Pubblicato il: 12 luglio 2019 alle 8:00 am

L’Italia di Invalsi è quella reale? Il Rapporto sulle prove 2019 presenta un Paese spaccato in due: «Un’Italia in cui dal Nord al Sud i risultati progressivamente peggiorano» dice Ajello, presidente Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione. Gli studenti non ci stanno: «Ricominciare a finanziare la scuola»

di Marzio Di Mezza.

Roma, 12 Luglio 2019 – Chissà quante volte il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e i suoi sottosegretari Lorenzo Fioramonti (che è anche vice ministro) e Salvatore Giuliano, hanno incontrato le associazioni degli studenti. E anche quelle dei docenti, certo.

Nelle associazioni degli studenti c’è un mondo di idee che andrebbero colte, forse elaborate e sviluppate, ma sicuramente prese in seria considerazione. Sono idee che partono dalla loro stessa visione di scuola, pensata più come un percorso di arricchimento che come una raccolta punti; per questi ragazzi lo studio è crescita, formazione, cultura e dunque non può essere nozionismo, griglie, performance. Per loro l’istruzione è qualcosa che si avvicina molto a quella rappresentata, per esempio, da Guido Baldi nel testo “La sfida della scuola” (l’ha letto, ministro?) in cui la classe è vista come comunità interpretativa e la lezione dialogo, il cui fine è “la formazione dello spirito critico nei giovani, resi soggetti attivi dell’apprendimento, e attraverso questo mezzo l’educazione alla tolleranza del diverso e alla democrazia”. Baldi parla, ancora, della “necessità di un’impostazione storica, sia per dare ai giovani il senso della profondità della storia, la consapevolezza delle radici del loro oggi nel passato, sia per suscitare il senso della dinamicità dei processi reali e quindi per aprire le menti all’idea del cambiamento e al futuro”.

In perfetta contrapposizione a quell’idea di insegnamento, con la scuola che fa la scuola,  troviamo l’intero impianto delle prove Invalsi, decisamente in linea con una scuola “vittima da decenni di un ostinato, si direbbe sadico – precisa Baldi – processo di dequalificazione”.

E che sistema immagine restituiscono le ultime prove Invalsi del sistema educativo e formativo del Paese? Una immagine terribile.

Anna Maria Ajello Presidente INVALSI

“Come era lecito aspettarsi – si legge nella nota di Ajello -, anche le prove di grado 13 descrivono un’Italia in cui dal Nord al Sud del Paese i risultati progressivamente peggiorano; ma proprio l’analiticità che consentono i dati censuari mette in luce un quadro assai più variegato e cangiante, dove piuttosto che di un Sud, si devono riconoscere diversi Sud con sfumature che vanno colte, se si vuole analizzare più profondamente le realtà che i dati evidenziano.

L’insieme di questi dati così ricchi e compositi rappresenta inoltre, un patrimonio che consentirà anche di riconoscere trend e fattori di influenza che potranno dar luogo ad ulteriori approfondimenti, come già succede da parte di ricercatori che, proprio a partire da quei dati, conducono studi ulteriori”.

Il Rapporto Prove Invalsi 2019 (stralci)

Il campione 2019 è costituito da 25.518 studenti di seconda primaria, 26.336 studenti di quinta primaria, 30.994 studenti di terza secondaria di primo grado, 40.645 studenti di seconda secondaria di secondo grado, 39.480 studenti di quinta secondaria di secondo grado. Il campione nazionale è rappresentativo delle macro-aree e delle regioni in cui l’Italia è suddivisa e, per la scuola secondaria di secondo grado, di cinque tipologie di scuola: Licei classici, Licei scientifici, altri tipi di liceo, Istituti tecnici, Istituti professionali.

Il territorio italiano è suddiviso: Nord Ovest (Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria), Nord Est (Provincia Autonoma di Bolzano, Provincia Autonoma di Trento, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna), Centro (Toscana, Umbria, Marche, Lazio), Sud (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia), Sud e Isole (Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna).

Classi di quinta primaria (grado 5); classi di terza secondaria di primo grado (grado 8); classi di seconda secondaria di secondo grado (grado 10); classi di quinta secondaria di secondo grado (grado 13).

Al grado 8 la percentuale di alunni che in Italiano non raggiunge livello 3 (livello di adeguato raggiungimento dei traguardi delle Indicazioni Nazionali e delle Linee Guida) è:

nel Nord Ovest del 30%;

nel Nord Est del 28%;

nel Centro del 32%;

nel Sud del 40%; nel Sud e Isole del 46%.

In Matematica il quadro peggiora e appare ulteriormente differenziato fra le diverse aree del Paese. La percentuale di alunni che non arriva al livello 3 è:

del 32% nel Nord Ovest;

del 28% nel Nord Est;

del 35% nel Centro;

del 48% nel Sud;

del 56% nel Sud e Isole.

