Pubblicato il: 21 luglio 2019 alle 8:00 am

Amarcord napoletano Le vacanze della nostra infanzia a Castellammare di Stabia o nei paesi limitrofi

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 21 Luglio 2019 – Quest’estate in via di tropicalizzazione ci regalerà di certo qualche bella giornata, se non vacanza, nei nostri mari. A volte li sentiamo particolarmente estranei, questi mari “lontani”, niente a che vedere con il “nostro” Tirreno, quello della nostra infanzia, delle favolose “villeggiature”, come si chiamavano una volta.

Il Tirreno è un mare aperto, impetuoso, quasi mai piatto come una tavola, con cavalloni a volontà, in cui tuffarsi coraggiosi e da cui emergere grondanti e storditi, ma pronti agli schiaffi fragorosi della prossima, furiosa ondata.

Spesso la mente è risucchiata dalla nostalgia e scivola verso i ricordi, a quando noi bambine non stavamo più nella pelle, divorate da un’ansia crescente via via che si avvicinava il giorno fatidico della partenza. Si viveva nell’attesa di quei giorni mitici che avremmo passato immerse nell’abbraccio liquido del mare; dopo, una volta tornate a casa, riempivamo le nostre chiacchierate con i racconti esaltanti dei momenti vissuti, dei nomi di amici ormai lontani e mai più rivisti, immagini che si diradavano per poi scomparire, insieme alla nostra tintarella.

La meta era spesso Castellammare di Stabia, l’antica città colpita, con Pompei ed Ercolano, dalla furia devastatrice del Vesuvio nel 79 d. C. Negli anni 60 a Castellammare fervevano le attività e piccoli commerci; il monte Faito (“Faggeto”) regalava da sempre tante varietà di acque che avevano reso famose e frequentate le Terme, sbocco occupazionale “naturale” degli stabiani; poi c’erano i cantieri navali, il cementificio di Pozzano; chi non aveva lavoro, se lo inventava, mettendo a frutto la propria competenza, o, in alternativa, affittando la propria abitazione ai villeggianti.

Castellammare è sedimentato nella mia memoria con colori, odori, sapori, nomi, facce, gesti, voci. Pare fissato con quella colla che una volta avvenuta la presa non molla più. Un posto dove non sono mai più tornata.

Grandi e piccoli si perdevano nei vicoli colorati e affollati come suk, c’erano ancora gli ambulanti che spingevano carretti di frutta e verdura o gridavano «E’ mellun ‘e fuoc’» davanti ad una enorme piramide di cocomeri su una bancarella; vicino alla Fonte Acqua della Madonna si vendevano biscotti a forma di grissino impastati proprio con l’acqua della Madonna.

Dalla casa presa in affitto si doveva uscire presto, prestissimo, anche alle 7, perché “lo iodio si respira la mattina”. Una volta arrivati in spiaggia si piantavano gli ombrelloni sulla sabbia, si stendevano gli asciugamani e ci si sdraiava, si faceva amicizia con i vicini di ombrellone, mentre i bambini, sempre sotto lo sguardo vigile dei genitori, giocavano sulla sabbia.Qui il clima era spesso caldo, e chissà perchè tra bambini si litigava di frequente e occorreva l’intervento pacificatore delle rispettive mamme.

In quanto alla protezione dal sole non esistevano tante creme protettive, io mi scottavo regolarmente e a casa si spalmava acqua fresca ed olio.

I Lidi degli anni ’60 e ’70 erano veramente spartani rispetto a quelli a cui siamo abituati oggi: rari bar – ci si comprava il gelato, ghiacciolo, cremino, quelli dei mitici cartelloni Eldorado con i disegni di Jacovitti – niente piscine, trampolini, niente acqua-gym, animatori e balli di gruppo. C’era solo l’indispensabile, sabbia e cabine, ma per noi era il paradiso.

La cabina è un luogo dove la nostra infanzia ha sicuramente soggiornato. Abbiamo (quasi) tutti nel naso l’odore di mare, di palette abbandonate e salvagenti sgonfi accumulati nell’angolo, del costume bagnato, pesante, che dovevi cambiare in fretta (non esistevano i tessuti sottili di oggi): il mio incubo era un costumino rosa con le margherite, forse uno dei primi costumi di cui ho memoria, forse perché immortalato in una foto, che, una volta inzuppato, tendeva a scendere da tutte le parti.

Sulla spiaggia portavamo sedioline pieghevoli e ombrellone, si pranzava velocemente con uno spuntino o il pranzo portato da casa, e dopo era d’obbligo riposare all’ombra, per scongiurare il malore in acqua – le fatidiche 3 ore!

Quando si abbandonava la spiaggia risuonavano le canzoni dal jukebox: Perché ti amo dei Camaleonti fu la colonna sonora di un’estate dei miei 5 o 6 anni.

Su questo litorale i primi stabilimenti erano stati creati negli anni 30 e erano frequentati da personaggi del mondo dello spettacolo, da Totò a Peppino e negli anni ’60, da cantanti.

Era inconcepibile per una famiglia che abitasse nei paesi vesuviani andare in vacanza in un altro mare, fino al 1973, quando si verificarono casi di colera a causa di una partita cozze importate dalla Tunisia. Sulle spiagge stabiane le cozze venivano coltivate nello spazio antistante la marina, su filari al largo della spiaggia; non si vendevano più. Per oltre 30 anni un grave declino. Un mare inquinatissimo con sistema fognario inesistente e che per completare il quadro diventava arancio nei mesi estivi dati gli scarichi delle fabbriche di conserva di pomodoro. All’epoca si accettava una concentrazione di 4 colibatteri per grammo di cozza, nelle cozze del golfo i colibatteri per grammo di cozza erano 400mila.

Anche oggi purtroppo il mare è ancora ben lungi da essere pulito, forse non lo era troppo neanche allora. Eppure le estati della nostra infanzia sapevano di sabbia e libertà. A volte persino di noia. Giornate sconfinate trascorse in gruppo coi coetanei, dei giochi lontani dagli adulti, dei pomeriggi infiniti interrotti solo da un pigro sonnellino dopo mangiato…

Alla luce della nostalgia quelle melodie e quel mare sembrano una magia, e forse lo sono.

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