Pubblicato il: 12 luglio 2019 alle 1:00 pm

No hay soledad inexpugnable Anniversari: il 12 luglio 1904 nasce Pablo Neruda, voce appassionata e fascinosa dell’America del Sud

di Caterina Slovak.

Roma, 12 Luglio 2019 – “Don Pablo, vi devo parlare, è importante… mi sono innamorato!”, esclama un malinconico Troisi a Philippe Noiret. “Ah meno male, non è grave, c’è rimedio” risponde Don Pablo. E’ una scena del famoso film “Il postino” e Don Pablo è Pablo Neruda, il poeta cileno esiliato su quella piccola isola per motivi politici, il poeta letto da tutti fra anni Quaranta e Cinquanta, il comunista, malinconico, innamorato, epico, e così vicino ai sentimenti dell’uomo comune, che neanche su un’isola sconosciuta riesce a non provare affetto e solidarietà per l’umanità: “No hay soledad inexpugnable”, non c’è solitudine inespugnabile.

Nasce il 12 luglio del 1904 come Neftali Ricardo Reyes Basoalto (lo pseudonimo lo sceglierà verso i 20 anni inomaggio a Jan Neruda, scrittore, poeta e giornalista ceco del XIX sec.) a Parral, nella provincia di Linares, in Cile, figlio di un impiegato delle ferrovie e di una maestra, che muore quando il futuro poeta ha solo un mese di vita. Il più grande incoraggiamento a scrivere gli arriva dalla sua insegnante, Gabriela Mistral, futuro Premio Nobel anche lei, così a soli 13 anni pubblica l’articolo “Entusiasmo y perseverancia” su un giornale locale. A 20 anni è già poeta di successo con “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”.

Lavora come diplomatico a Rangoon, poi a Ceylon, a Buenos Aires, dove conosce Federico Garcia Lorca, a Madrid dove fa amicizia con poeti che lo accolgono fraternamente come Rafael Alberti e Vicente Aleixandre. E’ allora che Neruda diventa uno degli scrittori di sinistra più noti e amati. Nel 1953 riceve il premio Stalin ma perde il prestigioso incarico allo scoppio della Guerra Civile (1936) poiché è dalla parte dei repubblicani; si trasferisce a Parigi dove si occupa dei profughi cileni: “Dura è la mia lotta e torno con gli occhi stanchi, a volte, d’aver visto la terra che non cambia”.

Nel 1940 la carriera diplomatica riprende e Neruda viene nominato console per il Messico, dove incontra Matilde Urrutia, per la quale scrive “I versi del capitano”. Viene eletto senatore nel 1945 e si iscrive al partito comunista, ma per l’appartenenza politica dovrà ben presto darsi alla clandestinità, fuggendo dal Cile e viaggiando attraverso Unione Sovietica, Polonia e Ungheria. Agli inizi degli anni 50 viene anche in Italia, scegliendo Capri. La solidarietà è per lui un valore importante, ancor più se verso i più sfortunati, con l’azione e con i versi: “Todos los caminos llevan al mismo punto: a la comunicación de lo que somos (…) en la danza o en la canción están consumados los más antiguos ritos de la conciencia: de la conciencia de ser hombres y de creer en un destino común” (Tutti i cammini portano allo stesso punto: alla comunicazione di ciò che siamo…nella danza o nella canzone si consumano i più antichi riti della coscienza: la coscienza di essere uomini e di creare un destino comune).

Neruda riceve il Premio Nobel per la Letteratura nel 1971. Muore a Santiago nel 1973, ufficialmente per un tumore alla prostata, ma le circostanze sono ritenute dubbie e si pensa subito a un omicidio ordinato da Pinochet che, con un colpo di stato, ha preso il potere l’11 settembre di quell’anno (per accertare le cause della morte di Neruda, recentemente la sua salma è stata riesumata).

Il colombiano García Márquez, alla sua morte, lo esalta come “Il più grande poeta del Novecento in tutte le lingue”. All’epoca è citato come “la voce più potente” dell’America latina e “l’unica voce spagnola di risonanza mondiale”.

Poeta, scrittore, diplomatico e politico, Neruda ha lasciato un segno indelebile nella letteratura mondiale e la sua bravura gli è valsa l’appellativo di “poeta-pittore”: pochi come lui sono stati in grado, attraverso il corretto accostamento delle parole, di dare delle vere e proprie pennellate di colore, regalando al mondo dei veri e propri capolavori.

In occasione del Nobel, Neruda cita un verso di Rimbaud, il poeta Veggente “All’aurora, armati di ardente pazienza, entreremo nelle splendide città”. Per lui è una profezia di un nuovo rinascimento civile: “Devo dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che l’intero avvenire è stato espresso in quel verso di Rimbaud: solo con un’ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini. In questo modo la poesia non avrà cantato invano”.

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