Pubblicato il: 15 luglio 2019 alle 7:00 am

Il sogno infranto della Baia dimenticata Un tempo perla del litorale, Baia Domizia sconta decenni di politiche sbagliate. Eppure le ricchezze del territorio sono notevoli

di Vittoria Maddaloni.

Caserta, 15 Luglio 2019 – Negli anni ’60 bastavano cinque anni per comprare casa al mare. Sul litorale campano ancora pieno di pinete il valore dei terreni era ridicolo, si comprava credendo di fare l’affare della vita, e si godeva la vacanza a basso costo. I napoletani che avevano goduto del miracolo economico, migliorando il loro tenore di vita, decidono di investire i recenti guadagni in una casa per le vacanze, ormai un must.

Si costruisce qui, all’estremità settentrionale del litorale della Campania, sullo sfondo del Golfo di Gaeta, su una splendida spiaggia dorata lunga sei chilometri, ai piedi del maestoso vulcano di Roccamonfina, coperto di castagneti, e delimitato dalla pineta: è Baia Domizia, un tempo quotato centro balneare campano, frazione dei Comuni di Sessa Aurunca e Cellole.

La storia di Baia Domizia come centro turistico risale al periodo intorno al 1960, mentre in epoca romana la zona era un “lucus”, ovvero un bosco sacro dedicato a Marìca, ninfa delle paludi e delle acque, di cui forse esisteva un tempio a nord del Garigliano.

La via lungo cui la cittadina sorge è la Domitiana, che prende il nome dall’imperatore Domiziano, che ne volle la realizzazione nel 95 d.C., per migliorare i collegamenti di Roma con Pozzuoli, porto metropolitano dell’Urbe. Stazio, dopo l’elogio all’imperatore, dedica un itero paragrafo alla costruzione della strada. Iniziava a Sinuessa, toccava Mondragone, raggiungeva il Volturno per scavalcarlo con uno spettacolare e lunghissimo ponte a più arcate, citato sempre da Stazio, di cui si è conservata una testata con fornice in laterizio, inglobata nel castello medievale di Castel Volturno. Poi proseguiva verso sud, verso la zona paludosa del lago di Patria, prima di arrivare a Liternum, attraversava il Clanis, l’attuale canale dei Regi Lagni, e proseguiva per Cuma, costeggiando il lago di Licola, il mitico luogo dove Enea avrebbe colto il pomo d’oro da portare in dono alla regina degli Inferi,

Molti anni dopo la bonifica voluta da Mussolini  – fino ad allora la pianura era ricoperta dalle acque – nel 1963 nasce ufficialmente Baia Domizia, un progetto ambizioso, che mirava a un turismo d’élite. Ma fu un sogno breve.

Oggi le agenzie che affittano le villette ai villeggianti lavorano poco. Ed è così da almeno 20 anni. Se poi il depuratore di Cuma non funziona, è tragica. I frequentatori del posto sono quasi tutti proprietari, sono la borghesia napoletana che acquistò qui tra gli anni Sessanta e Settanta, che se ora vuole vendere resta per anni in attesa.

Il progetto, oltre che ambizioso, era anche bello: case basse e immerse nella pineta, pochissimo cemento. Arrivarono imprenditori dal Veneto e artisti noti, vip, pullmann di svedesi, John Lennon, Patty Pravo, Michelangelo Antonioni, Totò, il principe Aga Khan. Ma le grandi speculazioni arrivarono presto, imperniate sul sistema di potere clientelare della DC, fortissima in Campania come in Veneto. Poi, nel 1975, la suddivisione della località tra i comuni di Cellole e Sessa Aurunca, l’ulteriore ingranaggio infernale della burocrazia, finì per bloccare ogni progetto.

Quando arrivò il terremoto dell’Ottanta, molte seconde case vennero requisite per far spazio agli sfollati con il conseguenziale blocco di ogni forma di turismo nei mesi successivi. Bisognava sistemare circa 280.000 sfollati, molti dei quali provenienti dalle zone più povere di Napoli. L’allora Sindaco di Napoli, Maurizio Valenzi, suggerì al Commissario Straordinario dell’emergenza Terremoto nominato dal Governo, Giuseppe Zamberletti, di trasferire gran parte degli sfollati sulla riviera domiziana. Mai suggerimento fu più sbagliato – secondo la popolazione locale – tra i tanti errori commessi allora.

