Pubblicato il: 12 giugno 2019 alle 8:00 am

Rileggiamo Il grande Gatsby, capolavoro di Fitzgerald Il più intenso ritratto dell'anima dell'età del jazz dove, però, il mito americano si disgrega totalmente

di Rosa Aghilar.

Roma, 12 Giugno 2019 – Gatsby è un uomo ricco e potente che la maggior parte delle persone invidiano, è il re senza corona di West Egg. Nella sua villa sfarzosa lungo l’Hudson, a Long Island, è lo sfuggente anfitrione di una corte fastosa e stravagante, che nutre di lussuosi ricevimenti. Egli è però condannato a vivere la sua infelicità. Gatsby, è un ex gangster con un passato ingombrante che spesso ritorna prepotentemente e un amore giovanile che l’ha segnato in modo indelebile: l’amore mancato per Daysi che disperatamente cerca di ritrovare. Il suo scopo è di far rivivere quell’amore lontano con la donna che l’ha respinto, povero e senza prospettive, per sposare il rampollo di una delle più grandi famiglie americane. Il grande Gatsby (The Great Gatsby) è un romanzo di Francis Scott Fitzgerald.

Ambientato a New York e a Long Island durante l’estate del 1922, Il grande Gatsby è il più intenso ritratto dell’anima dell’età del jazz, con le sue contraddizioni, il suo vittimismo e la sua tragicità.

L’odore dei soldi facili, l’arricchimento improvviso senza domande, nonostante il proibizionismo, le donne del flapper e del charleston, con il sottofondo musicale del trionfante jazz, sono gli anni 20. Scene, colori, profumi accostati non a caso, che fanno da sfondo a città scintillanti il cui luccichio sfuma mano, mano con l’avvicinarsi inesorabile della grande depressione, la perfezione sbiadisce e i sogni dorati e sfavillanti vanno scemando. Quando sulle feste che Gatsby tiene senza sosta nella sua reggia, cala il sipario, l’atmosfera cambia precipitosamente.

Le parole dell’autore fluiscono quasi a comporre delle sceneggiature e tutti i sensi del lettore sono attivi, stimolati a sentire il profumo, la musica o addirittura a gustarne il sapore di alcune scene dipinte a tratti in maniera quasi poetica, a tratti il romanticismo e il grande senso di solitudine primeggiano, come sul finale.

La voce narrante del libro è Nick Carraway, che si trasferisce proprio in una casa vicina a quella di Jay Gatsby. L’uomo non può fare a meno di notare quelle feste stravaganti che spesso sono date a casa Gatsby cui partecipano persone di spicco, così come non passa inosservato il fatto che quel vicino ricco è totalmente solo.

“La mia casa era all’estremità dell’uovo, a una cinquantina di metri soltanto dallo stretto, presa tra due edifici enormi […]. Quello alla mia destra era qualcosa di colossale sotto tutti i punti di vista: una copia accurata di qualche Hôtel de Ville della Normandia, con una torre da una parte, incredibilmente nuova sotto una barba rada di edera ancora giovane, una piscina di marmo e più di venti ettari di prato e giardino. Era il palazzo di Gatsby. […] Quanto alla mia casa, era un pugno in un occhio, ma un pugno tanto piccolo da essere trascurabile, così avevo il panorama sul mare, una vista parziale sul prato del mio vicino e la rassicurante prossimità di gente milionaria, tutto per ottanta dollari il mese”.

Nel romanzo di Francis Scott Fitzgerald il mito americano si disgrega totalmente, fornendo prova di come ogni cosa appaia sfavillante, ma priva di contenuto e come il potere non serva a conquistare il cuore della vita: è una storia illuminata da un sole rovente, sono soltanto due le volte in cui scende la pioggia. Il protagonista mostra le sue fragilità pur essendo all’apparenza tutt’altra persona. L’infelicità alla fine non si può nascondere, così come non è celata nemmeno dalla ricchezza e dallo sfarzo, la solitudine del protagonista.

Durante il più crudo isolamento che impregna gli ultimi capitoli, chi resterà sotto un cielo plumbeo e piovigginoso?

La fama che lascia spazio al vuoto che avanza inesorabile. Il passato che non si ricostruisce, il sogno svanito: grandi sono i temi che affiorano e lasciano una traccia nel lettore dopo essersi immerso anima e corpo negli anni ’20.

Nel 2013 dal libro è stato tratto il film diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo Di Caprio, quarta trasposizione cinematografica del capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, dopo una versione muta del 1926 (andata perduta), una seconda del 1949 e una terza, più famosa, del 1974.

Confrontarsi con uno dei romanzi più celebri della letteratura contemporanea è di per se impresa a dir poco complicata. Il regista di questa nuova interpretazione, con un grande Di Caprio che veste i panni del misterioso Gasby, dicevamo, è nient’altri che Baz Luhrmann, visionario, eccentrico ed eclettico regista australiano.

Immagini e musiche sono coniugate con grande maestria, condividono la stessa dimensione spazio-tempo producendo un effetto sorprendete con  il jazz come colonna sonora a tutta la vicenda. Film davvero molto bello che rispecchia in maniera pressoché fedele il romanzo di Fitzgerald.

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