. Per me è importante, non solo la divisa in se, ma il lavoro che  faccio: anche se adesso apro e chiudo una porta e non svolgo le mie mansioni per strada come un tempo, cerco in tutto i modi di restare vicino alle persone, di ascoltare i loro problemi e di essere un punto di riferimento per chi ha bisogno. Ma non posso nascondere la mia delusione: per fare un esempio, il Comandante generale Nistri che, ancor prima di costituirsi parte civile, ha inviato una lettera alla famiglia Cucchi per tentare di ricucire lo strappo di un rapporto che per molto tempo è stato “avvelenato”, si rifiuta di incontrarmi, come se fossi stato io ad infangare l’Arma con la mia scelta di testimoniare. Anche altri ufficiali hanno assunto lo stesso atteggiamento, quasi di disprezzo, nei confronti miei e  di mia moglie».

Se potesse tornare indietro, deciderebbe ancora di testimoniare e far riaprire le indagini per portare alla luce la verità sulla morte di Stefano Cucchi?

«Voglio essere sincero. Prima che iniziasse il processo per droga contro di me, la risposta era univoca e convinta: sì. Adesso non sono più sicuro di questa risposta. Mi sono esposto, ho chiesto aiuto e lo Stato, che dovrebbe tutelarmi, mi osteggia e mi abbandona».

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