Al grado 10, non raggiunge il livello 3 in Italiano: il 21% degli studenti del Nord Ovest, il 20% degli studenti del Nord Est, il 29% degli studenti del Centro, il 40% degli studenti del Sud e il 44% degli studenti del Sud e Isole; in Matematica le corrispondenti percentuali sono, nell’ordine, il 25% (Nord Ovest), il 22% (Nord Est), il 37% (Centro), il 51% (Sud) e il 57% (Sud e Isole).

Al grado 13 (quinta secondaria di secondo grado), la quota di studenti che non arriva al livello 3 è: in Italiano del 22% nel Nord Ovest, del 23% nel Nord Est, del 34% nel Centro, del 46% nel Sud, del 50% nel Sud e Isole; in Matematica le percentuali salgono, rispettivamente, al 27%, al 26%, al 43%, al 55% e al 60%.

Regionalizzazione

Il Rapporto è stato presentato proprio mentre si infiamma il dibattito sulla regionalizzazione della scuola, con il ministro Bussetti che afferma: “la scuola regionale si farà” e i sindacati che fanno muro a suon di “La scuola italiana è e deve restare una e indivisibile”, spiegando che con l’autonomia differenziata è a rischio anche la libertà di insegnamento; annunciando un referendum abrogativo se il testo dovesse andare avanti.

Gli studenti

Giulia Titoli, coordinatrice nazionale Rete Studenti Medi, l’insieme delle associazioni di studenti delle scuole superiori attive in ogni città.

«Rispetto al metodo di valutazione di sistema noi siamo sempre stati abbastanza critici. Innanzitutto nei confronti dello strumento della prova formulata con quiz a crocette, in cui vengono poste domande ai fini di valutare il sistema scolastico e il singolo istituto, per le quali gli studenti vengono anche messi sotto pressione.

Non può essere un metodo di valutazione di sistema il controllo con test a crocette. Che non tiene conto di tutta una serie di parametri.

Non vengono valorizzate competenze, la capacità da parte degli studenti di operare collegamenti, formulare pensieri, tutto il miglioramento ottenuto nel percorso di studi.

Pare ovvio, poi, che nelle scuole più di periferia i risultati di questi test possano essere più carenti, poiché molto spesso gli studenti non hanno gli stessi strumenti necessari per raggiungere il successo formativo che possono avere gli studenti ad esempio di un liceo classico di Milano o di Roma, centro città.

Si dovrebbe tenere conto dell’intero percorso, della scuola media di provenienza, della capacità o meno delle famiglie di supportare lo studio, anche attraverso ripetizioni e così via.

Diventa, poi, determinante il ruolo che la scuola può e deve svolgere.

Giudico più positivo un istituto che affianca nello studio per perseguire il miglioramento degli studenti piuttosto che un istituto che si impegna solo a registrare i risultati positivi di un test invalsi perché, ad esempio, i doceti utilizzano il metodo teaching to the test, per preparare questa prova. Delle simulazioni di test, non finalizzate a far acquisire competenza e conoscenza, che è invece quello che dovrebbe fare la scuola».

Alessandro Personé, direttivo nazionale Unione degli Studenti

«Da anni contestiamo le prove Invalsi in quanto non sono uno strumento che porta avanzamenti e benefici didattici agli studenti ma li mettono solo in difficoltà, con la logica di una valutazione in termini numerici che non considera gli aspetti critici dei ragazzi.

Ad oggi la scuola e la didattica sono completamente schiacciati sul teaching to the test, senza entrare nella profondità degli argomenti e senza favorire processi che possano stimolare la formazione di un senso critico.

Pure libri di testo si stanno adattando a questa impostazione.

Si preferisce sempre più lo schema a risposte con crocette invece di favorire la creatività degli studenti.

I risultati? Se da un lato non pensiamo che le prove Invalsi siano uno strumento valido per riuscire a capire le disuguaglianze, dall’altro vediamo che fanno sempre la stessa cosa, che è quella di registrare un sud, dal punto di vista scolastico, sempre più arretrato e un nord più avanti, senza nemmeno accennare a possibili soluzioni.

Oltre a fotografare la situazione non fanno nulla per cambiarla.

Non solo. La cosa più imbarazzante è che spesso le scuole con punteggi migliori sono anche quelle più finanziate. Per cui cosa succede: che le scuole che riescono ad adattarsi a questo tipo di didattica sono quelle già ricche e possono esser ancora più ricche.

Le scuole povere, con carenze anche strutturali, sostanzialmente rimangono definanziate. Evidentemente c’è necessità di formare la didattica, reimmaginare il metodo di insegnamento, riformare i cicli, ma principalmente, è fondamentale ricominciare a finanziare l’istruzione».

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