Pubblicato il: 5 giugno 2019 alle 7:00 am

Sos Azzardo, la scommessa vincente a Roma contro il gioco d’azzardo Nasce nel 2015 come primo sportello per la lotta e il contrasto alla ludopatia. Il progetto è cresciuto e da alcuni mesi promuove un percorso di prevenzione e di sensibilizzazione nell’XI Municipio della Capitale

di Anna Giuffrida.

Roma, 5 Giugno 2019 – “Ti piace vincere facile?”, “Vieni, gioca e vinci!”. Messaggi facili da trovare, sfogliando un giornale o visitando un sito online, sui cartelloni in giro per le città o in spot televisivi. Pubblicità che diventano anche un invito al gioco in numerose attività commerciali, dai bar ai tabacchini fino ai supermercati.

Un marketing apparentemente innocuo che alimenta l’industria del gioco d’azzardo, terza azienda italiana per guadagni. Solo sul territorio di Roma e provincia si stima che sono attive 50mila slot e 718 sale da gioco (Relazione Progetto Sos Gioco d’Azzardo). «I dati sono sconvolgenti – ci spiega Guglielmo Masci, fondatore del progetto Sos Azzardo nel municipio XI° di Roma – Solo Roma gioca 8 miliardi di euro l’anno nel gioco d’azzardo, e questo municipio ne perde 44 milioni ogni anno».

Una realtà che coinvolge tante periferie di Roma, ma che inizia ad estendersi anche alle zone più centrali della Capitale. Una presenza che ha ribattezzato la città come la Las Vegas italiana; nella sola via Tiburtina, in un raggio di 8 chilometri presi a campione, si contano una decina di sale VLT. Locali che sorgono in prossimità di zone ad alto rischio e spesso, non a caso, accanto a negozi di ‘Compro Oro’, e che vanno geolocalizzate in base alla vicinanza con luoghi sensibili, come scuole, centri per anziani, parrocchie. Un compito che spetta ai singoli Comuni, e su cui Roma Capitale si è pronunciata con un’ordinanza del giugno 2018 stabilendo una distanza minima di 500 metri dai luoghi sensibili e fasce orarie di apertura delle sale, escludendo ad esempio l’orario di entrata e di uscita dalle scuole. Un intervento a cui si affianca il lavoro dello sportello creato con il progetto Sos Azzardo, nato nel 2015 in forma sperimentale tra le attività della cooperativa sociale Magliana ‘80 e che adesso è finanziato dalla Regione Lazio con il bando Comunità Solidali.

Qui arrivano soprattutto giocatori giovani, o non ancora anziani, che con un lavoro di squadra iniziano a prendere consapevolezza di essere giocatori, e in molti casi malati di gioco d’azzardo. «Il 66% delle persone che chiedono il nostro intervento ha tra i 18 e i 48 anni, mentre il 31% ha tra i 50 e i 76 anni. Un dato ribaltato rispetto agli utenti del SERT locale. Il motivo è che diamo un servizio sul territorio con una certa accoglienza che intercetta precocemente un determinato problema –  ci chiarisce il  dottor Guglielmo Masci, anche in qualità di psicoterapeuta e docente universitario di Psicologia Clinica all’Università Tor Vergata – Nel gioco d’azzardo si lavora, in sanità, con linee guida per le dipendenze che risale al 2012, ma adesso è cambiato tutto. Noi invece, dopo una minima conoscenza, abbiamo pensato di organizzare un grande gruppo Whatsapp, e la terapia la facciamo con una chat di gruppo in cui le persone parlano tra di loro e che gestiscono in modo autonomo. Il lavoro di gruppo è determinante perché hanno bisogno di sentirsi capiti e di identificarsi con persone come loro, che fanno il progetto. Dopo si passa alle terapie individuali e contemporaneamente ascoltiamo i loro problemi di difficoltà economica e legale, che sono sempre connesse al gioco d’azzardo. E in questo senso abbiamo chiesto a Federconsumatori di darci una mano, così abbiamo la capacità di gestire insieme diversi vertici di questa problematica».

Ma chi sono i giocatori d’azzardo? E come si diventa giocatori patologici?

