Pubblicato il: 7 giugno 2019 alle 7:00 am

Manager, paese spaccato in due: al Sud solo il 6% dei dirigenti contro il 72% del nord Il Rapporto dell'Osservatorio: tra il 2008 e il 2016 le aziende meridionali hanno perso 8mila unità. E’ forte il divario anche nei compensi: 35mila euro in più se si lavora nel Settentrione

di Massimo Saccone.

Roma, 7 Giugno 2019 – Le imprese del Sud hanno in organico una presenza di manager nettamente inferiore rispetto a quelle del Centro Nord. E’ quanto emerge dall’indagine condotta da Osservatorio Manager, che ha preso in esame dati forniti da Inps, Unioncamere Excelsior e Istat. Nel Mezzogiorno i dirigenti, rispetto al totale delle categorie professionali, sono appena il 6 per cento contro il 72 per cento del Nord e il 21 per cento del Centro. I quadri, invece, al Sud sono l’11 per cento contro il 67 per cento del Nord e il 22 per cento del Centro. I settori nei quali maggiormente si evidenzia il divario Sud-Nord sono manifatturiero (5 per cento contro 79 per cento), commercio (4 per cento contro 84 per cento), attività professionali e scientifico-tecniche (4 per cento contro 76 per cento), informazione e comunicazione (4 per cento contro 62 per cento), finanza e assicurazioni (5 per cento contro 76 per cento), immobiliare (3 per cento contro 73 per cento).

Molto dipende dal forte decremento di figure manageriali causato dalla crisi economica: tra il 2008 e il 2016 le imprese meridionali hanno perso circa 8mila unità, passando da 126.000 a 118.000 dipendenti totali.

Grandi differenze anche per quanto riguarda i compensi: un manager di un’azienda del Nord guadagna in media 144.000 euro lordi l’anno contro i 109.000 di un suo omologo del Sud.

Il divario si annuncia consistente anche in prospettiva: secondo i dati di Unioncamere Excelsior (anno 2017) le entrate previste, per quanto concerne i dirigenti, sono 4.440: di queste 3.540 al Nord, 580 al Centro e solo 320 al Sud.

Quanto al passaggio da ingresso in azienda ad assunzione si rileva come dei 4.440 dirigenti 2.850 resteranno in pianta stabile: il 77 per cento troverà sistemazione al Centro, il 64 per cento al Nord e il 40 per cento al Sud.

Ma qual è l’opinione dei diretti interessati rispetto a questo fenomeno? Gli imprenditori intervistati ravvisano un’ampia e articolata serie di ragioni alla base dello scarso ricorso alle competenze manageriali da parte delle imprese del Meridione rispetto a quelle delle altre aree geografiche del Paese. Un primo fattore in grado di spiegare il divario in esame è di tipo culturale: nel Meridione la famiglia assume, per ragioni storiche e quasi antropologiche, un’importanza fondamentale nel tessuto sociale; per questo, essa ricopre un ruolo centrale in qualsiasi tipo di attività e di organizzazione che la presiede, ivi comprese ovviamente le attività produttive e commerciali. Di conseguenza, l’apertura a un membro estraneo alla cerchia familiare è un comportamento difficile da intraprendere, a meno di non rompere convenzioni e pregiudizi sedimentati nel tempo e di mettere in discussione una rete di rapporti forti e consolidati quali sono quelli contrassegnati da vincoli di parentela. In questo contesto, secondo gli intervistati, l’imprenditore si percepisce come manager di se stesso, più di quanto non avvenga in altre realtà geografiche, visto che l’impresa è considerata alla stregua di una parte di sé e che lui si considera come l’unico depositario delle conoscenze specifiche necessarie a mandare avanti l’impresa all’interno di quel peculiare tessuto sociale; l’assenza di una cultura manageriale professionale, e non costruita soltanto sul campo in termini autodidattici, è un diretto corollario di questi vissuti psicologici e atteggiamenti culturali.

Un’altra serie di ragioni alla base del divario esistente tra Sud e resto del Paese, attiene direttamente alle minori opportunità che contraddistinguono lo scenario produttivo del nostro Meridione: le imprese del Sud devono muoversi in un panorama complessivamente più svantaggiato rispetto a quello del Centro o del Nord, a ciò si aggiungono i mali endemici, non certo esclusivi di questa realtà territoriale ma più accentuati qui che altrove: il sottosviluppo economico, il freno causato dalla criminalità organizzata, la cattiva politica, la debolezza finanziaria, il deficit delle infrastrutture.

Cosa, in conclusione, occorre fare, secondo l’opinione degli Imprenditori intervistati, soprattutto di quelli impegnati in ruoli di vertice delle associazioni industriali? Tutti fanno riferimento alla necessità di diffondere una nuova cultura d’impresa, in grado di superare le vecchie concezioni e di favorire nuove forme di governance in cui il contributo manageriale possa esprimere tutto il suo potenziale.

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