Pubblicato il: 5 luglio 2019 alle 8:00 am

Quando si abortiva col ferro da calza: in Marocco come nell’Italia di cento anni fa Nel regno di Muhammad VI, l'aborto è illegale e persino punibile con la reclusione

di Danilo Gervaso.

Rabat, 5 Luglio 2019 – Il tema dell’aborto in Marocco fa parte di quella serie di argomenti che comunemente sono ritenuti innominabili e le prime testimonianze pubbliche di donne che vi hanno fatto ricorso fanno l’effetto di un vero e proprio choc culturale. Partendo dalle parole delle donne, che improvvisamente rendono visibile il dramma della segregazione e della clandestinità, ci accorgiamo di quanto il paese si trovi ancora un passo indietro, in una realtà che per le donne rimane densa di stereotipi e pregiudizi, legata a ruoli codificati e sedimentati in secoli di storia.

Siamo nel 2019, ma l’aborto è ancora illegale in Marocco e ancora punito con la prigione. E’ il re Muhammad VI in persona che si è interessato al delicato tema assegnando ai ministri della Giustizia e degli Habbous (gli “Affari islamici”) e al presidente del Consiglio nazionale dei diritti umani il compito di elaborare il relativo disegno di legge, che di fatto ha limitato molto l’intervento.

E’ permesso solo l’aborto “terapeutico”, che si realizza solo se la vita della madre è in pericolo. Una donna che abortisca perché per qualche sua ragione non voglia il bambino che sta aspettando rischia fino a 2 anni di carcere. Ma il codice penale prevede anche da 1 a 5 anni per chiunque compia aborti su altri, da 10 a 20 anni in caso di morte del paziente e fino a 30 anni in caso di recidiva. Di conseguenza, secondo l’Associazione marocchina contro l’aborto clandestino (Amlac), si stima che tra 500 e 800 aborti vengano eseguiti illegalmente ogni giorno. Sei persone, tra cui due medici, sono attualmente processate in Marocco per aborti clandestini. Tra questi, un pilota della compagnia aerea nazionale accusato di aver introdotto illegalmente i farmaci antinfiammatori necessari per il post intervento. Da parte loro, i medici dicono che il loro unico scopo è salvare delle vite “evitando l’uso di ferri da maglia non sterilizzati”.

Eppure perfino il direttore della scuola coranica Dar Al Hadith, spiegando il punto di vista del testo sacro per l’Islam sul tema dell’aborto, ha ammesso che nel Corano non ci sono versetti che lo vietino, né versetti che lo consentano: semplicemente non se ne parla -diverso il caso della contraccezione, ammessa sono con in modo naturale.

La storia delle donne marocchine assomiglia molto a quella delle donne italiane prima dell’approvazione della legge 194, quando di aborto si moriva. Prima del 1978 le donne che abortivano dovevano farlo rischiando la vita, di nascosto, non dicevano niente a nessuno e andavano dalle mammane, nei loro bugigattoli segreti, per cercare di liberarsi dal problema prima possibile. Quegli «interventi» costavano meno di una prestazione (clandestina) in una clinica. Ma se non avevano denaro a disposizione usavano l’infuso di prezzemolo che provocava emorragie o un ferro da calza. Tante ci lasciavano la pelle.

Poi è arrivata la legge 194, approvata il 22 maggio 1978 grazie soprattutto all’impegno politico dei Radicali e a Marco Pannella. Una legge che ha sancito il diritto della donna all’interruzione volontaria della gravidanza. Prima della sua approvazione si registravano tra i 350 e i 450 mila interruzioni di gravidanza all’anno, di donne che in ospedale arrivavano dicendo di avere avuto un aborto spontaneo, anche se non era così. L’anno dopo l’approvazione della legge, gli aborti documentati sono scesi a 237 mila.

Nella maggior parte dei casi le donne marocchine che vi fanno ricorso sono giovani – spesso anche minori – che non desiderano proseguire la loro gravidanza e decidono di interromperla utilizzando i metodi peggiori. Molte, per esempio, ricorrono a ovuli di erbe acquistati da erboristi tradizionali, senza neppure sapere che tipo di sostanze questi contengano. Invece che portare all’aborto, spesso finiscono per provocare gravissime infezioni all’utero e all’apparato urinario della gestante, oltre che al feto, mettendo in serio pericolo la stessa vita delle donne.

Ma gli aborti clandestini non avvengono solo in modo “selvaggio”. Ci sono anche quelli per così dire “medicalizzati”, praticati da medici che, privatamente, effettuano le interruzioni di gravidanza facendosi pagare da 200 a 1.000 euro. Chi opera in tal modo, ovviamente, sfida la legge e rischia la prigione. Recentemente sono state rese note le sentenze giudiziarie che, anche in città importanti come Meknes, hanno condannato a 10 anni di carcere i medici che effettuavano aborti clandestini, il loro staff e tutte le persone coinvolte. Intervistata dal francese Le Monde, una giovane donna ha spiegato di aver accettato di pagare 4.000 dirham in contanti (368 euro) per un’aspirazione. Per evitare di essere imprigionati, i medici cancellano ogni traccia dell’atto chirurgico: “Volevo conservare l’ecografia, ma il ginecologo ha rifiutato, era il mio sogno avere due gemelli ma non ero pronta a occuparmene, ero giovane, non sposata e senza un compagno stabile”, dice la giovane donna.

Lo scenario è lo stesso per quelle che desiderano abortire con uso di farmaci: alcune farmacie hanno mantenuto scorte, ma vendono i farmaci più costosi. In caso contrario, si deve acquistare all’estero o attraverso il mercato nero. Si tratta di un business che prospera sulla condizione delle donne.

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