Pubblicato il: 25 luglio 2019 alle 8:00 am

«Bene su revenge porn, ma senza risorse è aria fritta» Approvata la legge che inasprisce le pene per i maltrattamenti. Avvocato Flick (ADGI Roma): «Cultura, formazione e strumenti non possono avere costo zero»

di Arcangela Saverino.

Roma, 25 Luglio 2019 – Lo scorso 17 luglio è stata approvata in via definitiva dal Senato la legge per la “tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”. I 21 articoli del testo normativo contengono sia interventi sul codice di procedura penale, finalizzati a velocizzare le fasi e i passaggi giudiziari (a tale proposito, si è parlato di “Codice Rosso”), sia modifiche al codice penale che aggravano le pene e introducono nuove fattispecie di reato. Per la prima volta in assoluto, infatti, è stato introdotto il reato di “revenge porn”, c.d. pornovendetta o pornografia non consensuale, che punisce chi condivide pubblicamente immagini o video intimi tramite Internet senza il consenso dei protagonisti. Più specificatamente, l’articolo 10 della nuova legge sanziona, con la pena della reclusione da uno a sei anni e con la multa da 5.000 euro a 15.000, la condotta di chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde, senza l’espresso consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati. La pena è aggravata se il reato di pubblicazione illecita è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, ovvero da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa; se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici; se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza (in questi casi la pena è aumentata da un terzo alla metà ed è anche prevista la punibilità d’ufficio, mentre in generale si procede su querela della persona offesa).

Un passo in avanti nel contrasto alla violenza di genere. Una conquista che ha lo scopo di mettere un argine a una vera e propria emergenza sociale, ma che non è scevra da critiche e dubbi. «L’introduzione del reato di revenge porn nel Codice Rosso ha il merito di colmare un vuoto normativo importante, perché permette di perseguire e punire chi diffonde  video e fotografie con contenuti sessualmente espliciti, indipendentemente dalla portata diffamatoria  ha dichiarato a neifatti.it l’avvocato Caterina Flick, presidente della Sezione di Roma della ADGI (Associazione Donne Giuriste Italia)-. Tuttavia non posso nascondere alcune perplessità sugli effetti che produrrà in futuro il nuovo testo normativo. L’inasprimento delle pene, per esempio, non sempre ottiene un effetto deterrente, soprattutto se i processi non si concludono in tempi brevi e non vi è la certezza che si giunga ad una condanna».

Tra le norme “bandiera” della nuova legge vi è quella che impone al pubblico ministero di sentire le persone offese entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato. La stessa previsione, però, non è stata estesa alle vittime di revenge porn. «Come operatore di diritto – ha aggiunto l’avv. Flick -, sostengo che, in materia di contrasto alla violenza domestica e di genere, ciò che davvero può fare la differenza è avere le risorse  economiche e di personale per svolgere le indagini in tempi rapidi». Tra l’altro, non è stata eliminata la possibilità di delega alla polizia giudiziaria e, a causa della carenza di organico nelle procure, le donne vengono sentite in molti casi da carabinieri e polizia.

La legge, inoltre, non affronta la questione della diffusione in rete delle immagini e video sessualmente espliciti. «I veri problemi del revenge porn sono la diffusione e la permanenza in rete dei contenuti lesivi. É necessario avere strumenti che permettano la rimozione immediata dal web dei contenuti pubblicati, senza le limitazioni oggi esistenti che, ad esempio, impongono di procedere con rogatoria internazionale quando occorre avere informazioni da provider esteri – ha osservato l’avvocato Flick-. Uno strumento utile potrebbe essere quello inserito nella legge sul cyberbullismo  che prevede la possibilità di chiedere l’oscuramento, la rimozione o il blocco dei contenuti diffusi in rete. Se entro 24 ore il gestore non avrà provveduto alla rimozione dei contenuti, l’interessato può rivolgere analoga richiesta al Garante per la protezione dei dati personali che rimuoverà i contenuti entro 48 ore».

Durante la votazione in Senato, le opposizioni (PD e Leu) si sono astenute, definendo la legge “a costo zero” poiché non prevede lo stanziamento di nuove risorse. «Il Codice Rosso prevede sia una formazione specifica per gli operatori di giustizia, sia percorsi di recupero e riabilitazione delle persone condannate, ma non si può pensare di diffondere una cultura contro la violenza di genere senza risorse economiche e di personale – ha precisato Caterina Flick -.  Sulla base della mia competenza professionale in materia, posso affermare  che cultura, formazione e strumenti non possono avere costo zero». “Invarianza finanziaria” vuol dire che si dovrà fare tutto con le risorse che ci sono, quando bisognerebbe prevenire i reati aumentando i fondi per l’educazione di genere nelle scuole, formare le forze dell’ordine, incrementare il personale giudiziario e sostenere i centri antiviolenza.

neifatti.it ©