Furono occupati il Cosida Residence, oggi Domitilla, il Giulivo Hotel, un Hotel di Baia Felice e abitazioni private messe a disposizione da alcuni imprenditori, tutti restituiti in condizioni fatiscenti, facendo crollare definitivamente l’immagine di una località che dagli anni ’60 aveva faticosamente cercato di essere alla moda e di competere con altre rinomate località italiane.

Carmine Schiavone, l’ex killer dei Casalesi deceduto nel 2015 – e cugino del famoso boss Francesco Schiavone Sandokan, tuttora rinchiuso al 41 bis – in un’intervista concessa a Sky raccontò di come la camorra abbia interrato rifiuti tossici, dal lungomare di Baia Domizia fino a Pozzuoli.

Eppure chi ci ha passato le vacanze negli anni ’60 e ’70 se la ricorda, la perla del Tirreno: una pineta enorme digradante verso il mare, poche casette quasi invisibili sotto gli alberi, le stradine in pietrisco.

Dalla spiaggia di Baia Verde si vedevano palazzoni di quindici, venti piani: il Villaggio Coppola dal nome del costruttore, Vincenzo Coppola, che a inizio anni ’60 voleva costruire una nuova Rimini sul litorale domizio. Qualche decennio dopo migliaia di ragazzi, soprattutto nigeriani, arrivarono qui con il sogno di una terra promessa. Trovarono invece caporali pronti a sfruttarli nella raccolta dei pomodori e camorristi altrettanto veloci ad arruolarli nel loro esercito. Gli alberghi, i lidi, i parchi con le villette scivolarono verso la rovina. Le torri di Coppola vennero successivamente abbattute in quanto ecomostri. Poi nel 2006 il Napoli di De Laurentiis sceglie Castel Volturno, e in particolare Villaggio Coppola, come propria casa: in mezzo alle villette abbandonate, dove erano stati sradicati persino gli infissi, in mezzo ai casalesi che addestravano i giovani spacciatori di colore. Eppure funziona. Un pezzo di normalità che si fa strada tra i resti di un passato ambizioso e sogni mortificati.

 

Qui oggi tutti attendono un futuro, una rivincita: spiagge belle, tanti lidi, alcuni anche ben organizzati, dove la sabbia è pulita e passata al setaccio due volte al giorno, e un mare che, se le correnti sono favorevoli, in alcuni tratti è limpido. Anche se i dati dell’Arpac, l’agenzia regionale per la protezione ambientale della Campania, non sono rassicuranti: il litorale casertano risulterebbe il più inquinato della regione: sui 45 chilometri di costa solo 12 sono balneabili. I nomi esotici dei villaggi vacanze di 40 anni fa – Baia Verde, Baia Azzurra, Baia Felice, Baia Murena – sono umiliati da un’edilizia scriteriata, illegalità e da scarichi inquinanti, e sopravvivono tra scheletri di alberghi dimenticati e tanti caseifici, strutture fatiscenti, extracomunitari, spazzatura.

Eppure la costa e l’entroterra offrono spettacoli unici. La stessa Baia Domizia è sede di numerose e interessanti manifestazioni, come “L’Arena d’Arte”, una gara internazionale di sculture di sabbia, e il “Blues Festival” internazionale.

Una grande attrattiva è il Parco Regionale Roccamonfina – Foce Garigliano, 11mila ettari, con lo spettacolare gruppo vulcanico del Roccamonfina – il più antico della Campania, con il suo immenso cratere del diametro di 6 Km. I suoi pendii sono coltivati a oliveti e vigneti, ma soprattutto castagneti, grazie al terreno lavico.

Numerose le testimonianze storiche – piccoli paesi, castelli, chiese – ma anche le impressionanti mura megalitiche sulla sommità del Monte La Frascara (928 metri), forse costruite dall’antico popolo italico degli Ausoni (o Aurunci), e le neviere, piccole costruzioni a forma di cupola, utilizzate un tempo per raccogliere la neve, per conservare cibi deperibili e le castagne. (Foto: Federico Savogin, Vincenzo Lerro, Wikipedia)

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