«I giocatori siamo noi – precisa Masci –. I giocatori sono sposati, hanno una famiglia, hanno una casa, hanno un lavoro, hanno un diploma, e hanno aspettative. Sono come tutte le persone normali. Non c’è quindi una persona che può dirsi esente dal gioco d’azzardo. Uno ha sempre giocato magari qualche euro la domenica; ad un certo punto della vita l’evento negativo, il trauma ti apre la strada a questo tipo di patologizzazione del gioco. A quel punto entra in ballo la capacità ipnotica del gioco. Prendiamo le sale: non c’è un orologio, non ci sono le finestre. Perdi completamente la dimensione spazio – temporale, il senso della realtà, il valore del denaro. Abbiamo calcolato il volume di gioco per ogni malato di GAP (Gioco d’Azzardo Patologico, nda): giocano praticamente tutti i giorni, e giocare tutti i giorni è una forte dipendenza patologica, spendendo tra 100 e mille euro al giorno».

Le giocate possono essere sportive, “perché si sta diffondendo molto l’online”, ma il gioco prevalente è con le slot o macchinette e il lotto, superenalotto e gratta e vinci a cui gioca il 78% delle persone (dati Sos Azzardo).

Come è successo alla signora Iole, una delle giocatrici che si è rivolta allo sportello di Sos Azzardo. «Tutto è iniziato casualmente, giocando una stupidaggine. Poi ho giocato dei numeri per diversi anni e non sono mai usciti. Una volta ho fatto una vincita, quasi mille euro su due ruote, e ho pensato ‘Vinco!’ ma non è così. Il gioco porta solo alla distruzione, tua e di chi ti sta intorno – racconta Iole, con voce calma ma decisa – Ho cominciato a trascurare i figli, mio marito, la casa. Alla fine, non sei più la stessa persona. Ero nervosa, non vedevo l’ora che mio marito andava via, perché quando usciva lui io andavo a giocare. Per me c’era solo questo maledetto lotto, e qualche gratta e vinci. Adesso sono otto mesi che frequento il centro, e non penso più a giocare. Non passo più davanti alle tabaccherie, perché sono uno specchio per allodole. Tu passi e pensi “Ma ce l’ho un euro?”».

E prosegue: «Ho fatto del male ai miei figli, a mio marito perché quando stai lì a queste cose non ci pensi, pensi solo a giocare! Dopo otto mesi una ricaduta ci può stare, ma mi auguro che non mi succeda». Una dipendenza che coinvolge tutta la famiglia, che anche per questo viene fatta partecipare al percorso di guarigione dall’azzardopatia. Un contributo che è determinante di solito per fare uscire dalla solitudine chi si è rifugiato nel gioco d’azzardo e non riesce a venirne fuori. «Tante volte giocando ho pensato anche di suicidarmi, perché non riuscivo più a comprare neanche le scarpe per mia figlia, non avevo soldi neanche per mangiare. E dicevo le bugie – racconta con evidente emozione Simona, anche lei impegnata in un percorso di uscita dal GAP –. Quando uscivo da lì sapevo che avevo giocato tutto quanto. Qualche volta ho anche vinto, e quello è il problema. La cosa grave è quando uno vince. Perché ho vinto mille euro e poi ne ho persi molti, molti di più».

Pochi gli interventi decisivi per fermare il proliferare di slot o totem nei bar, e sono pochi i negozi che non ne hanno nei propri locali. Nel territorio dell’XI° municipio romano solo due bar non hanno le macchinette slot, perché «con le macchinette i titolari ci pagano l’affitto» fa sapere il fondatore di Sos Azzardo. Diventa quindi indispensabile fare attività di sensibilizzazione, e la risposta è una rete di enti e gruppi che nel territorio ha creato una comunità informativa più attenta ai rischi del gioco d’azzardo, dalla biblioteca al centro anziani. E dal prossimo anno scolastico, con il coinvolgimento delle scuole.

«Uscire dal gioco d’azzardo è difficilissimo. Ma l’idea è: da soli non ce la facciamo, tutti insieme cominciamo a farcela». O giocando di parole senza inganni per tenere alta l’attenzione, è sufficiente ribadire il motto del progetto: “Contro il gioco d’azzardo … Gioco di squadra!”.

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