Pubblicato il: 26 giugno 2019 alle 8:00 am

Giornata mondiale in favore delle vittime di tortura. Acat lancia un appello Tra le 'chiamate urgenti': salvare Murtaja Qureiris il ragazzo di soli 11 anni che in Arabia Saudita rischia la pena capitale

di Arcangela Saverino.

Roma, 26 Giugno 2019 – Il 26 giugno si festeggia in tutto il mondo la Giornata internazionale in favore delle vittime di tortura, data che coincide con l’entrata in vigore nel 1987 della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Ratificata da 157 paesi, l’Italia ha provveduto soltanto nel 2012; mentre nel luglio 2017 ha approvato la prima legge nazionale che introduce il reato di tortura nel Codice Penale. In tale occasione, le ACAT (Azione dei cristiani per la abolizione della tortura) di tutte le nazioni, come ogni anno, hanno indetto la “La notte delle veglie” per pregare a favore delle vittime della tortura, in una notte in cui la preghiera diventa un forte grido corale di protesta.

Nata il 16 giugno 1974 a Versailles, la ACAT oggi ha radici in tutto il mondo, lavorando su basi cristiano-ecumeniche e mettendo insieme Cattolici, Protestanti, Ortodossi e altre confessioni cristiane. In Italia è nata il 2 aprile 1983, sebbene l’atto formale di costituzione fu stilato il 13 aprile 1987, ed è tra le associazioni fondatrici della FIACAT (Federazione Internazionale delle ACAT), un’Organizzazione Non Governativa con statuto di osservatore presso le Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa e la Commissione Africana dei Diritti degli Uomini e dei Popoli.

«A livello internazionale, la Federazione rappresenta le ACAT di tutti i Paesi – ci spiega Massimo Corti, Presidente di Acat Italia-. L’associazione italiana si occupa in prevalenza di formazione giovanile: ogni anno lanciamo il bando del Premio di laurea, finanziato con l’otto per mille della Tavola Valdese, che ha lo scopo di incoraggiare i giovani a interessarsi al tema della difesa dei diritti umani fondamentali. Svolgiamo corsi anche presso i licei; inviamo lettere e petizioni alle autorità degli stati che si macchiano di tortura; mettiamo a disposizione dei soci e del pubblico informazioni, testimonianze e documentazioni per sensibilizzare l’opinione pubblica».

Tra le varie attività, ACAT ogni mese lancia appelli, c.d. “chiamate urgenti”, su casi poco conosciuti. Nel mese di giugno, l’attenzione è puntata su Murtaja Qureiris che in Arabia Saudita rischia la pena capitale per avere guidato a 11 anni una protesta pacifica di coetanei in bicicletta: da poco diventato diciottenne, potrebbe essere condannato a morte. Le organizzazioni saudite per i diritti umani, allertate dalla famiglia del ragazzo, hanno fornito all’emittente televisiva americana CNN informazioni e un video in cui si vede il ragazzo alla guida di un gruppo di bambini festanti in bicicletta che chiedono più diritti. Le accuse non sono state formalizzate, tuttavia risulta che è stata chiesta la pena di morte seguita dalla crocifissione. L’unica speranza è che la risonanza che sta avendo il caso a livello internazionale, sia per la denuncia della CNN, sia per l’appello lanciato da Amnesty International a cui si sono aggiunte le voci di altre ONG, possa spingere le autorità a un gesto di clemenza o quanto meno a fornire prove inconfutabili della sua colpevolezza.

L’altro caso proviene dal Vietnam, dove due difensori dei diritti umani, Nguyen Bac Truyen e Hoang Duc Binh, sono in sciopero della fame dal 13 maggio 2019 per protestare contro il trattamento cui è sottoposto un altro prigioniero di coscienza, Nguyen Van Hoa, di 24 anni che sta scontando 7 anni di prigione (attualmente in isolamento e sottoposto ad atti di tortura) per aver pubblicato dei video di manifestazioni legate allo scandalo di Formosa, il disastro ambientale provocato dell’azienda taiwanese Formosa Group, che ha colpito le province centrali-settentrionali del Paese nell’aprile del 2018 e ha sollevato grande scandalo e indignazione per la fuoriuscita di sostanze chimiche dall’acciaieria straniera.

«Una delle ultime petizioni lanciate da ACAT Italia – continua Corti è rivolta al Governo italiano, a cui chiediamo che la Libia non venga considerato un Paese sicuro e interrompa ogni respingimento di migranti nei porti libici. Mi dispiace constatare che, ad oggi, hanno firmato meno persone di quante ce ne aspettavamo, nonostante l’ONU e UE ribadiscano che la Libia non può essere considerato un porto sicuro». La preghiera è alla base delle attività di ACAT. «Siamo un’associazione cristiana e preghiamo: per noi, la preghiera è un vero e proprio strumento di lavoro e lo utilizziamo non solo a favore delle vittime di tortura, ma anche per i torturatori perché riteniamo che abbiano bisogno di convertirsi» conclude Corti.

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