Pubblicato il: 4 luglio 2019 alle 8:00 am

L’intervista: Patrizio Oliva, campione nel cuore della gente Al Centro direzionale campeggia un murale in suo onore. «Che emozione, forse nello sport non sono stato una meteora»

di Marzio Di Mezza.

Napoli, 4 Luglio 2019 – Patrizio Oliva, classe ’59, napoletano, pugile. Cos’altro dire di uno dei campioni più tecnici e talentuosi della storia del pugilato italiano? Uno che ha combattuto nelle categorie Superleggeri e Welter, aggiudicandosi titoli da dilettante e da professionista. Uno, Oliva, che è stato capace di vincere l’Oro alle Olimpiadi di Mosca nell’80 e poi il titolo europeo nell’83 e quello mondiale nell’86. Complessivamente, un Palmares, il suo, di tutto rispetto. Titoli e medaglie conquistate con sacrificio. Testa e cuore. Un campione, non un ex campione. Un pugile, non un ex pugile, perché i guantoni, Patrizio, non li ha mai tolti, continuando a combattere per tante giuste cause nel sociale e anche insegnando la nobile arte a bambini e adulti desiderosi di misurarsi con una disciplina che forma prima la mente, poi anche il fisico.

Non è un caso, allora, che sia stato scelto come ambasciatore delle Universiadi per testimoniare il valore dello sport tra i più giovani. E nemmeno che il suo volto campeggi su uno dei grattacieli della città, disegnato dall’artista Jorit.

Che effetto le fa vedere il suo volto gigante sulla facciata di un grattacielo?

«E’ una soddisfazione immensa. Se vengo rappresentato come testimonial per le Universiadi (insieme a Max Rosolino) e con una immagine visiva che resterà per sempre, significa che quello che ho fatto nello sport rimarrà indelebile. Napoli è piena di campioni, hanno scelto il mio volto… Forse perché non sono stato una meteora, sono sceso dal ring 30 anni fa e continuo a stare nel cuore della gente, in tv, nelle manifestazioni, non solo a parlare di sport. Certamente anche il mio impegno nel sociale ha contribuito».

Gioie e dolori nelle ultime settimane. La chiusura della Fulgor…

«Mi dispiace molto. Anche se la mia palestra era un’altra. A via Roma 418, dove c’erano i topi, l’umidità, una sola doccia e un solo scaldabagno per 50 pugili. Infatti, ero sempre l’ultimo ad andare via e trovavo immancabilmente l’acqua fredda. La sera, prima di uscire mettevo il veleno per i topi negli angoli. Quella era la mia palestra. La Fulgor mi fu in un certo senso assegnata quando diventai campione olimpico. E ho tenuto lì qualche corso agli amatori».

Napoli ha una sua storia pugilistica che con lei ha conosciuto vette altissime. Adesso?

«Stiamo pagando da 15 anni una gestione federale cattivissima. Abbiamo raggiunto buoni risultati a livello dilettantistico ma la federazione non ha mai voluto capire, o finge di non capire, che nell’immaginario collettivo è quello professionistico il pugilato che piace alla gente. Quello senza caschetto, senza canottiera.

Cammarelle, Russo, Valentino, Picardi, ragazzi che hanno raggiunto grossi e importanti risultati in campi dilettantistico, se fossero passati al professionismo avrebbero vinto e brillato, e si sarebbero accesi i riflettori mondiali sul nostro pugilato».

Andy Ruiz, il nuovo campione mondiale dei massimi non ha proprio l’aspetto di un pugile… E’ l’immagine di quella che è diventata la boxe?

«E’ una cosa che succede ogni tanto, ci sono sempre stati personaggi sul ring che hanno fatto qualche impresa. Prendi il caso di Charles Wepner, il pugile che ha ispirato il personaggio di Rocky Balboa a Sylvester Stallone. Fisicamente niente di che, ma fece cadere Alì alla nona ripresa. Dopo prese un sacco di botte e perse, per lui però restò la grandissima soddisfazione di aver messo giù il più grande peso massimo di tutti i tempi. Il pugilato è uno sport dove non puoi contare solo sulla fisica. E’ fondamentale la componente mentale.

Un pugile studiato e costruito in palestra, con muscoli straordinari, velocità, forza, come Anthony Joshua. E un pugile cresciuto per strada, ma con la voglia di affermarsi, come Andy Ruiz. Alla fine la forza mentale ha fatto la differenza.

Quante volte ho visto campioni prendere botte da brocchi che avevano voglia di affermarsi. Molti non tengono conto di quanto sia importante la forza mentale. Ce lo insegna la letteratura classica. Virgilio dice “Possono perché credono di potere”. In una rivincita il risultato potrebbe anche essere ribaltato».

Giovani talenti oggi ce ne sono?

«Ci sono ragazzini talentuosi. Bisogna vedere come li fanno crescere. Un pugile si costruisce, ma con il tempo, la cura, tanta attenzione. Prendi Irma Testa. Brava pugilina nelle fasce giovanili. Le hanno fatto fare il passo più lungo della gamba e sia ai mondiali che alle Olimpiadi non ha raggiunto i risultati che ci si aspettava. Queste sono cose che possono far male ai giovani che si stanno formando nello sport.

I miei ragazzi sono diventati forti perché li ho protetti: Russo, Cammarelle, Valentino, li ho spinti, sì, ma sempre tutelati quando ero allenatore della nazionale.

Pur di ottenere risultato, invece, buttano i ragazzi allo sbaraglio. Puntano sulla quantità, sul numero. Ne portano tanti ai campionati pensando di portare a casa qualcosa ma senza considerare che per chi non è pronto, una sconfitta può lasciare un segno che non si cancella facilmente dalla testa».

La sua attività per i giovani e accanto ai giovani è costante e quotidiana. Mille Culure è una palestra, anche di vita.

«Stiamo facendo un lavoro straordinario nella Palextra Mille Culure, a Soccavo. Dove i bambini delle famiglie disagiate non pagano la retta, perché l’accesso allo sport deve essere assicurato a tutti i giovani. Con loro ci divertiamo anche ma soprattutto, il nostro primo obiettivo, è quello di inculcare i valori dello sport, fondamentali per formare dei ragazzi migliori. Impegno, sacrificio, tenacia, rispetto, umiltà: vediamo molti giovani trasformarsi con lo sport. Spesso sono proprio loro a chiedercelo. E per noi che lo sport lo abbiamo praticato da professionisti, un ragazzo tolto alla strada vale anche più di un oro olimpico.

A Mille Culure insegniamo pugilato, scherma, judo, taekwondo. Ma soprattutto, insieme al presidente Diego Occhiuzzi e a tutti quanti i soci, insegniamo ad amare lo sport e la vita». (Intervista pubblicata sul n.2 de Il Nuovo, giugno 2019)

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